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Corso: Indologia Professore: Pieruccini
Tipologia: Sintesi del corso
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La natura della non-violenza LA RELIGIONE JAINA. “La non-violenza è il dovere morale supremo” è una frase in cui, assieme al motto “tutte le creature viventi devono aiutarsi vicendevolmente”, molti jaina considerano racchiuso in nuce ciò che la loro religione rappresenta. Senza l’abbandono delle azioni violente, ogni comportamento religioso, per quanto corretto, si rivela inutile. Hinduismo e Buddhismo secondo i Jaina. L’ideale del primato della non-violenza non è certo peculiare del solo Jainismo e la sua genesi in India potrebbe anche risiedere nella speculazione brahmanica. Secondo i jaina, tuttavia, l’Hinduismo e il Buddhismo, in quanto incapaci di fornire un’analisi realmente accurata della realtà e di dare prova del conseguente rapporto empatico con le forme di vita che la costituiscono, non possono che abbandonare ogni pretesa di essere considerate delle religioni non-violente. (pag.218*). COSA DEVE COMPORTARSI L’ASCETA JAINA. La capacità di comportarsi in maniera appropriata verso le creature che ci sono compagne nella trasmigrazione può scaturire solo dalla corretta comprensione, fornita dalla religione jaina, della strutturazione della realtà e della natura del rapporto tra anima e corpo. Di conseguenza l’asceta deve aderire alle limitazioni nella condotta di vita che gli sono imposte: non può accendere fuochi, scavare o arare la terra, deve bere acqua filtrata o bollita, ispezionare con cura l’ambiente in cui vive per evitare di nuocere agli insetti e deve evitare qualsiasi movimento esagerato. In questo modo, sebbene la non-violenza possa non essere stata un concetto emerso in un contesto esclusivamente jaina, l’insistenza sul fato che gli esseri umani realizzino che tutte le anime sono identiche al proprio Sé in quanto soffrono, si attaccano alla vita e non desiderano la propria distruzione era un messaggio di eccezionale vigore che plasmò e definì una cultura ascetica jaina che aveva grandi richieste per i suoi membri, ma che, se resa attiva in modo appropriato, si riteneva determinasse l’acquietamento dei sensi e delle funzioni corporee e la liberazione finale. AHIMSA PER I JAINA. Inoltre, ahimsa, “non-violenza”, pur essendo un’espressione negativa nella forma, viene interpretata nella tradizione jaina anche in termini fortemente positivi nell’implicare ad esempio qualità come l’amicizia, la benevolenza e la pace che si manifestano attraverso la gentilezza e l’assenza di passioni. IL PRIMO GRANDE VOTO PER I JAINA. Il primo Grande Voto obbliga infatti l’asceta ad astenersi dalla distruzione delle creature viventi piuttosto che adottare la non-violenza, e sarebbe semplice interpretare questo voto come avente un significato strettamente proibitivo, e di speculare su come potesse mai dare conto di una condotta di vita pratica. Secondo un importante monaco svetambara del secolo XII, sebbene la non-violenza sia la naturale condizione umana cui le azioni violente sono radicalmente ostili, nondimeno l’uomo è schiavo della violenza giacché, al fine di sostenere il proprio corpo, è continuamente obbligato a impegnarsi nelle attività essenzialmente distruttive di mangiare e bere. KARMA E DISTRUZIONE DI ORGANISMI DELLA TERRA. Le continue possibilità di distruggere organismi che risiedono sulla terra e nell’aria sembrerebbero creare un fardello intollerabile per l’asceta intento a perseguire il cammino jaina. Ma, tralasciano il fatto che venne infine accettato che il karma ingenerato nell’adempimento dei doveri religiosi si dissolveva istantaneamente, e che la distruzione di organismi meno sviluppati determinava molto meno karma dell’uccisione di una creatura dotata di 5 sensi, il Jainismo finì per vedere l’azione come veramente violenta solo se accompagnata da mancanza di cura (pramada). Himsa per Umasvati. In un antico testo scritturale si afferma che la mancanza di cura è l’azione stessa e uno dei passi più famosi delle scritture narra che Mahavira sul letto di morte esortava Gautama a non essere manchevole di cura. Se il tenore generale delle porzioni più antiche del canone svetambara giudicava inflessibilmente alla stessa stregua tutti gli atti di violenza, che fossero stati compiuti, causati o approvati, Umasvati, riflettendo un’atmosfera assai meno severa, fornì quella che è divenuta la definizione standard della violenza (himsa): rimozione della vita per mezzo di un’azione priva di cura della mente, del corpo o della parola. Ogni propensione alla mancanza di cura deve perciò essere controllata dall’osservazione di sé e dall’esercizio della moderazione.
L’ANIMA DEL PERPETRATORE DI AZIONE VIOLENTA. Il jainismo ritiene che l’anima del perpetratore di un’azione violenta venga affetta negativamente in maniera analoga alla forma di vita che è stata distrutta. La sola differenza sta nel momento in cui la retribuzione ha luogo. In questo modo, “se uno non desidera distruggere la propria anima, non deve allora distruggere le creature viventi”. VIOLENZA COME QUESTIONE INTERNA. In quanto determinata dalle passione, la violenza si palesa come una questione fondamentalmente interna, psicologica. Inoltre, in seguito, la tradizione jaina post-scritturale ritiene che anche che distruggesse delle forme di vita non soffrirebbe gli effetti karmici, ammesso che avesse mantenuto la cura, mentre allo stesso tempo, se sussisteva ancora un’intenzione violenta, il fallimento nel portare a compimento un’azione violenta non si opponeva necessariamente a una retribuzione karmica rigorosa. Nelle parole di Jinabhadra (secolo VI-VII), il quale è interessato a dimostrare che l’onniscienza di forme di vita nell’Universo non comporta una totale inibizione del normale comportamento, (pag.220*). AUTODIFESA E VIOLENZA. Questo desiderio di accettare la motivazione interiore e l’intenzione come componenti necessarie di ogni azione significa che i jaina potevano, a seconda del contesto, giustificare come autodifesa certi atti di violenza commessi dai monaci, e gli esempi dei testi medioevali mostrano che il pragmatismo permetteva di reagire alle minacce esterne. (pag.220-221, 1) Jinadatta Suri scrivendo al tempo in cui le distribuzioni musulmane dei templi e l’interferenza nei pellegrinaggi causavano grandi problemi alla comunità jaina, affermò senza mezzi termini che chiunque fosse impegnato in un’attività religiosa e venisse costretto a combattere e a uccidere non perderebbe alcun merito spirituale, ma otterrebbe la liberazione. Sebbene siano indubbiamente rari se comparati a quelli che esaltano la non-violenza, questi esempi mostrano senz’altro che gli elevati principi dottrinali non rendono necessariamente i jaina passivi di fronte al pericolo e che questi, quando la religione o la comunità fronteggia una reale minaccia, come è avvenuto nell’ultimo secolo per mano dei gruppi combattenti anti-jaina del Rajasthan, si dimostrano davanti alla violenza desiderosi e capaci di intraprendere contromisure attive (virodhihimsa).