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Brian K. Smith - Le Leggi di Manu, Sintesi del corso di Storia dell'India

Corso: Indologia Professore: Pieruccini

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/04/2020

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Brian K. Smith - Le Leggi di Manu
La trasvalutazione di tutti i valori: violenza e vegetarianenismo
L’ORDINE NATURALE SECONDO I VEDA. La descrizione vedica dell’ordine naturale e di quello sociale come
determinati dal potere e dalla violenza (himsa, letteralmente “il desiderio di ferire”) si conservò nel pensiero vedico
successivo.
LA LEGGE DEI PESCI. La metafora indù della “legge dei pesci”, secondo la quale in un universo privo di controllo il pesce
più grosso mangia i pesci più piccoli, è una continuazione diretta dei principi vedici. L’antica credenza nella conformità tra il
mondo brutale della natura e la vita umana così come è realmente vissuta persiste, specie nei testi che trattano di Realpolitik
piuttosto che di ideali religiosi.
- Si legga per esempio, nel Mahabharata, il peana al danda, ossia al dovere del re di installare nei sudditi la paura della
punizione: pag.37*.
I presupposti vedici (“Non scorgo alcun essere che viva nel mondo senza violenza”), ancora articolati nel linguaggio del cibo e
dei divoratori (“Tutto ciò che si muove o che è immobile è cibo per la vita”), vengono qui semplicemente reiterati. La vita
umana, governata dal potere repressivo (danda) e dal dharma, riproduce la vita allo stato naturale, retta dalla “legge dei pesci”.
Tale continuità non dovrebbe comunque mettere in ombra l’essenza rivoluzionaria di altre idee e pratiche più tarde e
decisamente e decisamente non vediche che ribaltarono i presupposti precedenti. Alcune di esse ebbero dirette ripercussioni
sulle aree in parte coincidenti di cui si è discusso sopra: la dieta umana e i principi, se non l’ordine della gerarchia sociale. Le
trattazioni indiane in cui vegetarianismo e nonviolenza (ahimsa) occupano una posizione privilegiata devono essere
considerate violentemente innovative: (pag.38-39*)
IDEOLOGIA SOCIALE E CIBO. Nelle tradizioni indiane posteriori, non meno che nei testi vedici, l’ideologia sociale era
ancorata al cibo.
IL VEGETARIANISMO. Il vegetarianismo era molto più di una nuova e interessante abitudine dietetica. Esso rappresentava il
punto focale di quella che potremmo chiamare una trasvalutazione di tutti i valori dell’India antica. Quando poi consideriamo
l’intrusione nella corrente principale del pensiero indù, testimoniata da testi quali la Bhagavad Gita, della bhakti o
devozionalismo circa nello stesso periodo della composizione di Manu, il totale rovesciamento degli ideali vedici è lampante.
Una simile riforma nell’India antica può essere per molti aspetti paragonata all’inversione dei valori “pagani” operata dal
cristianesimo primitivo: ciò che prima era detto “cattivo” veniva considerato “buono”, e viceversa.
I VEDA, “LA CARNE E’ INVERO IL CIBO MIGLIORE”. Il Veda dava come fatto indiscutibile che “la carne è invero il
cibo migliore”. È questo il credo di un regime alimentare personale secondo natura, poiché i più potenti, che stanno in alto
nella catena alimentare (gli esseri umani) consumano i più deboli, che stanno in basso (gli animali). In modo analogo, fra gli
uomini i più forti dominano e inglobano (“consumano”) “naturalmente” i timidi o i pacifisti e sono perciò “più in alto” nella
catena sociale degli esseri. Il vegetarianismo e la nonviolenza, inseriti in una visione del mondo di questo genere, furono le
truppe d’assalto concettuali di un attacco provocatorio alla vecchia visione dell’ordine naturale delle cose - e furono di cruciale
importanza per la riorganizzazione delle regole gerarchiche.
ORIGINE DEL VEGETARIANISMO E DELLA NON-VIOLENZA. L’origine del vegetarianismo e della nonviolenza è
tuttora oscura. Sembra tuttavia probabile che tali concetti fossero compresi nell’ampio programma rivoluzionario dei
rinunciatari al mondo, o sramana, che esercitarono un notevole influsso intorno al VI secolo a.C.
In ciascuna delle loro correnti - gli “ortodossi” che composero le Upanishad come pure i gruppi “eterodossi”, alcuni
dei quali si sarebbero presto uniti dando vita alle religioni note in seguito come buddhismo e jainismo -, i rinuncianti
sfidavano gli assiomi fondamentali del vedismo. La rinuncia al mondo costituiva di per sé una radicale deviazione dai
valori del Veda, che affermavano la vita. Il mondo naturale, e il mondo sociale che presumibilmente lo rifletteva,
furono reinterpretati come regni di sofferenza perpetua, come l’incubo ricorrente del samsara o ciclo infinito della
rinascita.
Il telos vedico di un’esistenza terrena in cui il soggetto godeva dei beni della vita il più a lungo possibile, seguita da una vita
eterna in cielo che era semplicemente un’estensione interminabile di questa, fu sostituito da una meta che abbatteva la
distinzione fra soggetto e oggetto, tra fruitore e fruito. Infatti, alla preoccupazione vedica di perpetuare il tempo - che era un
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Brian K. Smith - Le Leggi di Manu

La trasvalutazione di tutti i valori: violenza e vegetarianenismo L’ORDINE NATURALE SECONDO I VEDA. La descrizione vedica dell’ordine naturale e di quello sociale come determinati dal potere e dalla violenza (himsa, letteralmente “il desiderio di ferire”) si conservò nel pensiero vedico successivo. LA LEGGE DEI PESCI. La metafora indù della “legge dei pesci”, secondo la quale in un universo privo di controllo il pesce più grosso mangia i pesci più piccoli, è una continuazione diretta dei principi vedici. L’antica credenza nella conformità tra il mondo brutale della natura e la vita umana così come è realmente vissuta persiste, specie nei testi che trattano di Realpolitik piuttosto che di ideali religiosi.

  • Si legga per esempio, nel Mahabharata, il peana al danda, ossia al dovere del re di installare nei sudditi la paura della punizione: pag.37. I presupposti vedici (“Non scorgo alcun essere che viva nel mondo senza violenza”), ancora articolati nel linguaggio del cibo e dei divoratori (“Tutto ciò che si muove o che è immobile è cibo per la vita”), vengono qui semplicemente reiterati. La vita umana, governata dal potere repressivo (danda) e dal dharma, riproduce la vita allo stato naturale, retta dalla “legge dei pesci”. Tale continuità non dovrebbe comunque mettere in ombra l’essenza rivoluzionaria di altre idee e pratiche più tarde e decisamente e decisamente non vediche che ribaltarono i presupposti precedenti. Alcune di esse ebbero dirette ripercussioni sulle aree in parte coincidenti di cui si è discusso sopra: la dieta umana e i principi, se non l’ordine della gerarchia sociale. Le trattazioni indiane in cui vegetarianismo e nonviolenza (ahimsa) occupano una posizione privilegiata devono essere considerate violentemente innovative: (pag.38-39) IDEOLOGIA SOCIALE E CIBO. Nelle tradizioni indiane posteriori, non meno che nei testi vedici, l’ideologia sociale era ancorata al cibo. IL VEGETARIANISMO. Il vegetarianismo era molto più di una nuova e interessante abitudine dietetica. Esso rappresentava il punto focale di quella che potremmo chiamare una trasvalutazione di tutti i valori dell’India antica. Quando poi consideriamo l’intrusione nella corrente principale del pensiero indù, testimoniata da testi quali la Bhagavad Gita, della bhakti o devozionalismo circa nello stesso periodo della composizione di Manu, il totale rovesciamento degli ideali vedici è lampante. Una simile riforma nell’India antica può essere per molti aspetti paragonata all’inversione dei valori “pagani” operata dal cristianesimo primitivo: ciò che prima era detto “cattivo” veniva considerato “buono”, e viceversa. I VEDA, “LA CARNE E’ INVERO IL CIBO MIGLIORE”. Il Veda dava come fatto indiscutibile che “la carne è invero il cibo migliore”. È questo il credo di un regime alimentare personale secondo natura, poiché i più potenti, che stanno in alto nella catena alimentare (gli esseri umani) consumano i più deboli, che stanno in basso (gli animali). In modo analogo, fra gli uomini i più forti dominano e inglobano (“consumano”) “naturalmente” i timidi o i pacifisti e sono perciò “più in alto” nella catena sociale degli esseri. Il vegetarianismo e la nonviolenza, inseriti in una visione del mondo di questo genere, furono le truppe d’assalto concettuali di un attacco provocatorio alla vecchia visione dell’ordine naturale delle cose - e furono di cruciale importanza per la riorganizzazione delle regole gerarchiche. ORIGINE DEL VEGETARIANISMO E DELLA NON-VIOLENZA. L’origine del vegetarianismo e della nonviolenza è tuttora oscura. Sembra tuttavia probabile che tali concetti fossero compresi nell’ampio programma rivoluzionario dei rinunciatari al mondo, o sramana, che esercitarono un notevole influsso intorno al VI secolo a.C.  In ciascuna delle loro correnti - gli “ortodossi” che composero le Upanishad come pure i gruppi “eterodossi”, alcuni dei quali si sarebbero presto uniti dando vita alle religioni note in seguito come buddhismo e jainismo -, i rinuncianti sfidavano gli assiomi fondamentali del vedismo. La rinuncia al mondo costituiva di per sé una radicale deviazione dai valori del Veda, che affermavano la vita. Il mondo naturale, e il mondo sociale che presumibilmente lo rifletteva, furono reinterpretati come regni di sofferenza perpetua, come l’incubo ricorrente del samsara o ciclo infinito della rinascita. Il telos vedico di un’esistenza terrena in cui il soggetto godeva dei beni della vita il più a lungo possibile, seguita da una vita eterna in cielo che era semplicemente un’estensione interminabile di questa, fu sostituito da una meta che abbatteva la distinzione fra soggetto e oggetto, tra fruitore e fruito. Infatti, alla preoccupazione vedica di perpetuare il tempo - che era un

fine primario dei sacrifici correlati al sorgere e la tramontare del sole, alla luna nuova e alla luna piena, ecc. - si sostituì la preoccupazione, diametralmente opposta, di ripercorrere le sequenze della vita e ricatturare la purezza senza tempo, “senza karma”, delle origini. I DHARMASUTRA. Di questi nuovi principi che capovolgevano le dottrine vediche si impadronì ben presto, riportandoli nel mondo della gerarchia sociale, quella stessa classe “ortodossa” di sacerdoti originariamente responsabile del Veda. I Dharmasutra, i più antichi dei quali risalgono IV secolo a.C. circa e furono composti dai ritualisti, presuppongono che i valori della rinuncia al mondo debbano guidare la vita morale nel mondo. Tale gioco di prestigio, tutt’altro che facile da realizzare, avrebbe avuto enormi conseguenza per la storia religiosa dell’India. LE LEGGI DI MANU E SUE CARATTERISTICHE. Manu, in particolare, segna un momento critico nella tradizione sacerdotale ortodossa.

  • È un tentativo sia di riconsolidare un retaggio già antico sia di riorientarlo secondo i nuovi “principi di vita” (dharma). I tempi erano maturi per entrambe le operazioni.
  • Sfidato da una parte dai rinuncianti “ortodossi” e dall’altra dai buddhisti e dai jaina che ottenevano protezioni politiche sempre maggiori, i testo è il cardine della reazione sacerdotale alla crisi della cultura tradizionale aria.
  • Manu è una delle prime opere “ortodosse” svincolate dal sistema delle scuole e affiliazioni rituali in concorrenza fra loro - situazione che continuò fino all’era volgare con la produzione di Sutra, sastra e “manuali” o prayoga, tutti collegati all’una o all’altra delle scuole vediche.
  • Manu rappresenta un tentativo di consolidamento e unificazione.
  • L’opera è quindi un’inestimabile testimonianza storica della formazione di “una comune cultura sintetica fra le persone che professavano le leggi all’interno delle varie scuole”, e, sotto questo aspetto, serve da complemento alla Bhagavad Gita, all’epica nel suo complesso (il Mahabharata e il Ramayana), i cui obiettivi erano simili.
  • Manu si presenta nella forma di un trattato universalistico, potendo vantare, come fa appunto il Mahabharata, che “quanto non si trova qui non esiste”.
  • Lo sforzo volto a distinguersi che caratterizzava le scuole rituali e si incentrava in modo ossessivo sulle minuzie sacrificali si reincarna qui in un tentativo altrettanto ossessivo di attingere l’universalità e ritualizzare la vita nel suo complesso. Il mondo controllato del sacrificio si dilata fino ad abbracciare la vita in tutti i suoi aspetti; le regole rituali (vidhi) vengono smontate e rifuse nel dharma.
  • L’opera tenta di raggiungere tutti gli individui e tutte le situazioni - il re e il sacerdote officiante, l’intoccabile e il sacerdote, il capofamiglia e il rinunciante, le donne e gli uomini.
  • La forma che tale sforzo intellettuale egemonico spesso assume in Manu è l’elenco. Tali elenchi potrebbero benissimo essere il riflesso di una anteriore e persistente modalità di pensiero dell’India antica: una visione del mondo omologica dominata dall’idea della reciproca somiglianza di tutte le cose. I VEDA. Il tentativo di attingere l’universalità includendo, elencando e ordinando tutti i particolari rilevanti ha inizio con il Veda, perduta nella letteratura tecnica dell’India (compreso il testo di Manu), e caratterizza ancora gran parte degli studi indiani moderni. In questa nuova configurazione “ortodossa” i valori della rinuncia furono integrati con gli affanni moderni. Per uno stridente paradosso, gli insegnamenti di coloro che disprezzavano il mondo sociale divennero i modelli per riorganizzare i principi che governano l’ordine sociale. LA PUREZZA: VEGETARIANISMO E NON-VIOLENZA. La “purezza” - articolata prevalentemente nei termini definiti dai rinuncianti - prese il posto delle competenze sacrificali quale perno dell’arsenale ideologico del sacerdote. Il vegetarianismo e la nonviolenza divennero i segni principali di tale “purezza” che sfidava il potere, i nuovi criteri della gerarchia sociale nella riforma sacerdotale e “ortodossa” del vedismo documentata nei testi di dharma. Infatti, mentre nel Veda la tecnica rituale era per certi versi l’eccezione alla regola rappresentata dall’esercizio del potere fisico e militare, nell’induismo post-vedico il potere diventa l’eccezione alla regola della “purezza”.

LA PUREZZA E IL POTERE COME PRINCIPI ALTERNATIVI E CONTRADDITORI. Da quel momento la “purezza” (determinata in gran parte dal grado di approssimazione del proprio modo di vita all’ideale della nonviolenza) e il potere, incarnati rispettivamente nelle figure del sacerdote e del sovrano, si costituiscono come principi alternativi e contradditori, il primo dei quali aveva la precedenza sul secondo nella gerarchia teorica delle cose. Il potere non fu completamente bandito dalla società - per l’ottima ragione che non era possibile -, ma, ancora una volta, venne reso inferiore rispetto agli ideali sacerdotali. SOVRANI E SACERDOTI. Ci sono cose, però, che non cambiano mai. Infatti, sebbene l’introduzione di un’etica della nonviolenza nell’ordine sociale rendesse i sovrani teoricamente inferiori ai sacerdoti (lo steso risultato che, nel Veda, i sacerdoti avevano ottenuto con il monopolio della tecnologia rituale), nella vita reale la situazione era diversa. “Il potere è in assoluto subordinato al sacerdozio, mentre in realtà il sacerdozio è sottomesso al potere”. MANU E CONTRADDIZIONE FRA GLI IDEALI RELIGIOSI E LA REALTA’ SECOLARE. Manu rappresenta uno dei più chiari esempi, nella letteratura indiana, dell’insolubile contraddizione esistente fra gli ideali religiosi, come la nonviolenza, e la realtà secolare, che implica sempre a violenza.

  • In quanto testo sul dharma, esso si trova per definizione irretito nel paradosso universale di “ciò che dovrebbe essere” e di “ciò che è”, poiché il dharma si sforza di essere tanto descrittivo quanto prescrittivo.
  • Quando cerca di prescrivere un ordine delle cose retto da ideali che impongono agli uomini di trascendere la condizione umana (per esempio, mangiare senza uccidere), dando allo stesso tempo per scontato di essere descrittivo, realistico ed esperto delle vicende umane, Manu si trova fra i corni di un dilemma. I sacerdoti avevano forse ritenuto vantaggioso far causa comune con i rinunciatari, e di fatto in questo modo rafforzarono considerevolmente i loro diritti al predominio, rinegoziando i termini dell’ordine sociale. FORMULAZIOEN DI UN SISTEMA SOCIALE E RELIGIOSO CON PRINCIPI CONTRADDITORI. Il prezzo, tuttavia, fu la formulazione di un sistema sociale i cui principi erano contradditori, e di un sistema religioso che minacciava costantemente di diventare estraneo al mondo in cui la maggior parte della gente viveva, si sposava, si guadagnava da vivere, invecchiava e moriva - e, in ogni momento, uccideva. CRISI DEL RUOLO DEL SACERDOTE BRAHMANO, DEL GOVERNO POLITICO E DEL DHARMA. Il “conflitto nella tradizione” che tale nuovo ordine comportava ebbe molte ripercussioni, fra cui la crisi del ruolo del brahmano in quanto “sacerdote” (che assolveva la sua funzione sociale soltanto a rischio di una “contaminazione” provocata dal contatto con gli altri), l’assenza di una vera legittimazione del governo politico e una concezione paradossale del dharma, dei “principi di vita”. L’adempimento dell’aspetto prescrittivo del dharma era per lo più impossibile; e gli aspetti descrittivi dei “principi di vita” erano necessariamente costituiti da una vasta gamma di “emergenze”. MANU, TESTO SUI PRINCIPI DI VITA IN PERPETUO STATO DI CRISI. Manu, come tutti i testi presi in ragnatele del genere, presenta da un lato degli ideali irrealizzabili, e dall’altro regole che si applicano a una realtà relegata a uno status in extremis. Manu non è tanto un testo sul dharma quanto sull’apad-dharma, ovvero sui principi di una vita in perpetuo stato di crisi.