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Corso: Indologia Professore: Pieruccini
Tipologia: Sintesi del corso
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LA TRASFORMAZIONE NELL’ATTEGGIAMENTO VERSO L’ASSUNZIONE DI CARNE. La trasformazione nell’atteggiamento verso l’assunzione di carne in quest’epoca avviene in parte per considerazioni di natura filosofica presenti nei racconti e in parte a seguito dei cambiamenti nelle tecniche di allevamento del bestiame, di pascolo e nell’ecologia, fenomeni stimolati dalla transizione sostanziale verso la vita urbana della valle del Gange, ma in parte deriva anche dalle tensioni sociali esacerbate da questi stessi cambiamenti. LE UPANISHAD. L’allevamento di animali in un contesto urbano potrebbe aver portato a condizioni di pascolo meno compassionevoli, e a un’accresciuta consapevolezza di queste condizioni (pag.188*). Il nuovo turbamento provocato dall’uccisione degli animali potrebbe anche essere un reazione al numero crescente di animali sacrificati in cerimonie sempre più elaborate. Il sacrificio è ancora violento, e il sacrificio è ancora potere, ma un mormorio di protesta e di scontento cresce e diventa progressivamente più forte, fino a trovare una sua espressione, quasi impercettibile nelle Upanishad, più potente nel Mahabharata.
SACRIFICIO ABOLITO IN VARI RAMI DELL’INDUISMO. Gradualmente molti rami dell’induismo bandiscono ogni sacrificio animale. Sebbene quest’ultima transizione venga quasi sempre espressa in termini di moralità (ahimsa), non possiamo escludere che vi fosse anche un elemento di necessità, il bisogno di rispondere alla sfida lanciata dalla polemica antisacrificale del buddhismo e del jainismo, che avevano convertito molti potenti leader politici. SACRIFICIO ABOLITO NEL BUDDHISMO E NEI JAINA. Anche i buddhisti e i jaina avrebbero potuto avere ragioni morali per abolire il sacrificio (come sostenevano), ma forse desideravano distinguersi con un taglio netto dall’induismo, eliminando proprio quell’elemento attraverso il quale la maggior parte degli indù definiva se stessa: il sacrificio vedico. È un’accorta mossa politica per i buddhisti quella di promuovere una religione che non necessita di brahmani per intercedere preso gli dei a favore di individui umani, o che addirittura nega totalmente l’efficacia degli dei, e questa è la mossa finale che distingue buddhisti e jaina dai rinuncianti indù, i quali forse non ricorrevano in prima persona ai brahmani, ma non negavano la loro autorità per altri. Sono fattori come questi, più che la compassione per creature pelose, a causare l’abiura del sacrificio animale da parte di buddhisti e jaina. (L’ahimsa più rigorosa dei jaina, che proibiva loro di prendere qualunque vita animale, impediva anche di praticare l’agricoltura, che avrebbe comportato l’uccisione di piccole creature intrappolate dall’aratro; perciò sono stati costretti a fare i banchieri e ad arricchirsi). Riducendo tutto questo all’essenziale, dobbiamo distinguere tra uccidere gli animali, tormentarli, sacrificarli, mangiarli e, infine, adorarli. La nonviolenza, il pacifismo, la compassione per gli animali e il vegetarianismo non sono affatto la stessa cosa. Manu considera, in termini di merito, il compimento di un sacrificio del cavallo equivalente al ripudio dell’atto di cibarsi di carne. È consueto per un individuo mangiare carne senza uccidere animali (la maggior parte dei non-vegetariani, pochi dei quali cacciano o macellano, lo fanno ogni giorno) ed è altrettanto normale per un individuo uccidere delle persone senza mangiarle. Il cavallo nel sacrificio vedico veniva ucciso ma non mangiato. Allo stesso modo, è possibile che il vegetarianismo e l’uccisione fossero in origine reciprocamente esclusivi; nel primo periodo della civiltà indiana, in luoghi dove non c’era un esercito permanente, forse i capifamiglia che si cibavano di carne diventavano soldati, un po’ come vigili del fuoco volontari, e si consacravano come guerrieri rinunciando a cibarsi di carne. Mangiavano carne oppure uccidevano. Nell’induismo di epoca posteriore, le restrizioni contro i consumo di carne e l’uccisione continuano a procedere in modo contrastato, cosicché sarebbe stato considerato meglio (per la maggioranza delle persone, in generale - le regole variano a seconda dello status castale della persona in ogni singolo caso) uccidere una paria che un brahmano (se capitava di imbattersi in uno già morto), piuttosto che mangiare un paria (nelle medesime circostanze). Il grado di purezza/contaminazione del cibo che viene mangiato sembra essere una questione distinta da quella delle quantità di violenza implicita nel procurarlo. Fa differenza se si trova la carne già uccisa o la devi uccidere tu stesso, e questo si applica non soltanto ai brahmani in opposizione ai paria (effettivamente un caso estremo), ma anche alle vacche in opposizione ai cani come vittime della strada. Tuttavia, l’assunto logico che vede in qualunque animale mangiato un animale ucciso da qualcuno sfocia in un’associazione naturale tra l’ideale del vegetarianismo e l’ideale della non-violenza verso le creature viventi. Questo ideale diventerà predominante in India, rafforzato dal credo nella reincarnazione. Perciò, nel corso di alcuni secoli le Upanishad prendono la rappresentazione vedica degli ordini naturale e sociale, interpretati dai Veda come determinati dal potere e dalla violenza (himsa), e la capovolgono di 180 gradi verso la non-violenza. Il nesso logico è la consapevolezza, così basilare per l’induismo di ogni epoca, che ogni uomo e ogni animale muoiono, che ogni uomo e ogni animale muoiono, che ogni uomo e ogni animale devono mangiare, e che mangiare richiede che qualcuno o qualcosa (poiché i vegetali fanno parte anch’essi del ciclo della vita) muoia. La questione è semplicemente come si intende, e uccidere per vivere, fino alla morte.