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Wendy Doniger - Gli indù, Sintesi del corso di Storia dell'India

Corso: Indologia Professore: Pieruccini

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/04/2020

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Wendy Doniger - Gli indù
1. Temi e Variazioni
ANIMALI E DONNE. I testi sanscriti di solito considerano gli animali da cacciare e le donne come cause di dipendenza, e i
sensi che inducono dipendenza vengono assimilati ai cavalli; gli animali sovente rappresentano sia le donne che le classi
inferiori; la tensione tra sessualità e rinuncia sfocia in una visione ambivalente delle donne come madri e seduttrici; e la
violenza viene trattata in primo luogo come violenza sugli animali.
VIOLENZA E TOLLERANZA. Violenza e tolleranza poi interagiscono sia negli atteggiamenti verso le altre religioni, sia nei
rapporti tra classi sociali superiori e inferiori, tra uomini e donne, e tra umani e animali. (pag.28*)
2. (Non) Violenza
IL TERMINE AHIMSA. Il termine “non-violenza” (ahimsa) in origine non era riferito al rapporto tra umani, ma al rapporto
tra umani e animali. Ahimsa significa “assenza di desiderio di ferire o uccidere”, una resistenza a causare un male piuttosto
che una volontà attiva di essere miti; è una doppia negazione, forse resa al meglio dal termine negativo “non-violenza”, che
suggerisce una preoccupazione per gli altri sia mentale che fisica.
LE RADICI DELL’AHIMSA. Probabilmente le radici dell’ahimsa si trovano nel rituale vedico, nel sacrificio animale,
nell’idea che il sacerdote non farebbe realmente del male alla vittima del sacrificio, ma semplicemente la “pacificherebbe”. Il
significato primario dell’ahimsa sarebbe allora quello di fare del male senza fare del male, un concetto sofistico sin dalla sua
origine.
AHIMSA NEL RIGVEDA. Nel Rg Veda (il più antico testo sanscrito, databile intorno al 1200 a.C.), il termine ahimsa si
riferisce innanzitutto alla prevenzione del danno o della violenza verso colui che compie il sacrificio e la sua discendenza, oltre
che verso il bestiame.
HAN, VERBO DA CUI DERIVA AHIMSA. La questione è complicata dal fatto che il verbo da cui deriva ahimsa, han, è
ambiguo, poiché significa sia “colpire o picchiare” che “uccidere”. Quando riferito alle vacche, dunque, ahimsa potrebbe
significare astenersi sia dal picchiare che dall’uccidere gli animali; due cose piuttosto diverse tra loro.
AHIMSA, EMOZIONE DELL’ORRORE CAUSATO DALL’UCCISIONE. In ogni caso, l’ahimsa non rappresenta una
dottrina politica neppure una teoria sociale, ma l’emozione dell’orrore causato dall’uccisione (o dal maltrattamento) di una
creatura vivente, un’emozione che vediamo attestata sin dai testi più antichi.
ARJUNA E LA GIUSTIFICAZIONE DELLA VIOLENZA DELLA GUERRA. Discussioni basate su argomenti a favore o
pro l’uccisione, il sacrificio e/o il cibarsi degli animali sono state spesso al centro della violenza interreligiosa, a volte la
ragione stessa di aggressioni tra esseri umani (di solito verbali, ma non sempre). Arjuna, l’eroico guerriero del Mahabharata,
l’antico grande poema epico sanscrito su una tragica guerra, giustifica la violenza della guerra dicendo: (pag.29*). Qui il testo
legittima la violenza umana richiamando la violenza che domina il mondo animale. Il significato più comune dell’ahimsa,
tuttavia, fa riferimento alla risoluzione umana di sollevarsi al di sopra della violenza animale. Il vegetarianismo, sia come
ideale sia come fatto sociale in India, sfida il convincimento di Arjuna che gli animali debbano necessariamente nutrirsi gli uni
degli altri e tenta di spezzare la catena di violenza alimentare semplicemente affermando che non è affatto necessario uccidere
per mangiare.
LA NON VIOLENZA PER GLI INDU’. La nonviolenza è diventata un ideale culturale per gli indù proprio perché offre
l’ultima speranza di una cura, tanto desiderabile quanto impossibile da realizzare, per una società che da sempre soffre di una
violenza cronica e terminale. La nonviolenza è un ideale che si oppone alla realtà culturale della violenza. L’India indù di età
classica è violenta in forme condivise da tutte le altre culture, ma anche peculiari del luogo e dell’epoca:
- nella politica (poiché la guerra è la ragion d’essere di tutti i re);
- nelle pratiche religiose (il sacrificio animale, la tortura autoinflitta degli asceti, il camminare sui carboni ardenti, il
penzolare da uncini piantati nella carne della schiena, e così via);
- nel codice penale (l’impalamento e l’amputazione degli arti per crimini relativamente lievi);
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Wendy Doniger - Gli indù

  1. Temi e Variazioni ANIMALI E DONNE. I testi sanscriti di solito considerano gli animali da cacciare e le donne come cause di dipendenza, e i sensi che inducono dipendenza vengono assimilati ai cavalli; gli animali sovente rappresentano sia le donne che le classi inferiori; la tensione tra sessualità e rinuncia sfocia in una visione ambivalente delle donne come madri e seduttrici; e la violenza viene trattata in primo luogo come violenza sugli animali. VIOLENZA E TOLLERANZA. Violenza e tolleranza poi interagiscono sia negli atteggiamenti verso le altre religioni, sia nei rapporti tra classi sociali superiori e inferiori, tra uomini e donne, e tra umani e animali. (pag.28*)
  2. (Non) Violenza IL TERMINE AHIMSA. Il termine “non-violenza” (ahimsa) in origine non era riferito al rapporto tra umani, ma al rapporto tra umani e animali. Ahimsa significa “assenza di desiderio di ferire o uccidere”, una resistenza a causare un male piuttosto che una volontà attiva di essere miti; è una doppia negazione, forse resa al meglio dal termine negativo “non-violenza”, che suggerisce una preoccupazione per gli altri sia mentale che fisica. LE RADICI DELL’AHIMSA. Probabilmente le radici dell’ahimsa si trovano nel rituale vedico, nel sacrificio animale, nell’idea che il sacerdote non farebbe realmente del male alla vittima del sacrificio, ma semplicemente la “pacificherebbe”. Il significato primario dell’ahimsa sarebbe allora quello di fare del male senza fare del male, un concetto sofistico sin dalla sua origine. AHIMSA NEL RIGVEDA. Nel Rg Veda (il più antico testo sanscrito, databile intorno al 1200 a.C.), il termine ahimsa si riferisce innanzitutto alla prevenzione del danno o della violenza verso colui che compie il sacrificio e la sua discendenza, oltre che verso il bestiame. HAN, VERBO DA CUI DERIVA AHIMSA. La questione è complicata dal fatto che il verbo da cui deriva ahimsa, han, è ambiguo, poiché significa sia “colpire o picchiare” che “uccidere”. Quando riferito alle vacche, dunque, ahimsa potrebbe significare astenersi sia dal picchiare che dall’uccidere gli animali; due cose piuttosto diverse tra loro. AHIMSA, EMOZIONE DELL’ORRORE CAUSATO DALL’UCCISIONE. In ogni caso, l’ahimsa non rappresenta una dottrina politica neppure una teoria sociale, ma l’emozione dell’orrore causato dall’uccisione (o dal maltrattamento) di una creatura vivente, un’emozione che vediamo attestata sin dai testi più antichi. ARJUNA E LA GIUSTIFICAZIONE DELLA VIOLENZA DELLA GUERRA. Discussioni basate su argomenti a favore o pro l’uccisione, il sacrificio e/o il cibarsi degli animali sono state spesso al centro della violenza interreligiosa, a volte la ragione stessa di aggressioni tra esseri umani (di solito verbali, ma non sempre). Arjuna, l’eroico guerriero del Mahabharata, l’antico grande poema epico sanscrito su una tragica guerra, giustifica la violenza della guerra dicendo: (pag.29*). Qui il testo legittima la violenza umana richiamando la violenza che domina il mondo animale. Il significato più comune dell’ahimsa, tuttavia, fa riferimento alla risoluzione umana di sollevarsi al di sopra della violenza animale. Il vegetarianismo, sia come ideale sia come fatto sociale in India, sfida il convincimento di Arjuna che gli animali debbano necessariamente nutrirsi gli uni degli altri e tenta di spezzare la catena di violenza alimentare semplicemente affermando che non è affatto necessario uccidere per mangiare. LA NON VIOLENZA PER GLI INDU’. La nonviolenza è diventata un ideale culturale per gli indù proprio perché offre l’ultima speranza di una cura, tanto desiderabile quanto impossibile da realizzare, per una società che da sempre soffre di una violenza cronica e terminale. La nonviolenza è un ideale che si oppone alla realtà culturale della violenza. L’India indù di età classica è violenta in forme condivise da tutte le altre culture, ma anche peculiari del luogo e dell’epoca:
  • nella politica (poiché la guerra è la ragion d’essere di tutti i re);
  • nelle pratiche religiose (il sacrificio animale, la tortura autoinflitta degli asceti, il camminare sui carboni ardenti, il penzolare da uncini piantati nella carne della schiena, e così via);
  • nel codice penale (l’impalamento e l’amputazione degli arti per crimini relativamente lievi);
  • nella rappresentazione degli inferni (concepiti astutamente e sadicamente per far corrispondere la punizione al crimine); e, forse al cuore dell’intera questione, nel clima, con il suo calore intollerabile e i suoi monsoni imprevedibili. I saggi indù sognano la nonviolenza come chi viva la sua intera esistenza nel deserto coltivando il miraggio di un’oasi. STORIA DELL’INDUISMO: TOLLERANZA E INTOLLERANZA. La storia dell’induismo abbonda tanto di momenti di assimilazione e interazione creativa quanto di esplosioni di violenta intolleranza. Talvolta è possibile osservare come le circostanze storiche abbiano fatto pendere il piatto della bilancia da una parte o dall’altra. Ma non sempre. Nella loro visione ambivalente della violenza, gli indù non sono diversi da tutti noi, ma sono probabilmente unici per l’intensità del dibattito sempre vivo sull’argomento.
  1. Vacche, Vegetarianismo e Non-violenza VACCHE E PROBLEMATICHE. La vacche non sono pericolose di per sé, ma sono indirettamente responsabili di molti guai nell’induismo. LA PELLE DELLA VACCA. I Brahmana consigliano a colui che compie il sacrificio di non mettersi mai nudo vicino a una vacca perché la pelle de bestiame (pasù) un tempo è stata la nostra pelle e se una vacca ti vede nudo potrebbe scappare via pensando: “ Io indosso la sua pelle ”, con il timore che l’uomo possa desiderare di riprendersela. LO SCAMBIO TRA UOMINI E BESTIAME. La transazione nell’altro mondo qui viene interpretata come il capovolgimento di un capovolgimento: uomini e bestiame hanno concordato uno scambio molto tempo fa, la cui conseguenza è stata la disponibilità volontaria da parte del bestiame di fornire cibo e vestiti agli uomini ma anche, sembrerebbe, il diritto, ottenuto come premio, di mangiare gli uomini (forse anche di scorticarli) nell’altro mondo.
  • La nudità, riducendo gli uomini alla stregua di bestie, stabilisce un rapporto reciproco: rende gli esseri umani vulnerabili alle sofferenze delle bestie - essere mangiati - quando entrano nell’altro mondo. LA STORIA DI VARUNA E DI SUO FIGLIO BHRGU. Un altro testo aggiunge dettagli al concetto basilare di reciprocità tra gli uomini e gli animali. La storia riguarda Varuna, il dio vedico delle acque e della legge morale, e suo figlio, Bhrgu, un famoso sacerdote: (pag.184*).
  • Questo testo non parla solo di animali, poiché gli alberi e l’orzo assumono un ruolo altrettanto importante, ma tratta ampiamente di tutto ciò che viene utilizzato per la preparazione del cibo (verdura, animali e combustibile), insomma del consumerismo nel senso letterale del termine.
  • Essere mangiati nell’altro mondo non è una punizione per i peccati ma piuttosto un perfetto capovolgimento dell’inevitabile (e non condannato) atto di cibarsi compiuto in questo mondo. Altri Brahmana confermano questa lettura: (pag.184, 1). NEI BRAHMANA. Nei Brahmana si è, come sempre, ciò che si mangia, ma ora nel senso che si diventa cibo per il proprio cibo. Questa esperienza nell’altro mondo è dunque inevitabile quanto la morte stessa, ed esattamente altrettanto spiacevole.
  • Il riso e l’orzo che gridano senza emettere alcun suono vengono ripresi negli scritti del grande botanico indiano Jagadish Chandra Bose, (pag.185*). Le urla silenziose nel testo sanscrito hanno la natura di un incubo, dal quale Bhrgu, privo di sensi, cerca di fuggire.
  • Tuttavia il testo non suggerisce mai che la gente debba smettere di mangiare animali (o riso). È possibile evitare le sgradevoli conseguenze dell’atto del nutrirsi: la soluzione consiste, come sempre nei Brahmana, nel compiere i rituali appropriati, per riparare, per redimere qualcuno che abbia mangiato qualcosa che si presume foriero di spiacevoli - se questa persona necessita di essere redenta.
  • I pericoli si nascondono nel contesto dell’assunzione profana del cibo e vengono scongiurati dall’assunzione del cibo in un contesto sacro (le oblazioni offerte agli dei). Senza dubbio le due situazioni sono inestricabilmente collegate tra loro dalla convinzione che sia improprio assumere cibo senza offrirne, quantomeno mentalmente, agli dei; in senso più ampio, tutto il cibo umano è costituito dagli avanzi divini (più tardi definiti prasada, “grazia”).
  • Il testo non ci vuole dire “non mangiate gli animali, perché essi mangeranno voi”, ma piuttosto “assicurati di mangiare gli animali nel modo giusto, altrimenti essi mangeranno te”.

LA TRASFORMAZIONE NELL’ATTEGGIAMENTO VERSO L’ASSUNZIONE DI CARNE. La trasformazione nell’atteggiamento verso l’assunzione di carne in quest’epoca avviene in parte per considerazioni di natura filosofica presenti nei racconti e in parte a seguito dei cambiamenti nelle tecniche di allevamento del bestiame, di pascolo e nell’ecologia, fenomeni stimolati dalla transizione sostanziale verso la vita urbana della valle del Gange, ma in parte deriva anche dalle tensioni sociali esacerbate da questi stessi cambiamenti. LE UPANISHAD. L’allevamento di animali in un contesto urbano potrebbe aver portato a condizioni di pascolo meno compassionevoli, e a un’accresciuta consapevolezza di queste condizioni (pag.188*). Il nuovo turbamento provocato dall’uccisione degli animali potrebbe anche essere un reazione al numero crescente di animali sacrificati in cerimonie sempre più elaborate. Il sacrificio è ancora violento, e il sacrificio è ancora potere, ma un mormorio di protesta e di scontento cresce e diventa progressivamente più forte, fino a trovare una sua espressione, quasi impercettibile nelle Upanishad, più potente nel Mahabharata.

  1. Rinascita, non-violenza e vegetarianismo LA RINASCITA IN ANIMALI. Gli animali compaiono anche negli elenchi delle rinascite indesiderate, in confronto alle due opzioni preferibili della rinascita come uomini di classe elevata e della liberazione definitiva dalla rinascita.
  • I cani, in particolare, rappresentano gli orrori della rinascita infima; chi si comporta male può aspettarsi di rinascere in un utero disgustoso, come quello di una cagna.
  • È significativo che gli animali buoni, cavalli e vacche, non compaiono negli elenchi della rinascita come opzioni verosimili. Si potrebbe supporre che l’idea di potersi reincarnare come animali abbia contribuito all’ascesa del vegetarianismo in India, ma nessun sentimento di empatia si estende agli animali presenti nelle liste della rinascita, né le Upanishad lasciano trasparire presagi infausti dovuti all’atto di cibarsi di animali, come fanno invece i Brahmana nei confronti degli animali dell’altro mondo. PERCHE’ NON UCCIDERE ANIMALI. La credenza che uomini e animali siano parte di un unico sistema di riciclo delle anime, tuttavia implica la fungibilità di animali e uomini e potrebbe suonare come un monito: non uccidere/mangiare un animale, perché potrebbe essere tua nonna, o tuo nipote, o (nell’altro mondo) te. Perché tu sei chi sei, e potesti diventare chi mangi. LA VIOLENZA NELLE UPANISHAD. La nonviolenza nei confronti degli animali viene menzionata di sfuggita due volte nelle più antiche Upanishad, e anche lì non come parola (quale ahimsa), ma come concetto.
  • La Brhadaranyaka stabilisce che in una particolare notte “un uomo non dovrebbe prendere la vita di qualunque essere che accoglie la vita, neppure quella di una lucertola”. Ma, presumibilmente, questo è consentito in altre notti.
  • E l’ultimo passo della Chandogya afferma che l’uomo che studi i Veda, diventi capofamiglia, cresca figli virtuosi, tenga a freno i propri sensi e “si astenga dall’uccisione di qualunque creatura, se non in particolari occasioni”, raggiunge il mondo del brahman e non fa più ritorno. Qui la nonviolenza contro gli animali è specificamente legata alla vita del capofamiglia, la via della rinascita, e viene caratterizzata nel modo consueto: vi sono occasioni in cui mangiare gli animali è una cosa buona, ad esempio per ospitalità verso una persona onorata. REINCARNAZIONE, E RINUNCIARE A MANGIARE CARNE. Ciò nonostante, quasi tutte le tradizioni indiane che credono nella reincarnazione consigliano al rinunciante di evitare di mangiare carne, e i rinuncianti erano spesso vegetariani; rinunciare alla carne significa rinnegare la carne. IL RINUNCIANTE. Il rinunciante, poiché rinuncia al rituale sacrificale (karman), perde in questo modo anche una delle principali occasioni di uccidere degli animali legalmente. BRAHMANA E UPANISHAD. I Brahmana e le Upanishad spargono i semi di un futuro allontanamento dal sacrificio animale. Se Indra nei Veda mangiava tori e bufali, ora gli dei non mangiano e non bevono ma si saziano semplicemente guardando il nettare di soma, allo stesso modo in cui il re non sente che l’odore del midollo che brucia nel sacrificio del cavallo. Anche nel rituale vedico, le oblazioni vegetali (riso e orzo) erano la forma minima accettabile della vittima sacrificale, il pasu, ma l’impronta dell’originaria vittima animale permane nel modo in cui i testi vedici trattano anche il dolce di riso come un animale: (pag.233*).

SACRIFICIO ABOLITO IN VARI RAMI DELL’INDUISMO. Gradualmente molti rami dell’induismo bandiscono ogni sacrificio animale. Sebbene quest’ultima transizione venga quasi sempre espressa in termini di moralità (ahimsa), non possiamo escludere che vi fosse anche un elemento di necessità, il bisogno di rispondere alla sfida lanciata dalla polemica antisacrificale del buddhismo e del jainismo, che avevano convertito molti potenti leader politici. SACRIFICIO ABOLITO NEL BUDDHISMO E NEI JAINA. Anche i buddhisti e i jaina avrebbero potuto avere ragioni morali per abolire il sacrificio (come sostenevano), ma forse desideravano distinguersi con un taglio netto dall’induismo, eliminando proprio quell’elemento attraverso il quale la maggior parte degli indù definiva se stessa: il sacrificio vedico. È un’accorta mossa politica per i buddhisti quella di promuovere una religione che non necessita di brahmani per intercedere preso gli dei a favore di individui umani, o che addirittura nega totalmente l’efficacia degli dei, e questa è la mossa finale che distingue buddhisti e jaina dai rinuncianti indù, i quali forse non ricorrevano in prima persona ai brahmani, ma non negavano la loro autorità per altri. Sono fattori come questi, più che la compassione per creature pelose, a causare l’abiura del sacrificio animale da parte di buddhisti e jaina. (L’ahimsa più rigorosa dei jaina, che proibiva loro di prendere qualunque vita animale, impediva anche di praticare l’agricoltura, che avrebbe comportato l’uccisione di piccole creature intrappolate dall’aratro; perciò sono stati costretti a fare i banchieri e ad arricchirsi). Riducendo tutto questo all’essenziale, dobbiamo distinguere tra uccidere gli animali, tormentarli, sacrificarli, mangiarli e, infine, adorarli. La nonviolenza, il pacifismo, la compassione per gli animali e il vegetarianismo non sono affatto la stessa cosa. Manu considera, in termini di merito, il compimento di un sacrificio del cavallo equivalente al ripudio dell’atto di cibarsi di carne. È consueto per un individuo mangiare carne senza uccidere animali (la maggior parte dei non-vegetariani, pochi dei quali cacciano o macellano, lo fanno ogni giorno) ed è altrettanto normale per un individuo uccidere delle persone senza mangiarle. Il cavallo nel sacrificio vedico veniva ucciso ma non mangiato. Allo stesso modo, è possibile che il vegetarianismo e l’uccisione fossero in origine reciprocamente esclusivi; nel primo periodo della civiltà indiana, in luoghi dove non c’era un esercito permanente, forse i capifamiglia che si cibavano di carne diventavano soldati, un po’ come vigili del fuoco volontari, e si consacravano come guerrieri rinunciando a cibarsi di carne. Mangiavano carne oppure uccidevano. Nell’induismo di epoca posteriore, le restrizioni contro i consumo di carne e l’uccisione continuano a procedere in modo contrastato, cosicché sarebbe stato considerato meglio (per la maggioranza delle persone, in generale - le regole variano a seconda dello status castale della persona in ogni singolo caso) uccidere una paria che un brahmano (se capitava di imbattersi in uno già morto), piuttosto che mangiare un paria (nelle medesime circostanze). Il grado di purezza/contaminazione del cibo che viene mangiato sembra essere una questione distinta da quella delle quantità di violenza implicita nel procurarlo. Fa differenza se si trova la carne già uccisa o la devi uccidere tu stesso, e questo si applica non soltanto ai brahmani in opposizione ai paria (effettivamente un caso estremo), ma anche alle vacche in opposizione ai cani come vittime della strada. Tuttavia, l’assunto logico che vede in qualunque animale mangiato un animale ucciso da qualcuno sfocia in un’associazione naturale tra l’ideale del vegetarianismo e l’ideale della non-violenza verso le creature viventi. Questo ideale diventerà predominante in India, rafforzato dal credo nella reincarnazione. Perciò, nel corso di alcuni secoli le Upanishad prendono la rappresentazione vedica degli ordini naturale e sociale, interpretati dai Veda come determinati dal potere e dalla violenza (himsa), e la capovolgono di 180 gradi verso la non-violenza. Il nesso logico è la consapevolezza, così basilare per l’induismo di ogni epoca, che ogni uomo e ogni animale muoiono, che ogni uomo e ogni animale muoiono, che ogni uomo e ogni animale devono mangiare, e che mangiare richiede che qualcuno o qualcosa (poiché i vegetali fanno parte anch’essi del ciclo della vita) muoia. La questione è semplicemente come si intende, e uccidere per vivere, fino alla morte.