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La teoria della mente (tomm) e il suo ruolo nell'autismo, analizzando i deficit cognitivi che caratterizzano questa condizione. Attraverso studi e ricerche, il documento evidenzia come i bambini autistici presentano difficoltà nella comprensione degli stati mentali, nella capacità di attribuire intenzioni e credenze agli altri, e nell'interpretazione del comportamento in termini mentali. Vengono approfonditi i test utilizzati per valutare la tomm nei bambini autistici, come il test di sally e anne, e vengono discusse le implicazioni di questi deficit per la vita sociale e relazionale degli individui autistici.
Tipologia: Sintesi del corso
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Noi viviamo in universi costruiti culturalmente, ma l’esile superficie della costruzione culturale viene ridimensionata – e resa possibile – dai profondi substrati di costruzione cognitiva tipica della specie e frutto dell’evoluzione. Abitiamo in universi mentali popolati dalle produzioni computazionali di eserciti di automi neurali specializzati prodotti dall’evoluzione, che:
modo che le loro teorie e scoperte risultino coerenti con le altre scienze naturali (es. biologia dello sviluppo , fisica , ecc .): la psicologia sta quindi diventando un’autentica scienza naturale. Uno degli orientamenti più significativi nella “naturalizzazione” delle scienze psicologiche è l’uso dei dati e degli strumenti provenienti dalla biologia evoluzionistica, dall’ecologia comportamentale, dalla primatologia e dalla paleoantropologia umana; questi campi hanno iniziato a fornire un elenco dettagliato di funzioni innate preposte all’elaborazione delle informazioni. Poter disporre di determinate teorie della funzione adattiva può indicare agli scienziati cognitivi quali siano i moduli che hanno probabilità di esistere, quali siano i problemi adattivi di elaborazione delle informazioni che devono saper risolvere e quale sia il tipo di struttura progettuale che ci si può aspettare che questi moduli abbiano. Tutti i meccanismi funzionali evolutivi dell’architettura psicologica di una specie devono:
La psicologia evoluzionistica è definita come una psicologia informata dal fatto che la struttura ereditaria della mente umana è il prodotto del processo evoluzionistico (Cosmides, Tooby e Barlow, 1992).
La psicologia evoluzionistica richiama il concetto di biologia evoluzionistica. Ogni branca della biologia è stata incorporata in una struttura darwiniana; con ciò, non si intende che tutta la psicologia è riconducibile ad una struttura darwiniana perché c’è sempre una parte di comportamento umano che non ha a che fare con la selezione naturale. Però, in qualunque luogo gli psicologi indaghino sugli universali umani, c’è molta probabilità che i fenomeni in questione siano biologici, innati e frutto della selezione naturale. Il termine “ universale ” non fa riferimento al fatto che da un individuo all’altro non ci sia alcuna variazione del fenomeno, ma indica che c’è un’alta probabilità che ci saranno delle variazioni 3 . Bisogna definire anche il termine “ biologico ”. Quando si dice che uno stato psicologico è biologico si intende che nel cervello c’è un processo specifico che lo controlla. Ci sono stati psicologici che sono inevitabilmente universali e altri che potrebbero essere universali, ma non inevitabilmente; i primi sono simili a istinti biologici, da cui deriva l’uso di Pinker del termine “ istinto del linguaggio ”. Pinker ha adottato con successo l’approccio evoluzionistico allo studio del linguaggio, ed è partito dal cercare di trovare una comunità umana in cui non esista alcun linguaggio. Società di questo genere non esistono perché il linguaggio fa parte del patrimonio biologico umano; tra le diverse lingue parlate nel mondo ci sono delle differenze culturali, ma l’impulso basilare a sviluppare e usare un linguaggio è universale. In modo simile, l’approccio evoluzionistico allo studio del comportamento genitoriale costituisce la parte centrale della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969); gli infanti hanno un forte impulso ad “attaccarsi” ad un adulto che si occupa di loro, e ciò ha un valore altamente adattivo in relazione sia alla sopravvivenza fisica dell’infante sia al suo benessere psicologico. La psicologia evoluzionistica considera il cervello come un organo che – tramite selezione naturale – ha sviluppato specifici meccanismi per risolvere particolari problemi di adattamento; questo tipo di approccio fu iniziato da Darwin. Esempi :
determinata dalla selezione naturale. In generale, quando si sostiene che diversi comportamenti hanno basi innate, biologiche e modulari, si fanno affermazioni che sono tra loro separabili e che necessitano di giustificazioni indipendenti. Cosmides et al. (1992) definiscono un problema adattivo come un problema la cui soluzione può influenzare – anche se alla lunga – la riproduzione, in quanto il meccanismo che modula l’evoluzione di un sistema biologico è il contributo che il sistema stesso dà al successo dell’individuo nel riprodursi; ciò costituisce il concetto comune di selezione naturale. Per riassumere… Uno degli obiettivi centrali della psicologia evoluzionistica è descrivere l’evoluzione dei meccanismi neurocognitivi; questo compito richiede, da parte dei teorici, il possesso di qualche conoscenza di ciò che i teorici come Bowlby definiscono l’ ambiente di adattamento evolutivo ( Environment of Evolutionary Adaptedness , EEA).
Il periodo inerente all’evoluzione umana riguarda due fasi: l’era del Pleistocene e le centinaia di milioni di anni precedenti; questi due periodi stabiliscono da quale insieme di ambienti e di condizioni fossero definiti i problemi adattativi che la mente era costretta a fronteggiare. Durante l’era del Pleistocene, c’è stata un’enorme evoluzione neurocognitiva: il cervello, infatti, ha triplicato le sue dimensioni; questa crescita, probabilmente, è dipesa da molte cause, ma un fattore determinante sembra essere la necessità di una più perfetta intelligenza sociale^5 , che è maggiore nei gruppi più numerosi e con interazioni sociali dalle caratteristiche più complesse, come nei gruppi dei primati. La sfida tra i primati è stata – ed è tutt’ora – quella di capire, predire e manipolare il comportamento degli altri appartenenti al gruppo. Byrne e Whiten (1988) descrivono queste attività come la natura machiavellica dell’interazione sociale : interagire allo scopo di usare gli altri per vari scopi; nei gruppi di primati, è questa intelligenza sociale che determina chi conquista una posizione di supremazia. L’ipotesi machiavellica non è stata dimostrata. Una delle ipotesi è che l’evoluzione dei primati sia caratterizzata da un aumento di complessità delle interazioni sociali che richiede, a livello cognitivo, un aumento dell’intelligenza sociale e, a livello biologico, un aumento dei diversi meccanismi cerebrali che le facciano da base.
La metafora del gioco di scacchi sociale è stata creata da Humphrey. Secondo la sua ipotesi, l’intelligenza si sarebbe evoluta per rendere gli organismi che vivono in complessi gruppi sociali capaci di comprendere la vita della comunità e di trarne vantaggio. Secondo l’autore, l’intelligenza sociale richiede lo sviluppo di alcune capacità intellettive astratte; inoltre, l’uomo deve diventare un calcolatore, capace di prevedere possibilità non ancora realizzate e di opporre la sua arguzia contro compagni del gruppo non meno acuti di lui. Come negli scacchi, l’interazione sociale richiede che:
L’attribuzione di stati mentali a un sistema complessa ( come un essere umano ) è il modo più semplice per comprenderlo. Quando parla di comprensione , Dennet intende la produzione di una spiegazione del comportamento di quel sistema complesso e la previsione di ciò che esso farà in seguito; Dennet chiama questa capacità adozione dell’atteggiamento intenzionale. Il termine atteggiamento intenzionale non si riferisce solo allo specifico stato mentale dell’azione, ma anche alla capacità dell’individuo di attribuire l’intera gamma di stati intenzionali ( credenze , desideri , pensieri , intenzioni , speranze , ricordi , paure , promesse , ecc .).
Dennet sostiene che le due alternative all’adozione dell’atteggiamento intenzionale sono tentativi di comprendere i sistemi in termini della loro struttura fisica ( atteggiamento fisico ) o del loro progetto funzionale ( atteggiamento progettuale ). L’atteggiamento fisico viene adottato per comprendere i sistemi dei quali si conosce la struttura fisica, mentre è molto difficile usarlo per cercare di comprendere il comportamento dell’altro; la lettura della mente, quindi, è una soluzione molto più semplice ed efficace rispetto all’adozione dell’atteggiamento fisico. L’atteggiamento fisico è valido in alcuni casi, ma non è in grado di fare previsioni circa il comportamento di sistemi complessi. L’atteggiamento progettuale viene adottato quando si ignora la composizione fisica di un sistema, ma si cerca di comprendere il sistema in termini delle funzioni delle sue parti osservabili. L’atteggiamento progettuale è – in una certa misura – esplicativo e permette anche di prevedere ciò che il sistema farà in seguito. Questo tipo di atteggiamento è utile quando si vuole spiegare un sistema composto di parti operative che siano chiaramente osservabili. L’atteggiamento progettuale può funzionare abbastanza bene per comprendere i riflessi umani e nello studio dei processi non osservabili, ma non è utile quando bisogna dare un senso al comportamento di una persona e prevedere i cambiamenti che, di momento in momento, avverranno nel comportamento stesso. Secondo Dennet, si usa la lettura della mente perché funziona, e l’autore non si chiede nemmeno se esistono gli stati mentali, adottando quindi un discorso pragmatico. Secondo Fodor, invece, gli individui leggono la mente perché dentro la loro testa e quella degli altri ci sono degli stati mentali e inferirne l’esistenza fornisce uno strumento efficace per comprendere e prevedere il comportamento; inoltre, secondo lui, la soluzione prodotta dall’evoluzione per rendere gli individui capaci di capire e prevedere il proprio comportamento e quello degli altri corrisponde all’ atteggiamento intenzionale (cioè, la lettura della mente). Si tratta di una teoria semplice ed efficace da usare, ed è ciò di cui si ha bisogno quando bisogna districarsi nelle situazioni interpersonali. Secondo i Churchland, gli individui usano la lettura della mente, ma sostengono che l’ipotesi della reale esistenza degli stati mentali sia falsa. La lettura della mente viene definita anche come psicologia del senso comune 6
. Secondo Dennet, l’individuo usa costantemente la psicologia del senso comune per spiegare e prevedere il comportamento reciproco. Un'altra alternativa della lettura della mente è l’adozione dell’ atteggiamento di evenienza , che comporta l’apprendere o il riconoscere in maniera innata tra i comportamenti di un altro individuo le evenienze comportamentali e i loro effetti. L’atteggiamento di evenienza può essere considerato come una sottospecie dell’atteggiamento progettuale; inoltre, adottare questo atteggiamento significa descrivere l’individuo come farebbe un comportamentista. Adottando l’atteggiamento di evenienza, i segnali di allarme comportamentali possono essere colti solo se disponibili, mentre la lettura della mente permette di prevedere il comportamento anche in situazioni in cui non ci sono segnali comportamentali.
La lettura della mente permette di dare un senso alla comunicazione. Alcuni teorici ( Grice , Sperber e Wilson , Austin ) hanno sostenuto che, quando si sente qualcuno dire qualcosa, oltre a decodificare il referente di ciascuna parola, ciò che si fa – nel cercare il significato delle 6 Questo termine sembra più adatto perché ricorda che si tratta semplicemente del modo quotidiano di comprendere la gente.
parole – è immaginar quale potrebbe essere l’intenzione comunicativa del parlante, ovvero ci si chiede cosa intende e dove vuole arrivare ; quindi, non solo si presta attenzione alle parole reali usate dal parlante, ma ci si concentra anche su ciò che si pensa sia il succo di quello che il parlante voleva dire o voleva che gli altri capissero. Sperber e Wilson (1986) chiamano questo aspetto ricerca di pertinenza : l’ascoltatore presuppone che il significato di un’espressione sarà pertinente alle intenzioni attuali del parlante. Un altro aspetto in cui la lettura della mente gioca un ruolo importante per la comunicazione è che il parlante controlla le necessità di informazione dell’ascoltatore, cioè ciò che – secondo la valutazione del parlante – l’ascoltatore può già sapere o non sapere e quali informazioni il parlante debba fornire affinché l’ascoltatore sia in grado di comprendere il messaggio. Un ultimo significato della stretta correlazione tra linguaggio e lettura della mente si basa sull’ipotesi che il linguaggio funzioni principalmente come una “copia” dei contenuti della mente. Per riassumere… La lettura della mente risulta valida per molti motivi importanti ( comprensione sociale , possibilità di previsioni del comportamento , interazione sociale , comunicazione ). La mancanza di soluzione alternative in grado di competere con la lettura della mente spiega perché la selezione naturale potrebbe aver privilegiato la lettura della mente quale soluzione adattiva del problema di fare previsioni circa il comportamento e di condividere le informazioni.
meccanica, il cui scopo è arrivare ad una descrizione del mondo in termini di costituzione meccanica dei corpi fisici e degli eventi ai quali essi prendono parte. Dall’altra parte, l’ID è simile a ciò che Leslie chiama ToMM 1 ( Theory of Mind Mechanism, System 1 ), in quanto interpreta le azioni degli agenti come azioni dirette a uno scopo. Però, mentre nel Tomm 1 è concentrato solo sull’agente, l’ID è in grado di leggere la direzione verso uno scopo anche nei movimenti prodotti da non-agenti. PROVE Ci sono quattro fonti di prove che confermano l’esistenza dell’ID:
Il rilevatore della direzione degli occhi è un meccanismo che funziona solo tramite la vista. Ha tre funzioni basilari: individuazione degli occhi, individuazione della direzione degli occhi e interpretazione dello sguardo come “vedere”. INDIVIDUAZIONE DEGLI OCCHI L’ipotesi è che, dovunque l’EDD individui stimoli simili a occhi, si concentri su questi stimoli per impulsi relativamente lunghi e cominci a tenere sotto controllo ciò che gli occhi fanno, per poi rappresentare i vari comportamenti degli occhi. Maurer et al. hanno scoperto che infanti di due mesi guardavano gli occhi quasi per la stessa durata di tempo che impiegavano per guardare l’intera faccia; questi risultati dimostrano una preferenza naturale per il guardare gli occhi piuttosto che altre parti del viso. Durante l’allattamento al seno, il bambino si trova in una buona posizione per vedere gli occhi della madre; le madri, a loro volta, guardano i bambini per una durata di tempo molto lunga (più di trenta secondi) e questo fatto rende i loro occhi molti simili a ciò che Stern (1977) ha definito stimoli “ sovranormali ”. Può essere che sia il contrasto degli occhi della madre a conferire loro rilevanza nel viso. INDIVIDUAZIONE DELLA DIREZIONE DEGLI OCCHI Questa funzione consiste nel computare se gli occhi che l’EDD sta guardando sono diretti verso di esso o verso qualcos’altro; a questo scopo, l’EDD deve rappresentare la relazione esistente tra gli occhi che ha individuato e la cosa verso la quale gli occhi sono diretti. Ci sono principalmente due fonti di prove:
che guarda dritto e uno che guarda altrove, in alcune coppie si ha come indizio solo la direzione degli occhi, e in altre coppie si ha come indizio la direzione del naso e quella degli occhi. Ne risulta che bambini normali di tre anni sono in grado di cogliere questa distinzione tra l’uno o l’altro insieme di indizi.
La funzione chiave del meccanismo dell’attenzione condivisa è quella di costruire le rappresentazioni triadiche. Una rappresentazione triadica è una rappresentazione di una relazione triadica; le relazioni triadiche esplicitano le relazioni tra un Agente, il Sé e un Oggetto. Nella rappresentazione triadica è insito un elemento che specifica che l’Agente e il Sé sono entrambi interessati al medesimo oggetto. Una relazione triadica contiene in sé una rappresentazione diadica. Il SAM costruisce rappresentazioni triadiche utilizzando qualsiasi informazione disponibile circa lo stato percettivo di un’altra persona. Il SAM costruisce una rappresentazione triadica dopo aver ricevuto informazioni su ciò che un’altra persona sta guardando; dato che queste informazioni devono essere acquisite attraverso il controllo della direzione degli occhi di un’altra persona, ciò significa che il SAM ha ricevuto le sue informazioni dall’EDD. Il SAM può costruire rappresentazioni triadiche, specificando l’attenzione condivisa, solo se riceve informazioni circa lo stato percettivo di un altro agente; allora, computa l’attenzione condivisa confrontando lo stato percettivo di un altro agente con l’attuale stato percettivo del sé. È come un comparatore, che fonde le rappresentazioni diadiche riguardanti lo stato percettivo di un altro e le rappresentazioni diadiche riguardanti lo stato percettivo del sé entro una rappresentazione triadica. Per il SAM, costruire rappresentazioni triadiche tramite l’EDD è più semplice perché comporta solo il tenere sotto controllo la direzione dello sguardo di un’altra persona verso un oggetto e poi verificare una o due 8 Esempio : le risposte galvaniche della pelle aumentano a seguito del contatto oculare reciproco; si ha anche l’attivazione del tronco dell’encefalo in risposta a stimoli costituiti da occhi nelle scimmie caudate.
Il meccanismo della teoria della mente è un sistema che serve per inferire dal comportamento l’intera gamma degli stati mentali. Fino ad ora, gli altri tre meccanismi ci hanno condotto al punto di essere in grado di leggere il comportamento in termini di stati mentali volizionali e di leggere la direzione degli occhi in termini di stati mentali percettivi; il ToMM ha la funzione di rappresentare l’insieme degli stati mentali epistemici e di trasformare queste conoscenze mentalistiche in una teoria utile. RAPPRESENTARE GLI STATI MENTALI EPISTEMICI L’ipotesi è che il ToMM elabori rappresentazioni di atteggiamenti proposizionali della forma Agente – Atteggiamento – Proposizione. Leslie chiama queste rappresentazioni Rappresentazioni-M e sostiene che sono determinanti per la capacità di rappresentare stati mentali epistemici; ciò perché l’atteggiamento è diretto verso una proposizione, e questa può essere falsa mentre l’intera Rappresentazione-M è vera. In questo modo, il ToMM consente l’ opacità referenziale , cioè la proprietà di tenere in sospeso le normali relazioni di verità delle proposizioni. Ci sono prove a favore di questa funzione:
Durante le fasi 2 e 3, i meccanismi più veloci continuano a funzionare, ma i pochi stati mentali che rappresentano hanno solo due proprietà dell’intenzionalità, che sono la tematicità e l’ aspettualità ; i concetti relativi agli atteggiamenti epistemici elaborati dal ToMM hanno un’altra proprietà dell’intenzionalità, cioè la possibilità di rappresentazioni false. Il ToMM è quindi più versatile, e può rappresentare una gamma maggiore di termini che designano stati mentali. MODULARITÀ E LETTURA DELLA MENTE Secondo Fodor, mente e cervello hanno un’organizzazione modulare; per lui, i moduli sono dotati di: a) specificità per dominio; b) incapsulamento; c) attivazione obbligatoria; d) output superficiali; e) velocità; f) inaccessibilità alla coscienza; g) un caratteristico corso ontogenetico; h) un’architettura neurale addetta allo scopo; i) un caratteristico schema di disattivazione. Secondo Bates, i primi sei principi si applicano anche al “sovrapprendimento”, in cui le abilità apprese diventano automatiche; gli altri tre principi sono veri moduli “biologici”, ma non è ancora chiaro quale sia il ruolo dei fattori innati e quale quello dei fattori esperienziali nello sviluppo di questi moduli. Quando questi criteri sono applicati ai meccanismi di lettura della mente, risulta che alcuni rientrano meglio di altri nel concetto di modularità.; per tale ragione, questi sistemi sono chiamati meccanismi neurocognitivi.
Si tratta quindi di un problema molto importante del funzionamento del SAM. Nelle persone cieche, il SAM funziona al suo meglio tramite udito e tatto, mentre nella maggior parte dei bambini autistici sembra non funzionare in nessuna modalità. In generale, se portano un oggetto a qualcuno o conducono qualcuno verso un oggetto, lo fanno solo quando vogliono che la persona agisca su quell’oggetto, non si tratta di attenzione condivisa, ma sono comportamenti strumentali che non denotano il desiderio di condividere interesse con un’altra persona. Spesso, i bambini autistici parlano con una voce troppo alta o troppo bassa, o con una piccola inflessione della voce; i bambini normali modulano la propria intonazione per rendere il discorso interessante e udibile all’ascoltatore, ma i bambini autistici non lo fanno perché gli manca il concetto dell’altro in quanto ascoltatore interessato. L’ipotesi è che il deficit di attenzione condivisa sia dovuta ad una menomazione del SAM, e questo porta a due conseguenze: le rappresentazioni triadiche non possono essere costruite in nessuna modalità e non c’è alcun output proveniente dal SAL per attivare il ToMM, e quindi tutti i suoi aspetti dovrebbero essere menomati.
Se nei bambini autistici c’è una disfunzione del ToMM, allora dovrebbero incontrare difficoltà nel comprendere lo stato epistemico del credere. Secondo Dennet, il modo migliore per verificare la comprensione della credenza nel bambino autistico è indagare se è in grado di capire che qualcuno potrebbe nutrire una falsa credenza; questo test potrebbe rappresentare un modo per verificare se un organismo ha una “teoria della mente”, dato che diventa possibile distinguere senza rischio di ambiguità tra la credenza del bambino e la sua consapevolezza della credenza di qualcun altro. Winner e Penne (1983) hanno seguito questa ipotesi progettando un test della falsa credenza , dimostrando che – intorno ai 3-4 anni – i bambini normali superano questo tipo di test. Il test è stato poi adattato per poterlo usare con bambini autistici, bambini con sindrome di Down e bambini normali. Il test consiste nel vedere che Sally mette una biglia in un posto e che mentre Sally è via Anne mette la biglia in un altro posto; il bambino deve riconoscere che Sally non sa che la biglia è stata spostata e che quindi crede che sia dove l’ha messa lei. Alla domanda Dove Sally cercherà la sua biglia , i bambini normali e alcuni bambini con la sindrome di Down rispondono correttamente, mentre solo una piccola percentuale di bambini autistici dà la risposta corretta (la maggior parte indica realmente dov’è la biglia); gli stessi risultati si ottengono con la domanda Dove Sally pensa che sia la biglia. Essendo che i bambini autistici sono più grandi e hanno un’età mentale 11 superiore rispetto ai bambini dei gruppi di controllo, questo studio suffraga la tesi secondo cui nell’autismo lo stato mentale della credenza viene compreso in scarsa misura. Usando il test degli Smarties (Perner, Frith, Leslie e Leekam, 1989), sono stati ottenuti gli stessi risultati. Al bambino viene mostrato un tubetto di Smarties – che per lui è famigliare – e poi gli viene chiesto Cosa pensi che ci sia qui dentro , e gli fa vedere che in realtà il tubetto contiene matite. Dopodiché, lo sperimentatore chiude il tubetto e pone due domande di credenza al bambino:
oppure azioni casuali di un personaggio su un oggetto inanimato. I bambini autistici riportano risultati molto scadenti nelle storie che richiedono la comprensione della credenza, mentre, nel mettere in sequenza le storie che implicano desideri e scopi del personaggio, sono bravi tanto quanto i bambini affetti da sindrome di Down o i bambini normali del gruppo di controllo. Questo dimostra che nei bambini autistici l’ID funziona normalmente, mentre il ToMM è danneggiato. Questo esperimento dimostra che il deficit – specifico dell’autismo – nella comprensione delle credenze in quanto cause psicologiche del comportamento non è dovuto a difficoltà generali del linguaggio o ad un’incapacità di comprendere la causalità; inoltre, esclude un deficit generale della sequenzialità. La maggior parte dei bambini autistici non è in grado di superare i test di comprensione delle credenze, ma una piccola percentuale (20-35%) ne è capace. Questi soggetti tendono ad essere gli stessi nei diversi test, e questo può portare a concludere che – sulla base delle apparenze – essi appartengono ad una minoranza dotata di talento, la cui comprensione di credenza è intatta. In realtà, questo è dovuto all’” effetto soffitto ”: superare il test Sally-Anne non significa avere un ToMM normale, perché molti test di falsa credenza sono somministrati ad un’età mentale di 3-4 anni, mentre i bambini autistici considerati in questo studio hanno un’età mentale superiore. Viene quindi usato un test di comprensione della credenza più difficile da superare ( ideato da Perner e Wimmer, 1985 ), e molti adolescenti autistici falliscono completamente questo test, anche se hanno un livello linguistico almeno equivalente a quello di un bambino di 7 anni. Per i bambini normali, è più facile comprendere la conoscenza piuttosto che la credenza perché, essendo la conoscenza credenza vera, dovrebbe essere più semplice della credenza falsa. Leslie e Frith (1988) hanno effettuato test per verificare se i bambini autistici comprendono la conoscenza. Al bambino viene fatto vedere un attore che guardo lo sperimentatore nascondere una pedina; quando l’attore esce, lo sperimentatore chiede al bambino di mettere una seconda pedina in un altro nascondiglio. Al bambino viene poi chiesto dove l’attore cercherebbe una pedina una volta rientrato. Circa la metà dei bambini autistici ha superato questo test, indicando il posto dove l’attore sa che c’è la pedina. Questo fa pensare che per i bambini autistici sia leggermente più facile comprendere al conoscenza piuttosto che la credenza, ma che la maggioranza presenti deficit nella comprensione di entrambi gli stati mentali 12 . Se è vero che i bambini autistici hanno una menomazione del funzionamento del ToMM, allora dovrebbero avere anche difficoltà nel comprendere lo stato mentale delle finzioni. Molti studi hanno affrontato questo problema in modo indiretto, seguendo il seguente ragionamento logico: per fingere bisogna capire come il fingere sia differente dal non fingere; bisogna osservare, quindi, se il bambino riesce a produrre “scene di finzione” quando gioca. Oggi esiste una serie di studi che dimostra come, nei bambini autistici, il gioco di finzione spontaneo sia gravemente carente o del tutto assente. COSTRUZIONE DI UNA TEORIA DELLA MENTE Se nei bambini autistici il ToMM è danneggiato, ci si deve aspettare che anche la teoria mentalistica posseduta dai bambini normali sia mancante o disturbata. Ci sono alcuni assiomi della teoria della mente, infatti, che sono instabili o assenti. Il primo assioma è “ vedere porta a conoscere ”. Perner et al. (1989) hanno sottoposto a esperimento questo aspetto: fanno vedere ai soggetti un oggetto che viene nascosto, ma senza la presenza di un complice, poi si chiede al bambino chi sa che cosa è stato nascosto e a chi sia permesso guardare; nonostante la maggioranza dei bambini autistici risponde correttamente alla domanda sul guardare , solo la metà sa rispondere alla domanda sul sapere. Baron-Cohen e Goohart (1994) hanno usato lo stesso metodo che Pratt e Bryant (1990) hanno utilizzato su bambini normali di 3 anni. Al soggetto, dopo che vede un attore guardare dentro una scatola e un altro attore toccare semplicemente la scatola, viene chiesto quale dei due attori sa che cosa c’è nella scatola. Tra i bambini autistici, solo un terzo supera il test; tra i bambini con handicap mentale, tre quarti rispondono correttamente. Altre prove indirette del fatto che questo principio crei difficoltà ai bambini autistici provengono da uno studio naturalistico (^12) Reed e Peterson (1990) hanno continuato a replicare questi risultati, inserendo un gruppo di controllo di bambini con handicap mentale. Anche essi hanno scoperto gravi carenze sia nella comprensione della conoscenza, sia nella comprensione della credenza.
Se – come sembra – la maggior parte dei bambini autistici non è consapevole della distinzione tra apparenza e realtà, il loro mondo deve essere dominato più dalle percezioni e dalle sensazioni del momento; inoltre, il modo sociale deve apparire loro in gran parte imprevedibile, e anche spaventoso. ToMM NEI BAMBINI E NEGLI ADULTI AFFETTI DA CECITÀ MENTALE Se nei bambini ciechi il SAM è intatto, anche il ToMM deve esserlo. Ci si potrebbe aspettare che la cecità provochi un ritardo nel funzionamento del SAM, dato che l’unico input a disposizione di un bambino cieco gli arriva tramite l’ID; infatti, una percentuale di bambini ciechi dalla nascita manifesta inizialmente alcune caratteristiche “autistiche”. Tuttavia, questi ritardi e ostacoli non dovrebbero impedire che prima o poi il SAM funzioni. Che il ToMM sia intatto nelle persone cieche è evidente per il fatto che gli adulti ciechi manifestano la capacità di partecipare normalmente alle relazioni sociali. Il SAM dovrebbe essere intatto anche in un adulto nato sia sordo che cieco, anche se il suo uso sarebbe basato in larga misura sulle informazioni tattili; in questi casi, il SAM dovrebbe, quindi, poter attivare il ToMM.
Fino ad ora si è parlato dei quattro meccanismi solo a livello cognitivo. Il livello cognitivo corrispinde al livello funzionale, e queste descrizioni fanno solitamente riferimento al flusso delle informazioni e alla loro elaborazione, nonché al modo in cui queste informazioni vengono rappresentate. Il livello cognitivo della descrizione rappresenta anche un esempio di come gli scienziati adottino quello che Dennet definisce “atteggiamento progettuale”. Ora, però, bisogna adottare quello che Dennet definisce “atteggiamento fisico”.
Secondo Humphrey, la capacità di leggere la mente è interamente dovuta all’evoluzione di un “occhio della mente”, che consente l’introspezione dei propri stati mentali. L’ occhio della mente fornisce una rappresentazione parziale e selettiva della propria area di informazione, ma – al pari di tutti gli altri organi di senso – è stato progettato dall’evoluzione in modo tale che la sua rappresentazione sia una descrizione “al servizio dell’utente”, in modo da comunicare all’animale – in forma comprensibile – quello che gli occorre sapere, fornendogli una specie di magica chiave interpretativa atta a tradurre i propri stati fisici in stati psichici coscienti. La proposta di Humphrey è sensata: noi siamo consapevoli dei nostri pensieri e sentimenti, e il termine “occhio della mente” è particolarmente adatto a definire questa consapevolezza. Secondo la teoria neurale , il sistema di lettura della mente è istanziato in un circuito cerebrale a tre nodi, che comprende il solco temporale superiore (STS), la corteccia orbitofrontale (OFC) e l’amigdala. EDD E CERVELLO L’EDD sembra localizzato nel solco temporale superiore e nell’amigdala. Ci sono delle prove a favore di ciò: