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La Teoria della Mente nell'Autismo: Un'analisi dei Deficit Cognitivi, Sintesi del corso di Psicologia della Comunicazione

La teoria della mente (tomm) e il suo ruolo nell'autismo, analizzando i deficit cognitivi che caratterizzano questa condizione. Attraverso studi e ricerche, il documento evidenzia come i bambini autistici presentano difficoltà nella comprensione degli stati mentali, nella capacità di attribuire intenzioni e credenze agli altri, e nell'interpretazione del comportamento in termini mentali. Vengono approfonditi i test utilizzati per valutare la tomm nei bambini autistici, come il test di sally e anne, e vengono discusse le implicazioni di questi deficit per la vita sociale e relazionale degli individui autistici.

Tipologia: Sintesi del corso

2021/2022

In vendita dal 02/02/2025

sara-camoni
sara-camoni 🇮🇹

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INTRODUZIONE
Noi viviamo in universi costruiti culturalmente, ma l’esile superficie della costruzione culturale viene
ridimensionata e resa possibile – dai profondi substrati di costruzione cognitiva tipica della specie e
frutto dell’evoluzione. Abitiamo in universi mentali popolati dalle produzioni computazionali di eserciti di
automi neurali specializzati prodotti dall’evoluzione, che:
Segmentano le parole traendole dal flusso uditivo continuo;
Costruiscono un mondo di oggetti interni tratti da margini e gradienti del nostro spettro retinale a
due dimensioni;
Deducono lo scopo di un gancio dalla sua forma;
Riconoscono e ci fanno percepire le risposte negative di un’interlocutrice dal movimento dei suoi
occhi;
Identificano le intenzioni collaborative tra individui dalla loro attenzione congiunta e dalle loro
risposte emotive comuni, ecc.
Ognuno degli automi neurali responsabili di queste costruzioni rappresenta il prodotto della selezione
naturale che ha operato attraverso le generazioni, e ognuno di essi dà il proprio contributo al modello
cognitivo del mondo che gli individui sperimentano come realtà. Dato che questi meccanismi sono
presenti in tutte le menti umane, la maggior parte di quello che costruiscono è uguale per tutti; le
rappresentazioni prodotte da questi meccanismi universali costituiscono, quindi, il fondamento della
realtà comune e della capacità di comunicare. Siccome le macchine operano in modo automatico, però,
non si è consapevoli delle loro continue operazioni, scambiando la rappresentazione che costruiscono
per un mondo che si rivela tramite i sensi.
A causa del loro carattere universale, si è rimasti ciechi all’esistenza del meccanismo che costituisce la
maggior parte dell’architettura della mente umana, cioè l’insieme degli istinti cognitivi; questa cecità agli
istinti è salutare per l’individuo, ma ha avuto un effetto deformante sulla psicologia scientifica. Questi
meccanismi hanno risolto molti dei problemi computazionali connessi con la costruzione del mondo in
modo automatico, tanto che gli scienziati ne hanno ignorato l’esistenza; di conseguenza, la psicologia ha
mantenuto un approccio empirista fino al XX secolo, basandosi sul presupposto che esistesse un
“mondo” preconfezionato che agiva nonostante i sensi e attraverso i meccanismi di apprendimento di
scopi generali per costruire i concetti, le strutture interpretative e l’organizzazione mentale.
Negli ultimi due decenni, la psicologia scientifica ha cominciato a sottrarsi dai vincoli della psicologia del
senso comune; un primo distacco è stato determinato da una serie di incontri con sistemi mentali diversi
che hanno richiamato l’attenzione degli scienziati su capacità umane naturali trascurate in precedenza e
sui problemi computazionali che queste capacità risolvono automaticamente. I diversi fattori con cui gli
psicologi si sono confrontati (es. menti artificiali costruite in laboratorio, mente in sviluppo dei neonati e
dei bambini, individui con menomazioni neurofisiologiche) gli hanno dato la misura della necessità – e della
reale esistenza – di un vasto e sconosciuto universo di problem-solver computazionali che costruiscono
e interpretano il mondo.
Invece di considerare il mondo come la forza che organizza la mente, oggi i ricercatori ritengono che sia
la mente a imporre al mondo i propri preesistenti tipi di organizzazione, inventati dalla selezione naturale
durante la storia evolutiva della specie. In questa prospettiva, l’architettura cognitiva assomiglia a una
confederazione di tantissimi computer (spesso chiamati moduli), ognuno dei quali ha una propria
funzione. Ogni dispositivo segue un programma e impone dall’esterno la propria organizzazione ai diversi
segmenti del mondo. Per risolvere la sfera di problemi che gli competono, un modulo è progettato per
interpretare il mondo secondo i propri termini e le proprie strutture preesistenti, operando
principalmente o solamente con un “lessico” specializzato
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.
Aver compreso che la mente umana è altamente multimodulare ha spostato la psicologia moderna in
paesaggio teorico diverso da quello degli approcci empiristici classici del passato. In questa nuova fase
della rivoluzione cognitiva, la scoperta e la mappatura di nuovi moduli del cervello umano funzionalmente
specializzati costituiranno le principali attività di ricerca; inoltre, gli psicologi stanno cercando di fare in
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Si intende un insieme di procedimenti, schemi ed elementi primari rappresentazionali che soddisfano strettamente le esigenze dell’insieme
di problemi che ne costituiscono l’obiettivo.
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Scarica La Teoria della Mente nell'Autismo: Un'analisi dei Deficit Cognitivi e più Sintesi del corso in PDF di Psicologia della Comunicazione solo su Docsity!

INTRODUZIONE

Noi viviamo in universi costruiti culturalmente, ma l’esile superficie della costruzione culturale viene ridimensionata – e resa possibile – dai profondi substrati di costruzione cognitiva tipica della specie e frutto dell’evoluzione. Abitiamo in universi mentali popolati dalle produzioni computazionali di eserciti di automi neurali specializzati prodotti dall’evoluzione, che:

  • Segmentano le parole traendole dal flusso uditivo continuo;
  • Costruiscono un mondo di oggetti interni tratti da margini e gradienti del nostro spettro retinale a due dimensioni;
  • Deducono lo scopo di un gancio dalla sua forma;
  • Riconoscono e ci fanno percepire le risposte negative di un’interlocutrice dal movimento dei suoi occhi;
  • Identificano le intenzioni collaborative tra individui dalla loro attenzione congiunta e dalle loro risposte emotive comuni, ecc. Ognuno degli automi neurali responsabili di queste costruzioni rappresenta il prodotto della selezione naturale che ha operato attraverso le generazioni, e ognuno di essi dà il proprio contributo al modello cognitivo del mondo che gli individui sperimentano come realtà. Dato che questi meccanismi sono presenti in tutte le menti umane, la maggior parte di quello che costruiscono è uguale per tutti; le rappresentazioni prodotte da questi meccanismi universali costituiscono, quindi, il fondamento della realtà comune e della capacità di comunicare. Siccome le macchine operano in modo automatico, però, non si è consapevoli delle loro continue operazioni, scambiando la rappresentazione che costruiscono per un mondo che si rivela tramite i sensi. A causa del loro carattere universale, si è rimasti ciechi all’esistenza del meccanismo che costituisce la maggior parte dell’architettura della mente umana, cioè l’ insieme degli istinti cognitivi ; questa cecità agli istinti è salutare per l’individuo, ma ha avuto un effetto deformante sulla psicologia scientifica. Questi meccanismi hanno risolto molti dei problemi computazionali connessi con la costruzione del mondo in modo automatico, tanto che gli scienziati ne hanno ignorato l’esistenza; di conseguenza, la psicologia ha mantenuto un approccio empirista fino al XX secolo, basandosi sul presupposto che esistesse un “mondo” preconfezionato che agiva nonostante i sensi e attraverso i meccanismi di apprendimento di scopi generali per costruire i concetti, le strutture interpretative e l’organizzazione mentale. Negli ultimi due decenni, la psicologia scientifica ha cominciato a sottrarsi dai vincoli della psicologia del senso comune; un primo distacco è stato determinato da una serie di incontri con sistemi mentali diversi che hanno richiamato l’attenzione degli scienziati su capacità umane naturali trascurate in precedenza e sui problemi computazionali che queste capacità risolvono automaticamente. I diversi fattori con cui gli psicologi si sono confrontati (es. menti artificiali costruite in laboratorio , mente in sviluppo dei neonati e dei bambini , individui con menomazioni neurofisiologiche ) gli hanno dato la misura della necessità – e della reale esistenza – di un vasto e sconosciuto universo di problem-solver computazionali che costruiscono e interpretano il mondo. Invece di considerare il mondo come la forza che organizza la mente, oggi i ricercatori ritengono che sia la mente a imporre al mondo i propri preesistenti tipi di organizzazione, inventati dalla selezione naturale durante la storia evolutiva della specie. In questa prospettiva, l’architettura cognitiva assomiglia a una confederazione di tantissimi computer (spesso chiamati moduli), ognuno dei quali ha una propria funzione. Ogni dispositivo segue un programma e impone dall’esterno la propria organizzazione ai diversi segmenti del mondo. Per risolvere la sfera di problemi che gli competono, un modulo è progettato per interpretare il mondo secondo i propri termini e le proprie strutture preesistenti, operando principalmente o solamente con un “lessico” specializzato^1. Aver compreso che la mente umana è altamente multimodulare ha spostato la psicologia moderna in paesaggio teorico diverso da quello degli approcci empiristici classici del passato. In questa nuova fase della rivoluzione cognitiva, la scoperta e la mappatura di nuovi moduli del cervello umano funzionalmente specializzati costituiranno le principali attività di ricerca; inoltre, gli psicologi stanno cercando di fare in 1 Si intende un insieme di procedimenti, schemi ed elementi primari rappresentazionali che soddisfano strettamente le esigenze dell’insieme di problemi che ne costituiscono l’obiettivo.

modo che le loro teorie e scoperte risultino coerenti con le altre scienze naturali (es. biologia dello sviluppo , fisica , ecc .): la psicologia sta quindi diventando un’autentica scienza naturale. Uno degli orientamenti più significativi nella “naturalizzazione” delle scienze psicologiche è l’uso dei dati e degli strumenti provenienti dalla biologia evoluzionistica, dall’ecologia comportamentale, dalla primatologia e dalla paleoantropologia umana; questi campi hanno iniziato a fornire un elenco dettagliato di funzioni innate preposte all’elaborazione delle informazioni. Poter disporre di determinate teorie della funzione adattiva può indicare agli scienziati cognitivi quali siano i moduli che hanno probabilità di esistere, quali siano i problemi adattivi di elaborazione delle informazioni che devono saper risolvere e quale sia il tipo di struttura progettuale che ci si può aspettare che questi moduli abbiano. Tutti i meccanismi funzionali evolutivi dell’architettura psicologica di una specie devono:

  1. Essere attribuiti all’opera della selezione naturale;
  2. Essere coerente con i suoi principi;
  3. Essere organizzati e designati in modo specifico alla soluzione di gruppi identificabili di problemi biologici di elaborazione dell’informazione definiti dalla selezione operante entro il contesto di un modo ancestrale di vita della specie. La ricerca di Baron-Cohen anticipa quella che potrà essere la scienza psicologica del nuovo secolo, e lo si vedrà meglio all’interno del volume. L’autore espone una serie di ipotesi che delineano le caratteristiche progettuali e le interrelazioni tra i moduli responsabili dei successi quotidiani: un rivelatore della direzione degli occhi, un rivelatore dell’intenzionalità, un meccanismo dell’attenzione condivisa, ecc. Nel costruire le sue argomentazioni, intreccia le varie informazioni provenienti da diverse discipline, creando la prima dimostrazione della scienza naturale del meccanismo mentale che mette in atto il linguaggio degli occhi. È probabile che questa attenzione nei confronti della possibilità di integrare i risultati provenienti da diverse discipline sarà la caratteristica più importante della psicologia del XXI secolo. Molti scienziati cognitivi ipotizzano che gli esseri umani interpretino il comportamento altrui in termini mentalistici perché tutti sono dotati di un modulo di “teoria della mente” ( Theory of Mind Mechanism , TOMM) che interpreta gli altri esseri umani usando termini mentalistici come proprio linguaggio nativo. Un meccanismo ben progettato, però, può comunque guastarsi. Una persona con TOMM danneggiato è cieca all’esistenza della mente altrui, anche se vive nello stesso mondo fisico delle persone che non hanno questo danno. Baron-Cohen et al. sono stati i primi a proporre che un individuo con autismo avesse il TOMM danneggiato, e questo spiegherebbe anche la costellazione di sintomi manifestata da questi soggetti. Analizzando i meccanismi concomitanti che servono al TOMM per funzionare, gli autori hanno individuato e rintracciato – in modo sperimentale – i collegamenti computazionali di questo meccanismo con ciò che lui ha chiamato il rivelatore della direzione dello sguardo ( Eye DIrection Detector , EDD), il meccanismo dell’attenzione condivisa ( Shared-Attention Mechanism , SAM) e il rivelatore dell’intenzionalità ( Intentionality Detector , ID); Baron-Cohen et al. hanno usato questi nuovi modelli cognitivi per sviluppare un metodo che consente di identificare l’autismo prima ancora di quanto si ritenesse possibile.

CAPITOLO 2. PSICOLOGIA EVOLUZIONISTICA E GIOCO DI SCACCHI

SOCIALE

La psicologia evoluzionistica è definita come una psicologia informata dal fatto che la struttura ereditaria della mente umana è il prodotto del processo evoluzionistico (Cosmides, Tooby e Barlow, 1992).

Che cos’è la psicologia evoluzionistica?

La psicologia evoluzionistica richiama il concetto di biologia evoluzionistica. Ogni branca della biologia è stata incorporata in una struttura darwiniana; con ciò, non si intende che tutta la psicologia è riconducibile ad una struttura darwiniana perché c’è sempre una parte di comportamento umano che non ha a che fare con la selezione naturale. Però, in qualunque luogo gli psicologi indaghino sugli universali umani, c’è molta probabilità che i fenomeni in questione siano biologici, innati e frutto della selezione naturale. Il termine “ universale ” non fa riferimento al fatto che da un individuo all’altro non ci sia alcuna variazione del fenomeno, ma indica che c’è un’alta probabilità che ci saranno delle variazioni 3 . Bisogna definire anche il termine “ biologico ”. Quando si dice che uno stato psicologico è biologico si intende che nel cervello c’è un processo specifico che lo controlla. Ci sono stati psicologici che sono inevitabilmente universali e altri che potrebbero essere universali, ma non inevitabilmente; i primi sono simili a istinti biologici, da cui deriva l’uso di Pinker del termine “ istinto del linguaggio ”. Pinker ha adottato con successo l’approccio evoluzionistico allo studio del linguaggio, ed è partito dal cercare di trovare una comunità umana in cui non esista alcun linguaggio. Società di questo genere non esistono perché il linguaggio fa parte del patrimonio biologico umano; tra le diverse lingue parlate nel mondo ci sono delle differenze culturali, ma l’impulso basilare a sviluppare e usare un linguaggio è universale. In modo simile, l’approccio evoluzionistico allo studio del comportamento genitoriale costituisce la parte centrale della teoria dell’attaccamento (Bowlby, 1969); gli infanti hanno un forte impulso ad “attaccarsi” ad un adulto che si occupa di loro, e ciò ha un valore altamente adattivo in relazione sia alla sopravvivenza fisica dell’infante sia al suo benessere psicologico. La psicologia evoluzionistica considera il cervello come un organo che – tramite selezione naturale – ha sviluppato specifici meccanismi per risolvere particolari problemi di adattamento; questo tipo di approccio fu iniziato da Darwin. Esempi :

  • Si possono presentare problemi adattivi, come trasmettere le informazioni tra gli individui , e la soluzione è un centro del cervello preposto al linguaggio;
  • Ci possono essere problemi legati alla distinzione di oggetti di forma e misura identiche , e in questo caso la soluzione è un centro nel cervello preposto alla visione del colore.
  • Il sistema di attaccamento risolve il problema adattivo di assicurare la sopravvivenza ai membri immaturi della specie. Per chiarire questo concetto, Cosmides et al. (1992) usano una metafora in cui il cervello è paragonato a un coltello in dotazione all’esercito svizzero: ogni lama di questo coltello è destinata ad uno scopo specifico, e di conseguenza non ha senso usare il cavatappi per avvitare; allora stesso modo, il cervello usa moduli specializzati per quelle funzioni per risolvere le quali si sono evoluti^4. La psicologia evoluzionistica, quindi, mira a spiegare il funzionamento di meccanismi e processi cognitivi specifici degli esseri umani ; inoltre, mira a spiegare gli aspetti neurobiologici , il valore adattivo , la filogenesi e l’ontogenesi di questi meccanismi e mira a descrivere qualsiasi patologia relativa a questi meccanismi. Non è consequenziale che solo gli universali siano biologici, ma anche le differenze individuali possono essere biologiche; allo stesso modo, non è detto che una cosa sia innata per il solo fatto di essere biologica, e non è detto che una cosa debba avere una struttura modulare per il solo fatto di essere innata. Infine, anche se una cosa è innata e modulare, resta ancora una questione aperta se sia (^3) Questo aspetto viene paragonato con il fatto che ci sono grandi variazioni nelle dimensioni degli stomaci umani, ma ciò che conta è che ogni corpo umano ha il suo stomaco. In questo senso, si sostiene l’ipotesi che la lettura della mente è universale. 4 Il termine modulo è preso in prestito da Fodor. Secondo lui, per definire un modulo devono essere rispettati dei criteri, ma non sempre questi criteri possono essere applicati a tutti i moduli.

determinata dalla selezione naturale. In generale, quando si sostiene che diversi comportamenti hanno basi innate, biologiche e modulari, si fanno affermazioni che sono tra loro separabili e che necessitano di giustificazioni indipendenti. Cosmides et al. (1992) definiscono un problema adattivo come un problema la cui soluzione può influenzare – anche se alla lunga – la riproduzione, in quanto il meccanismo che modula l’evoluzione di un sistema biologico è il contributo che il sistema stesso dà al successo dell’individuo nel riprodursi; ciò costituisce il concetto comune di selezione naturale. Per riassumere… Uno degli obiettivi centrali della psicologia evoluzionistica è descrivere l’evoluzione dei meccanismi neurocognitivi; questo compito richiede, da parte dei teorici, il possesso di qualche conoscenza di ciò che i teorici come Bowlby definiscono l’ ambiente di adattamento evolutivo ( Environment of Evolutionary Adaptedness , EEA).

L’ambiente sociale dell’adattamento evoluzionistico

Il periodo inerente all’evoluzione umana riguarda due fasi: l’era del Pleistocene e le centinaia di milioni di anni precedenti; questi due periodi stabiliscono da quale insieme di ambienti e di condizioni fossero definiti i problemi adattativi che la mente era costretta a fronteggiare. Durante l’era del Pleistocene, c’è stata un’enorme evoluzione neurocognitiva: il cervello, infatti, ha triplicato le sue dimensioni; questa crescita, probabilmente, è dipesa da molte cause, ma un fattore determinante sembra essere la necessità di una più perfetta intelligenza sociale^5 , che è maggiore nei gruppi più numerosi e con interazioni sociali dalle caratteristiche più complesse, come nei gruppi dei primati. La sfida tra i primati è stata – ed è tutt’ora – quella di capire, predire e manipolare il comportamento degli altri appartenenti al gruppo. Byrne e Whiten (1988) descrivono queste attività come la natura machiavellica dell’interazione sociale : interagire allo scopo di usare gli altri per vari scopi; nei gruppi di primati, è questa intelligenza sociale che determina chi conquista una posizione di supremazia. L’ipotesi machiavellica non è stata dimostrata. Una delle ipotesi è che l’evoluzione dei primati sia caratterizzata da un aumento di complessità delle interazioni sociali che richiede, a livello cognitivo, un aumento dell’intelligenza sociale e, a livello biologico, un aumento dei diversi meccanismi cerebrali che le facciano da base.

Gioco di scacchi sociale

La metafora del gioco di scacchi sociale è stata creata da Humphrey. Secondo la sua ipotesi, l’intelligenza si sarebbe evoluta per rendere gli organismi che vivono in complessi gruppi sociali capaci di comprendere la vita della comunità e di trarne vantaggio. Secondo l’autore, l’intelligenza sociale richiede lo sviluppo di alcune capacità intellettive astratte; inoltre, l’uomo deve diventare un calcolatore, capace di prevedere possibilità non ancora realizzate e di opporre la sua arguzia contro compagni del gruppo non meno acuti di lui. Come negli scacchi, l’interazione sociale richiede che:

  • si abbia una strategia per avvicinarsi gradualmente al proprio scopo;
  • si tenga nota delle mutevoli posizioni dei vari partecipanti al gioco e di come queste posizioni influiscano sulla propria;
  • si immagini cosa potrebbe accadere in seguito e lo prevenga con una reazione adeguata;
  • si superi in astuzia l’avversario. Questa metafora ricorda anche che l’interazione sociale può essere altrettanto stimolante del gioco degli scacchi sotto l’aspetto del problem-solving. La metafora del gioco degli scacchi, però, rischia di alterare il concetto di interazione sociale sotto alcuni aspetti: I. In primo luogo, non tutte le interazioni sociali sono competitive nello stesso modo in cui lo sono gli scacchi. 5 Il termine si riferisce alla capacità di elaborare le informazioni che riguardano il comportamento altrui e reagire adattivamente a questo comportamento.

CAPITOLO 3. LETTURA DELLA MENTE: LA SCELTA DELLA NATURA

L’attribuzione di stati mentali a un sistema complessa ( come un essere umano ) è il modo più semplice per comprenderlo. Quando parla di comprensione , Dennet intende la produzione di una spiegazione del comportamento di quel sistema complesso e la previsione di ciò che esso farà in seguito; Dennet chiama questa capacità adozione dell’atteggiamento intenzionale. Il termine atteggiamento intenzionale non si riferisce solo allo specifico stato mentale dell’azione, ma anche alla capacità dell’individuo di attribuire l’intera gamma di stati intenzionali ( credenze , desideri , pensieri , intenzioni , speranze , ricordi , paure , promesse , ecc .).

Quali sono le alternative della lettura della mente?

Dennet sostiene che le due alternative all’adozione dell’atteggiamento intenzionale sono tentativi di comprendere i sistemi in termini della loro struttura fisica ( atteggiamento fisico ) o del loro progetto funzionale ( atteggiamento progettuale ). L’atteggiamento fisico viene adottato per comprendere i sistemi dei quali si conosce la struttura fisica, mentre è molto difficile usarlo per cercare di comprendere il comportamento dell’altro; la lettura della mente, quindi, è una soluzione molto più semplice ed efficace rispetto all’adozione dell’atteggiamento fisico. L’atteggiamento fisico è valido in alcuni casi, ma non è in grado di fare previsioni circa il comportamento di sistemi complessi. L’atteggiamento progettuale viene adottato quando si ignora la composizione fisica di un sistema, ma si cerca di comprendere il sistema in termini delle funzioni delle sue parti osservabili. L’atteggiamento progettuale è – in una certa misura – esplicativo e permette anche di prevedere ciò che il sistema farà in seguito. Questo tipo di atteggiamento è utile quando si vuole spiegare un sistema composto di parti operative che siano chiaramente osservabili. L’atteggiamento progettuale può funzionare abbastanza bene per comprendere i riflessi umani e nello studio dei processi non osservabili, ma non è utile quando bisogna dare un senso al comportamento di una persona e prevedere i cambiamenti che, di momento in momento, avverranno nel comportamento stesso. Secondo Dennet, si usa la lettura della mente perché funziona, e l’autore non si chiede nemmeno se esistono gli stati mentali, adottando quindi un discorso pragmatico. Secondo Fodor, invece, gli individui leggono la mente perché dentro la loro testa e quella degli altri ci sono degli stati mentali e inferirne l’esistenza fornisce uno strumento efficace per comprendere e prevedere il comportamento; inoltre, secondo lui, la soluzione prodotta dall’evoluzione per rendere gli individui capaci di capire e prevedere il proprio comportamento e quello degli altri corrisponde all’ atteggiamento intenzionale (cioè, la lettura della mente). Si tratta di una teoria semplice ed efficace da usare, ed è ciò di cui si ha bisogno quando bisogna districarsi nelle situazioni interpersonali. Secondo i Churchland, gli individui usano la lettura della mente, ma sostengono che l’ipotesi della reale esistenza degli stati mentali sia falsa. La lettura della mente viene definita anche come psicologia del senso comune 6

. Secondo Dennet, l’individuo usa costantemente la psicologia del senso comune per spiegare e prevedere il comportamento reciproco. Un'altra alternativa della lettura della mente è l’adozione dell’ atteggiamento di evenienza , che comporta l’apprendere o il riconoscere in maniera innata tra i comportamenti di un altro individuo le evenienze comportamentali e i loro effetti. L’atteggiamento di evenienza può essere considerato come una sottospecie dell’atteggiamento progettuale; inoltre, adottare questo atteggiamento significa descrivere l’individuo come farebbe un comportamentista. Adottando l’atteggiamento di evenienza, i segnali di allarme comportamentali possono essere colti solo se disponibili, mentre la lettura della mente permette di prevedere il comportamento anche in situazioni in cui non ci sono segnali comportamentali.

Lettura della mente e comunicazione

La lettura della mente permette di dare un senso alla comunicazione. Alcuni teorici ( Grice , Sperber e Wilson , Austin ) hanno sostenuto che, quando si sente qualcuno dire qualcosa, oltre a decodificare il referente di ciascuna parola, ciò che si fa – nel cercare il significato delle 6 Questo termine sembra più adatto perché ricorda che si tratta semplicemente del modo quotidiano di comprendere la gente.

parole – è immaginar quale potrebbe essere l’intenzione comunicativa del parlante, ovvero ci si chiede cosa intende e dove vuole arrivare ; quindi, non solo si presta attenzione alle parole reali usate dal parlante, ma ci si concentra anche su ciò che si pensa sia il succo di quello che il parlante voleva dire o voleva che gli altri capissero. Sperber e Wilson (1986) chiamano questo aspetto ricerca di pertinenza : l’ascoltatore presuppone che il significato di un’espressione sarà pertinente alle intenzioni attuali del parlante. Un altro aspetto in cui la lettura della mente gioca un ruolo importante per la comunicazione è che il parlante controlla le necessità di informazione dell’ascoltatore, cioè ciò che – secondo la valutazione del parlante – l’ascoltatore può già sapere o non sapere e quali informazioni il parlante debba fornire affinché l’ascoltatore sia in grado di comprendere il messaggio. Un ultimo significato della stretta correlazione tra linguaggio e lettura della mente si basa sull’ipotesi che il linguaggio funzioni principalmente come una “copia” dei contenuti della mente. Per riassumere… La lettura della mente risulta valida per molti motivi importanti ( comprensione sociale , possibilità di previsioni del comportamento , interazione sociale , comunicazione ). La mancanza di soluzione alternative in grado di competere con la lettura della mente spiega perché la selezione naturale potrebbe aver privilegiato la lettura della mente quale soluzione adattiva del problema di fare previsioni circa il comportamento e di condividere le informazioni.

meccanica, il cui scopo è arrivare ad una descrizione del mondo in termini di costituzione meccanica dei corpi fisici e degli eventi ai quali essi prendono parte. Dall’altra parte, l’ID è simile a ciò che Leslie chiama ToMM 1 ( Theory of Mind Mechanism, System 1 ), in quanto interpreta le azioni degli agenti come azioni dirette a uno scopo. Però, mentre nel Tomm 1 è concentrato solo sull’agente, l’ID è in grado di leggere la direzione verso uno scopo anche nei movimenti prodotti da non-agenti. PROVE Ci sono quattro fonti di prove che confermano l’esistenza dell’ID:

  1. Reddy (1991). Ha dimostrato che i bambini piccolissimi sono sensibili ai cambiamenti di scopo di un adulto.
  2. Heider e Simmel (1994). Ai soggetti veniva chiesto di guardare un film in cui forme geometriche si muovevano in circolo, e poi veniva chiesto loro di descrivere ciò che avevano appena visto. Ciò che si è visto è che i soggetti tendevano ad antropomorfizzare le forme geometriche (o attribuire loro una funzione agente). Questi soggetti usavano nei loro resoconti un vocabolario pieno di termini relativi allo stato mentale della volizione, attribuendoli tutti alle forme geometriche. Solo un soggetto descrisse il film quasi interamente in termini geometrici, e sembra quasi mentalmente cieco. Risultati simili sono stati ottenuti avendo come osservatori del filmato dei bambini ( Dasser , Ulbaek e Premack , 1989 ), e questo fa pensare che noi interpretiamo spontaneamente un’ampia varietà di figure in movimento come agenti guidati da stati mentali.
  3. Perret et al. Gli autori hanno identificato nel lobo temporale del cervello delle scimmie caudate delle cellule che rispondono selettivamente alla vista di un altro animale che gli sta di fronte, anche se visto di profilo; queste cellule potrebbero essere considerate come una parte dell’ID, dal momento che individuano lo scopo dell’animale di muoversi in avanti. Tuttavia, altre cellule sono eccitate a rispondere selettivamente quando ricevono una stimolazione tattile da parte di un agente diverso da se stesse, e questo fa pensare che possano esserci specifiche strutture neurali sensibili a un altro agente che abbia lo scopo di fare qualcosa all’osservatore.
  4. Warrington e Shallice (1984). Alcuni pazienti con un danno cerebrale focale perdono la capacità specifica di categorizzare le cose come animate o inanimate; questo fa pensare che l’ID possa essere localizzato e distinguibile rispetto ad altre parti del sistema cognitivo.

Rilevatore della direzione degli occhi (Eye-Direction Detector, EED)

Il rilevatore della direzione degli occhi è un meccanismo che funziona solo tramite la vista. Ha tre funzioni basilari: individuazione degli occhi, individuazione della direzione degli occhi e interpretazione dello sguardo come “vedere”. INDIVIDUAZIONE DEGLI OCCHI L’ipotesi è che, dovunque l’EDD individui stimoli simili a occhi, si concentri su questi stimoli per impulsi relativamente lunghi e cominci a tenere sotto controllo ciò che gli occhi fanno, per poi rappresentare i vari comportamenti degli occhi. Maurer et al. hanno scoperto che infanti di due mesi guardavano gli occhi quasi per la stessa durata di tempo che impiegavano per guardare l’intera faccia; questi risultati dimostrano una preferenza naturale per il guardare gli occhi piuttosto che altre parti del viso. Durante l’allattamento al seno, il bambino si trova in una buona posizione per vedere gli occhi della madre; le madri, a loro volta, guardano i bambini per una durata di tempo molto lunga (più di trenta secondi) e questo fatto rende i loro occhi molti simili a ciò che Stern (1977) ha definito stimolisovranormali ”. Può essere che sia il contrasto degli occhi della madre a conferire loro rilevanza nel viso. INDIVIDUAZIONE DELLA DIREZIONE DEGLI OCCHI Questa funzione consiste nel computare se gli occhi che l’EDD sta guardando sono diretti verso di esso o verso qualcos’altro; a questo scopo, l’EDD deve rappresentare la relazione esistente tra gli occhi che ha individuato e la cosa verso la quale gli occhi sono diretti. Ci sono principalmente due fonti di prove:

  • I bambini di sei mesi guardano due/tre volte più a lungo un viso che li guardo rispetto a un viso che guarda altrove. Uno studio di Baron-Cohen e Cross (1992) ha dimostrato come la computazione della direzione degli occhi rientrava agevolmente nelle capacità di normali bambini di tre anni; ai bambini viene chiesto quale dei due volti in fotografia li stia guardando. Ogni coppia di foto contiene un viso

che guarda dritto e uno che guarda altrove, in alcune coppie si ha come indizio solo la direzione degli occhi, e in altre coppie si ha come indizio la direzione del naso e quella degli occhi. Ne risulta che bambini normali di tre anni sono in grado di cogliere questa distinzione tra l’uno o l’altro insieme di indizi.

  • Ogni volta che l’EDD individua un paio d’occhi in mutuo contatto con i propri, scatta un eccitamento fisiologico dalle conseguenze piacevoli 8 . I segnali di eccitamento possono essere indicatori di emozioni positive o negative; nel caso degli infanti, le prove fanno pensare a emozioni positive dal momento che il contatto oculare suscita il sorriso Stern (1985) fa notare come il controllo esercitato da un infante sul proprio sistema visivo sia precocemente maturo, poiché mette l’infante in condizione di stabilire o interrompere il contatto oculare e di regolare in questo modo il grado di contatto oculare e la quantità di eccitamento fisiologico che può sostenere di volta in volta. È quindi ragionevole pensare che l’infante, per controllare tale livello, debba avere il proprio personale meccanismo regolatore. INTERPRETAZIONE DELLO SGUARDO COME “VEDERE” L’EDD codifica il contatto reciproco degli occhi con la formula “ Agente vede me ” o “ Io vedo Agente ”; ciò presuppone che l’infante già sappia che gli occhi possono vedere. Inoltre, l’infante ha esperienza del movimento dei propri occhi, e questo determina un cambiamento della relazione tra il bambino stesso e il mondo; in questo modo, è probabile che gli infanti comincino molto presto a distinguere tra vedere e non vedere. Questa conoscenza potrebbe essere generalizzata a un Agente per analogia con il Sé. Il bambino dispone dei meccanismi ID ed EDD fin dalla primissima infanzia; ciò significa che l’infante è in grado di leggere il comportamento facendo riferimento a un piccolo insieme di stati mentali. RAPPRESENTAZIONI DIADICHE L’ID e l’EDD possono fare alcune cose utili, ma i tipi di rappresentazione che sono in grado di costruire sono piuttosto limitati. Queste rappresentazioni sono definite rappresentazioni diadiche dal momento che specificano soltanto la relazione intenzionale tra due oggetti. Questi meccanismi non consentono di rappresentare il fatto che noi e un’altra persona siamo entrambi interessati allo stesso oggetto o evento; però, è esattamente quello di cui si ha bisogno per poter comunicare a proposito di una realtà condivisa e per sentire che noi e l’altra persona siamo interessati alla stessa cosa e stiamo pensando ad essa. Senza ciò, l’universo sarebbe, in un certo senso, un universo “autistico”: avremmo sensazioni e immagini di persone che fanno cose e anche che vogliono e vedono cose, ma non avremmo alcun modo di sapere che ciò che noi e un’altra persona stiamo vedendo o pensando è esattamente la stessa cosa.

Meccanismo dell’attenzione condivisa (Shared-Attention Mechanism, SAM)

La funzione chiave del meccanismo dell’attenzione condivisa è quella di costruire le rappresentazioni triadiche. Una rappresentazione triadica è una rappresentazione di una relazione triadica; le relazioni triadiche esplicitano le relazioni tra un Agente, il Sé e un Oggetto. Nella rappresentazione triadica è insito un elemento che specifica che l’Agente e il Sé sono entrambi interessati al medesimo oggetto. Una relazione triadica contiene in sé una rappresentazione diadica. Il SAM costruisce rappresentazioni triadiche utilizzando qualsiasi informazione disponibile circa lo stato percettivo di un’altra persona. Il SAM costruisce una rappresentazione triadica dopo aver ricevuto informazioni su ciò che un’altra persona sta guardando; dato che queste informazioni devono essere acquisite attraverso il controllo della direzione degli occhi di un’altra persona, ciò significa che il SAM ha ricevuto le sue informazioni dall’EDD. Il SAM può costruire rappresentazioni triadiche, specificando l’attenzione condivisa, solo se riceve informazioni circa lo stato percettivo di un altro agente; allora, computa l’attenzione condivisa confrontando lo stato percettivo di un altro agente con l’attuale stato percettivo del sé. È come un comparatore, che fonde le rappresentazioni diadiche riguardanti lo stato percettivo di un altro e le rappresentazioni diadiche riguardanti lo stato percettivo del sé entro una rappresentazione triadica. Per il SAM, costruire rappresentazioni triadiche tramite l’EDD è più semplice perché comporta solo il tenere sotto controllo la direzione dello sguardo di un’altra persona verso un oggetto e poi verificare una o due 8 Esempio : le risposte galvaniche della pelle aumentano a seguito del contatto oculare reciproco; si ha anche l’attivazione del tronco dell’encefalo in risposta a stimoli costituiti da occhi nelle scimmie caudate.

Meccanismo della teoria della mente (Theory of Mind Mechanism, ToMM)

Il meccanismo della teoria della mente è un sistema che serve per inferire dal comportamento l’intera gamma degli stati mentali. Fino ad ora, gli altri tre meccanismi ci hanno condotto al punto di essere in grado di leggere il comportamento in termini di stati mentali volizionali e di leggere la direzione degli occhi in termini di stati mentali percettivi; il ToMM ha la funzione di rappresentare l’insieme degli stati mentali epistemici e di trasformare queste conoscenze mentalistiche in una teoria utile. RAPPRESENTARE GLI STATI MENTALI EPISTEMICI L’ipotesi è che il ToMM elabori rappresentazioni di atteggiamenti proposizionali della forma Agente – Atteggiamento – Proposizione. Leslie chiama queste rappresentazioni Rappresentazioni-M e sostiene che sono determinanti per la capacità di rappresentare stati mentali epistemici; ciò perché l’atteggiamento è diretto verso una proposizione, e questa può essere falsa mentre l’intera Rappresentazione-M è vera. In questo modo, il ToMM consente l’ opacità referenziale , cioè la proprietà di tenere in sospeso le normali relazioni di verità delle proposizioni. Ci sono prove a favore di questa funzione:

  • Intorno ai 18-24 mesi, i bambini iniziano a far finta e a riconoscere quando gli altri fanno finta, e ciò segna un cambiamento qualitativo nel loro gioco. Secondo Leslie, “fare finta” è uno dei primi stati mentali epistemici che i bambini piccoli comprendono.
  • Tra i 36 - 48 mesi, i bambini danno prova di comprendere altri stati epistemici e mostrano di capire il principio secondo cui “vedere conduce a sapere”, cioè che la conoscenza è il prodotto della percezione. Inoltre, i bambini comprendono che a volte la gente pensa cose che sono vere e, altre volte, cose chiaramente false. LEGARE TUTTE LE CONOSCENZE MENTALISTICHE IN UN INSIEME COERENTE PER TRASFORMARLE IN UNA TEORIA UTILE Questa funzione è importante perché è un modo per la nostra sopravvivenza di interpretare il comportamento sociale in modo rapido e flessibile. Le prove a favore si questa funzione sono le seguenti:
  • I bambini, dall’età di tre anni, hanno un’ontologia simile a quella degli adulti, che divide l’universo in entità mentali e fisiche. Inoltre, comprendono che sogni e pensieri avvengono nella testa e sono fatti privati che gli altri non possono osservare.
  • I bambini usano le loro conoscenze mentalistiche in un modo che assomiglia molto ad una teoria. I bambini, probabilmente, potrebbero produrre una lunga serie di affermazioni assiomatiche che costituiscono il nucleo della loro teoria della mente, ma solo una piccola parte di queste affermazioni è stata esplicitamente verificata. La teoria della mente è definita come la capacità di attribuire stati mentali a se stessi e agli altri e di interpretare il comportamento in termini mentali. Il termine deriva dalle ricerche sui primati (Premack e Woodruff, 1978), i quali hanno assimilato il concetto umano di mente a una teoria poiché gli stati mentali sono entità non osservabili usate per spiegare e fare previsioni circa il comportamento. RELAZIONE TRA I QUATTRO MECCANISMI DI LETTURA DELLA MENTE Le rappresentazioni triadiche del SAM sono l’input ideale per il ToMM perché nel posto occupato dalle loro relazioni si possono inserire termini che designano atteggiamenti. Il ToMM è attivato dalle rappresentazioni triadiche che riceve dal SAM e le converte in Rappresentazioni-M; senza il SAM, il ToMM non può essere messo in modo. Il modello si può dividere in tre fasi: I. Fase 1 (0- 9 mesi): tutto ciò di cui è dotato l’infante sono l’ID e le funzioni basilari dell’EDD, e le uniche rappresentazioni costruibili sono quelle diadiche. Corrisponde all’intersoggettività primaria di Trevarthen. II. Fase 2 (9-18 mesi): il SAM collega l’EDD con l’ID in modo da rendere possibile la lettura della direzione degli occhi in termini di stati mentali basilari. Questa fase corrisponde all’intersoggettività secondaria di Trevarthen. III. Fase 3 (18-48 mesi): il bambino inizia a distinguere gli stati epistemici propri e altrui, a partire dallo stato mentale di “far finta” e progredendo fino ad acquisire lo stato mentale del “sapere” e del “credere”; il bambino fa ciò costruendo le Rappresentazioni-M.

Durante le fasi 2 e 3, i meccanismi più veloci continuano a funzionare, ma i pochi stati mentali che rappresentano hanno solo due proprietà dell’intenzionalità, che sono la tematicità e l’ aspettualità ; i concetti relativi agli atteggiamenti epistemici elaborati dal ToMM hanno un’altra proprietà dell’intenzionalità, cioè la possibilità di rappresentazioni false. Il ToMM è quindi più versatile, e può rappresentare una gamma maggiore di termini che designano stati mentali. MODULARITÀ E LETTURA DELLA MENTE Secondo Fodor, mente e cervello hanno un’organizzazione modulare; per lui, i moduli sono dotati di: a) specificità per dominio; b) incapsulamento; c) attivazione obbligatoria; d) output superficiali; e) velocità; f) inaccessibilità alla coscienza; g) un caratteristico corso ontogenetico; h) un’architettura neurale addetta allo scopo; i) un caratteristico schema di disattivazione. Secondo Bates, i primi sei principi si applicano anche al “sovrapprendimento”, in cui le abilità apprese diventano automatiche; gli altri tre principi sono veri moduli “biologici”, ma non è ancora chiaro quale sia il ruolo dei fattori innati e quale quello dei fattori esperienziali nello sviluppo di questi moduli. Quando questi criteri sono applicati ai meccanismi di lettura della mente, risulta che alcuni rientrano meglio di altri nel concetto di modularità.; per tale ragione, questi sistemi sono chiamati meccanismi neurocognitivi.

Si tratta quindi di un problema molto importante del funzionamento del SAM. Nelle persone cieche, il SAM funziona al suo meglio tramite udito e tatto, mentre nella maggior parte dei bambini autistici sembra non funzionare in nessuna modalità. In generale, se portano un oggetto a qualcuno o conducono qualcuno verso un oggetto, lo fanno solo quando vogliono che la persona agisca su quell’oggetto, non si tratta di attenzione condivisa, ma sono comportamenti strumentali che non denotano il desiderio di condividere interesse con un’altra persona. Spesso, i bambini autistici parlano con una voce troppo alta o troppo bassa, o con una piccola inflessione della voce; i bambini normali modulano la propria intonazione per rendere il discorso interessante e udibile all’ascoltatore, ma i bambini autistici non lo fanno perché gli manca il concetto dell’altro in quanto ascoltatore interessato. L’ipotesi è che il deficit di attenzione condivisa sia dovuta ad una menomazione del SAM, e questo porta a due conseguenze: le rappresentazioni triadiche non possono essere costruite in nessuna modalità e non c’è alcun output proveniente dal SAL per attivare il ToMM, e quindi tutti i suoi aspetti dovrebbero essere menomati.

Autismo e ToMM

RAPPRESENTAZIONE DELL’INTERA GAMMA DI STATI MENTALI

Se nei bambini autistici c’è una disfunzione del ToMM, allora dovrebbero incontrare difficoltà nel comprendere lo stato epistemico del credere. Secondo Dennet, il modo migliore per verificare la comprensione della credenza nel bambino autistico è indagare se è in grado di capire che qualcuno potrebbe nutrire una falsa credenza; questo test potrebbe rappresentare un modo per verificare se un organismo ha una “teoria della mente”, dato che diventa possibile distinguere senza rischio di ambiguità tra la credenza del bambino e la sua consapevolezza della credenza di qualcun altro. Winner e Penne (1983) hanno seguito questa ipotesi progettando un test della falsa credenza , dimostrando che – intorno ai 3-4 anni – i bambini normali superano questo tipo di test. Il test è stato poi adattato per poterlo usare con bambini autistici, bambini con sindrome di Down e bambini normali. Il test consiste nel vedere che Sally mette una biglia in un posto e che mentre Sally è via Anne mette la biglia in un altro posto; il bambino deve riconoscere che Sally non sa che la biglia è stata spostata e che quindi crede che sia dove l’ha messa lei. Alla domanda Dove Sally cercherà la sua biglia , i bambini normali e alcuni bambini con la sindrome di Down rispondono correttamente, mentre solo una piccola percentuale di bambini autistici dà la risposta corretta (la maggior parte indica realmente dov’è la biglia); gli stessi risultati si ottengono con la domanda Dove Sally pensa che sia la biglia. Essendo che i bambini autistici sono più grandi e hanno un’età mentale 11 superiore rispetto ai bambini dei gruppi di controllo, questo studio suffraga la tesi secondo cui nell’autismo lo stato mentale della credenza viene compreso in scarsa misura. Usando il test degli Smarties (Perner, Frith, Leslie e Leekam, 1989), sono stati ottenuti gli stessi risultati. Al bambino viene mostrato un tubetto di Smarties – che per lui è famigliare – e poi gli viene chiesto Cosa pensi che ci sia qui dentro , e gli fa vedere che in realtà il tubetto contiene matite. Dopodiché, lo sperimentatore chiude il tubetto e pone due domande di credenza al bambino:

  • alla domanda Quando la prima volta ti ho fatto vedere il tubetto cosa pensavi che ci fosse dentro , il bambino risponde correttamente Smarties, riferendosi alla sua prima credenza che ora è falsa;
  • alla domanda E quando entrerà il prossimo bambino consa penserà che ci sia qui dentro , il bambino risponde ancora correttamente, riferendosi alla falsa credenza dell’altro bambino. La maggior parte dei bambini autistici, invece, risponde Matite a entrambe le domande, riferendosi alla propria conoscenza di ciò che è nella scatola invece che riferirsi alla propria precedente falsa credenza o all’attuale falsa credenza di qualcun altro. Questo fa pensare che nell’autismo ci sia un’incapacità di comprendere le diverse credenze delle altre persone. In un altro studio (Baron-Cohen, Frith e Leslie, 1986) è stato principalmente usato un metodo non verbale. È stato usato un test con una sequenza di figure nella quale le storie illustrate rappresentano – se messe correttamente in sequenza – la falsa credenza di un personaggio, desideri e scopi di un personaggio 11 L’età mentale è calcolata tramite test standardizzati e deve essere controllata nelle ricerche con autismo perché molti bambini e adulti autistici hanno anche handicap mentali associati.

oppure azioni casuali di un personaggio su un oggetto inanimato. I bambini autistici riportano risultati molto scadenti nelle storie che richiedono la comprensione della credenza, mentre, nel mettere in sequenza le storie che implicano desideri e scopi del personaggio, sono bravi tanto quanto i bambini affetti da sindrome di Down o i bambini normali del gruppo di controllo. Questo dimostra che nei bambini autistici l’ID funziona normalmente, mentre il ToMM è danneggiato. Questo esperimento dimostra che il deficit – specifico dell’autismo – nella comprensione delle credenze in quanto cause psicologiche del comportamento non è dovuto a difficoltà generali del linguaggio o ad un’incapacità di comprendere la causalità; inoltre, esclude un deficit generale della sequenzialità. La maggior parte dei bambini autistici non è in grado di superare i test di comprensione delle credenze, ma una piccola percentuale (20-35%) ne è capace. Questi soggetti tendono ad essere gli stessi nei diversi test, e questo può portare a concludere che – sulla base delle apparenze – essi appartengono ad una minoranza dotata di talento, la cui comprensione di credenza è intatta. In realtà, questo è dovuto all’” effetto soffitto ”: superare il test Sally-Anne non significa avere un ToMM normale, perché molti test di falsa credenza sono somministrati ad un’età mentale di 3-4 anni, mentre i bambini autistici considerati in questo studio hanno un’età mentale superiore. Viene quindi usato un test di comprensione della credenza più difficile da superare ( ideato da Perner e Wimmer, 1985 ), e molti adolescenti autistici falliscono completamente questo test, anche se hanno un livello linguistico almeno equivalente a quello di un bambino di 7 anni. Per i bambini normali, è più facile comprendere la conoscenza piuttosto che la credenza perché, essendo la conoscenza credenza vera, dovrebbe essere più semplice della credenza falsa. Leslie e Frith (1988) hanno effettuato test per verificare se i bambini autistici comprendono la conoscenza. Al bambino viene fatto vedere un attore che guardo lo sperimentatore nascondere una pedina; quando l’attore esce, lo sperimentatore chiede al bambino di mettere una seconda pedina in un altro nascondiglio. Al bambino viene poi chiesto dove l’attore cercherebbe una pedina una volta rientrato. Circa la metà dei bambini autistici ha superato questo test, indicando il posto dove l’attore sa che c’è la pedina. Questo fa pensare che per i bambini autistici sia leggermente più facile comprendere al conoscenza piuttosto che la credenza, ma che la maggioranza presenti deficit nella comprensione di entrambi gli stati mentali 12 . Se è vero che i bambini autistici hanno una menomazione del funzionamento del ToMM, allora dovrebbero avere anche difficoltà nel comprendere lo stato mentale delle finzioni. Molti studi hanno affrontato questo problema in modo indiretto, seguendo il seguente ragionamento logico: per fingere bisogna capire come il fingere sia differente dal non fingere; bisogna osservare, quindi, se il bambino riesce a produrre “scene di finzione” quando gioca. Oggi esiste una serie di studi che dimostra come, nei bambini autistici, il gioco di finzione spontaneo sia gravemente carente o del tutto assente. COSTRUZIONE DI UNA TEORIA DELLA MENTE Se nei bambini autistici il ToMM è danneggiato, ci si deve aspettare che anche la teoria mentalistica posseduta dai bambini normali sia mancante o disturbata. Ci sono alcuni assiomi della teoria della mente, infatti, che sono instabili o assenti. Il primo assioma è “ vedere porta a conoscere ”. Perner et al. (1989) hanno sottoposto a esperimento questo aspetto: fanno vedere ai soggetti un oggetto che viene nascosto, ma senza la presenza di un complice, poi si chiede al bambino chi sa che cosa è stato nascosto e a chi sia permesso guardare; nonostante la maggioranza dei bambini autistici risponde correttamente alla domanda sul guardare , solo la metà sa rispondere alla domanda sul sapere. Baron-Cohen e Goohart (1994) hanno usato lo stesso metodo che Pratt e Bryant (1990) hanno utilizzato su bambini normali di 3 anni. Al soggetto, dopo che vede un attore guardare dentro una scatola e un altro attore toccare semplicemente la scatola, viene chiesto quale dei due attori sa che cosa c’è nella scatola. Tra i bambini autistici, solo un terzo supera il test; tra i bambini con handicap mentale, tre quarti rispondono correttamente. Altre prove indirette del fatto che questo principio crei difficoltà ai bambini autistici provengono da uno studio naturalistico (^12) Reed e Peterson (1990) hanno continuato a replicare questi risultati, inserendo un gruppo di controllo di bambini con handicap mentale. Anche essi hanno scoperto gravi carenze sia nella comprensione della conoscenza, sia nella comprensione della credenza.

Se – come sembra – la maggior parte dei bambini autistici non è consapevole della distinzione tra apparenza e realtà, il loro mondo deve essere dominato più dalle percezioni e dalle sensazioni del momento; inoltre, il modo sociale deve apparire loro in gran parte imprevedibile, e anche spaventoso. ToMM NEI BAMBINI E NEGLI ADULTI AFFETTI DA CECITÀ MENTALE Se nei bambini ciechi il SAM è intatto, anche il ToMM deve esserlo. Ci si potrebbe aspettare che la cecità provochi un ritardo nel funzionamento del SAM, dato che l’unico input a disposizione di un bambino cieco gli arriva tramite l’ID; infatti, una percentuale di bambini ciechi dalla nascita manifesta inizialmente alcune caratteristiche “autistiche”. Tuttavia, questi ritardi e ostacoli non dovrebbero impedire che prima o poi il SAM funzioni. Che il ToMM sia intatto nelle persone cieche è evidente per il fatto che gli adulti ciechi manifestano la capacità di partecipare normalmente alle relazioni sociali. Il SAM dovrebbe essere intatto anche in un adulto nato sia sordo che cieco, anche se il suo uso sarebbe basato in larga misura sulle informazioni tattili; in questi casi, il SAM dovrebbe, quindi, poter attivare il ToMM.

CAPITOLO 6. COME IL CERVELLO LEGGE LA MENTE

Fino ad ora si è parlato dei quattro meccanismi solo a livello cognitivo. Il livello cognitivo corrispinde al livello funzionale, e queste descrizioni fanno solitamente riferimento al flusso delle informazioni e alla loro elaborazione, nonché al modo in cui queste informazioni vengono rappresentate. Il livello cognitivo della descrizione rappresenta anche un esempio di come gli scienziati adottino quello che Dennet definisce “atteggiamento progettuale”. Ora, però, bisogna adottare quello che Dennet definisce “atteggiamento fisico”.

L’organo dell’introspezione

Secondo Humphrey, la capacità di leggere la mente è interamente dovuta all’evoluzione di un “occhio della mente”, che consente l’introspezione dei propri stati mentali. L’ occhio della mente fornisce una rappresentazione parziale e selettiva della propria area di informazione, ma – al pari di tutti gli altri organi di senso – è stato progettato dall’evoluzione in modo tale che la sua rappresentazione sia una descrizione “al servizio dell’utente”, in modo da comunicare all’animale – in forma comprensibile – quello che gli occorre sapere, fornendogli una specie di magica chiave interpretativa atta a tradurre i propri stati fisici in stati psichici coscienti. La proposta di Humphrey è sensata: noi siamo consapevoli dei nostri pensieri e sentimenti, e il termine “occhio della mente” è particolarmente adatto a definire questa consapevolezza. Secondo la teoria neurale , il sistema di lettura della mente è istanziato in un circuito cerebrale a tre nodi, che comprende il solco temporale superiore (STS), la corteccia orbitofrontale (OFC) e l’amigdala. EDD E CERVELLO L’EDD sembra localizzato nel solco temporale superiore e nell’amigdala. Ci sono delle prove a favore di ciò:

  • All’inizio degli anni ’80, molti ricercatori hanno identificato aree della corteccia temporale che sembrano contenere cellule “volto”; sono state chiamate in questo modo perché, misurando l’attività elettrica di queste cellule mentre l’animale osserva un volto, è stato scoperto che esse “venivano attivate” di più rispetto a quanto venissero attivate le cellule delle aree corticali circostanti e più di quando venivano sottoposte ad altri tipi di stimoli. Perret et al. (1985, 1990) hanno identificato specifiche cellule del STS che sembravano rispondere selettivamente alla direzione dello sguardo 14 , chiamandole cellule reattive allo stato di attenzione dell’altro individuo, e ipotizzano che queste cellule abbiano la funzione primaria di identificare se un altro individuo lo sta guardando. Queste cellule corrispondono alle funzioni primitive dell’EDD.
  • Altre prove provengono dagli studi condotti su animali e su pazienti umani con danni cerebrali acquisiti. Lesioni del STS del cervello della scimmia producono una menomazione della capacità di discriminare la direzione dello sguardo ( Campbell, 1990 ), e la stessa cosa vale per alcuni pazienti umani affetti da prosopagnosia.
  • I nuclei mediani e laterali dell’amigdala hanno cellule sensibili al volto e cellule sensibili alla direzione degli occhi. Studi di anatomia neurologica dimostrano la presenza di connessioni che vanno dal STS al nucleo laterale dell’amigdala. Inoltre, recenti descrizioni di animali con lesioni all’amigdala suggeriscono che questi danni producono difficoltà nella percezione sociale. ToMM E CERVELLO Il ToMM sembra essere localizzato nella corteccia orbitofrontale, in particolare nelle aree 10 e 14 di Brodmann.
  • La prima serie di prove proviene da pazienti umani con danno alla OFC. In particolare, in un paziente (EVR) è stata scoperta una proliferazione cancerosa nella OFC; durante l’operazione, il chirurgo rimosse tutto il lato destro della OFC e parte del lato sinistro. Prima dell’operazione, EVR sembrava normale dal punto di vista sociale, ma dopo cominciò a comportarsi in maniera tale che la famiglia e quelli che lo conoscevano bene dicevano che sembrava aver perso la sua capacità di giudizio sociale, e questo comportamento viene definito come sociopatia acquisita ( Eslinger e Damasio ). Altri pazienti con danni alla OFC presentava deficit pragmatici del linguaggio, e altri ancora un’insufficienza nella capacità di riflettere su di sé. 14 Esempio : il gruppo di cellule M047 viene attivato maggiormente quando l’animale guarda gli occhi di un altro animale.