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La Cognizione del Dolore: Analisi di Gadda e del Contesto Familiare - Prof. Schiliro', Appunti di Letteratura Italiana

Appunti delle lezioni su Pavese, Calvino, Gadda, Morante e Pasolini

Tipologia: Appunti

2020/2021

Caricato il 23/02/2022

GGG08
GGG08 🇮🇹

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Carlo Emilio Gadda – La cognizione del
dolore
Gadda è uno che nella famiglia ha visto crescere le proprie ossessioni, le proprie frustrazioni e il
proprio dolore ma non riesce mai a separarsi dei fantasmi familiari. Tutta la sua opera è una specie
di romanzo familiare. Ma all’interno di questo romanzo familiare, che è tutta la sua opera,
sicuramente “la cognizione del dolore” è la chiave per leggere la maggior parte della sua narrativa:
con tutti i temi: il dolore, l’insofferenza sociale nei confronti degli altri, la rabbia diretta soprattutto
verso le figure genitoriali e la madre, e verso l’educazione borghese e poi il desiderio di vendetta,
che attraversa la vita e l’opera di Gadda. Ecco, se le ossessioni restano sempre queste, le metafore
e i racconti nascono solo dall’ambiente familiare, anche se poi quest’ambiente familiare si è chiuso
perché tutte le figure che lo abitavano sono morte, ma lui continua a scrivere di questi temi che
poi diventano brucianti. Il luogo di queste pulsioni vendicative, è un luogo preciso, in particolar
modo è la villa in cui passavano le vacanze estive, un uso della borghesia milanese di passare le
vacanze in luoghi vicini rispetto alla città. Per la borghesia della prima metà 900, sarà Monza per
esempio, nel nostro caso Longone, che diventa Lukones (vedremo la deformazione dei nomi nella
toponomastica in Gadda). Questa villa, dove si svolge gran parte della cognizione del dolore, anche
se cambia nome, si tratta della villa reale presso cui andava l’odio e allo stesso modo
l’attaccamento di Gadda.
Se i temi sono sempre gli stessi, noi ci aspettiamo che lui abbia scritto non solo le opere
pubblicate, ma anche una grande quantità di materiali diaristici che lui scriveva sempre. La prima
versione del diario è il diario di guerra di prigionia, perché Carlo Emilio Gadda partecipa alla Prima
guerra mondiale, in particolare nella battaglia di Caporetto (la più grande sconfitta dell’esercito
italiano). Ecco, lui durante questa battaglia, viene preso prigioniero e continua a scrivere il suo
diario, che oltre ai temi soliti avrà quindi anche il tema della guerra, della sconfitta, della morte dei
suoi compagni, dell’umiliazione dell’essere prigioniero etc. Di questa esperienza di scrittura ci
interessa che sia un diario e che abbia questo carattere divagatorio, del fatto che io ogni giorno
affido alla scrittura la rappresentazione dei miei pensieri, non ordinati secondo una trama
narrativa ma verranno trascritti a seconda che si presentino sulla scena della mia mente. Così la
scrittura di Gadda, che nasce sempre come diaristica, frammentaria e solo successivamente viene
organizzata. Egli aspira ai grandi modelli 800eschi del romanzo, in particolare Manzoni. Tuttavia
non ottiene diciamo l’ordine di una trama, non lo cerca, anzi la struttura dei suoi romanzi è sempre
cumulativa: lui accumula frammenti di diario e alla fine si avvicina ad una conclusione. Si avvicina
perché i suoi due grandi romanzi sono entrambi inconclusi e siccome si tratta di romanzi la cui
struttura è poliziesca, la mancanza di una conclusione è un attacco che viene dato al lettore e una
rinuncia a leggere la complessità del reale secondo uno schema riduttivo. Il reale è molteplice,
plurale e non può ridursi ad un’unità. Gadda non pensa di aggiungere questa unità e lascia i suoi
romanzi aperti e li costruisce secondo uno schema di digressione. I suoi romanzi sono degli abbozzi
di narrazione, che vengono messi insieme dall’atto della pubblicazione. Noi ci teniamo di fronte a
qualcosa di estremamente complesso.
I personaggi principali di questo romanzo sono due: una madre e un figlio. La madre viene uccisa,
ma non sappiamo chi la abbia uccisa poiché il romanzo è incompleto. Addirittura nella prima
edizione del romanzo abbiamo 7 capitoli anziché 9 e non c’è neppure l’omicidio, questi capitoli poi
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Carlo Emilio Gadda – La cognizione del

dolore

Gadda è uno che nella famiglia ha visto crescere le proprie ossessioni, le proprie frustrazioni e il proprio dolore ma non riesce mai a separarsi dei fantasmi familiari. Tutta la sua opera è una specie di romanzo familiare. Ma all’interno di questo romanzo familiare, che è tutta la sua opera, sicuramente “la cognizione del dolore” è la chiave per leggere la maggior parte della sua narrativa: con tutti i temi: il dolore, l’insofferenza sociale nei confronti degli altri, la rabbia diretta soprattutto verso le figure genitoriali e la madre, e verso l’educazione borghese e poi il desiderio di vendetta, che attraversa la vita e l’opera di Gadda. Ecco, se le ossessioni restano sempre queste, le metafore e i racconti nascono solo dall’ambiente familiare, anche se poi quest’ambiente familiare si è chiuso perché tutte le figure che lo abitavano sono morte, ma lui continua a scrivere di questi temi che poi diventano brucianti. Il luogo di queste pulsioni vendicative, è un luogo preciso, in particolar modo è la villa in cui passavano le vacanze estive, un uso della borghesia milanese di passare le vacanze in luoghi vicini rispetto alla città. Per la borghesia della prima metà 900, sarà Monza per esempio, nel nostro caso Longone, che diventa Lukones (vedremo la deformazione dei nomi nella toponomastica in Gadda). Questa villa, dove si svolge gran parte della cognizione del dolore, anche se cambia nome, si tratta della villa reale presso cui andava l’odio e allo stesso modo l’attaccamento di Gadda. Se i temi sono sempre gli stessi, noi ci aspettiamo che lui abbia scritto non solo le opere pubblicate, ma anche una grande quantità di materiali diaristici che lui scriveva sempre. La prima versione del diario è il diario di guerra di prigionia , perché Carlo Emilio Gadda partecipa alla Prima guerra mondiale, in particolare nella battaglia di Caporetto (la più grande sconfitta dell’esercito italiano). Ecco, lui durante questa battaglia, viene preso prigioniero e continua a scrivere il suo diario, che oltre ai temi soliti avrà quindi anche il tema della guerra, della sconfitta, della morte dei suoi compagni, dell’umiliazione dell’essere prigioniero etc. Di questa esperienza di scrittura ci interessa che sia un diario e che abbia questo carattere divagatorio, del fatto che io ogni giorno affido alla scrittura la rappresentazione dei miei pensieri, non ordinati secondo una trama narrativa ma verranno trascritti a seconda che si presentino sulla scena della mia mente. Così la scrittura di Gadda, che nasce sempre come diaristica, frammentaria e solo successivamente viene organizzata. Egli aspira ai grandi modelli 800eschi del romanzo, in particolare Manzoni. Tuttavia non ottiene diciamo l’ordine di una trama, non lo cerca, anzi la struttura dei suoi romanzi è sempre cumulativa: lui accumula frammenti di diario e alla fine si avvicina ad una conclusione. Si avvicina perché i suoi due grandi romanzi sono entrambi inconclusi e siccome si tratta di romanzi la cui struttura è poliziesca, la mancanza di una conclusione è un attacco che viene dato al lettore e una rinuncia a leggere la complessità del reale secondo uno schema riduttivo. Il reale è molteplice, plurale e non può ridursi ad un’unità. Gadda non pensa di aggiungere questa unità e lascia i suoi romanzi aperti e li costruisce secondo uno schema di digressione. I suoi romanzi sono degli abbozzi di narrazione, che vengono messi insieme dall’atto della pubblicazione. Noi ci teniamo di fronte a qualcosa di estremamente complesso. I personaggi principali di questo romanzo sono due: una madre e un figlio. La madre viene uccisa, ma non sappiamo chi la abbia uccisa poiché il romanzo è incompleto. Addirittura nella prima edizione del romanzo abbiamo 7 capitoli anziché 9 e non c’è neppure l’omicidio, questi capitoli poi

verranno aggiunti nel 1970. Questa scelta di omettere 2 capitoli è volontaria: uno dei temi fondamentali è la molteplicità , cioè io non posso ridurre il mondo ad una unità. Il romanzo nasce da una pretesa, ovvero c’è un mondo enorme fatto da molteplici fatti disparati e io sottopongo tutto ciò ad una selezione dandogli una trama che abbia un senso. Ciò vale per il romanzo poiché qualsiasi racconto corrisponde a questa esigenza: nel mondo esistono e accadono tante cose ma io faccio una selezione, questo è il racconto. Questo noi lo facciamo comunemente, ovvero riduciamo a racconto la nostra esperienza quotidiana operando sempre una selezione che ha la è pretesa di arrivare ad una unità. Gadda non vuole questo, il suo scopo è quello di allargare il dettaglio, in modo che si riveli la struttura del reale. Lui pensa che il dettaglio contenga il reale e guardando i dettagli possiamo guardare il reale. Tuttavia se noi ci concentriamo su un dettaglio non riusciamo a capire e guardare cosa ci sta attorno e quello che avviene in questo romanzo: ci avviciniamo al dettaglio guardando le più minute configurazioni ma non siamo in grado di percepire il tutto. Gadda lo fa apposta e tutto questo ha una radice filosofica perché la tesi di laurea di Gadda è dedicata a Leibniz, teorico della complessità il quale ritiene che in ogni singolo aspetto del reale sia visibile la struttura dell’universo. Il risultato nel romanzo è anti-narrativo: è un romanzo in cui non succede mai niente, in cui parla soprattutto 1 personaggio e dalla sua mente noi dobbiamo ricostruire tutto ciò che avviene, il passato e quello che gli sta accadendo. Gadda va letto pagina per pagina. Questi materiali diaristici sono presenti anche in altre opere di Gadda. BIOGRAFIA: Gadda si forma come ingegnere e cerca di lavorare come ingegnere. Si reca in Argentina, dove comincia a scrivere, collaborando con i giornali del tempo (quotidiano milanese L’Ambrosiano). Nel 1931 abbandona la sua professione di ingegnere dopo 6 anni e cerca di lavorare il meno possibile. Verrà sempre chiamato “L’Ingegnere”. È molto importante tutto ciò, in particolare che abbia avuto una formazione scientifica perché avrà un’importanza nella sua prosa. Collabora con i giornali, quindi capita molto spesso che pubblichi varie volte sempre la stessa cosa, e lo può fare perché ciò che scrive è diaristico, frammentario e capiterà che quando interrompe “La cognizione del dolore” alcune parti di questo romanzo verranno pubblicati su giornali o anche in volumi che lui pubblica nel frattempo. È anche per questo che lui non conclude il suo romanzo, perché lui aveva nella sua mente tanti materiali sparsi diversi e riuscire a scegliere fra i materiali un filo narrativo che fosse concluso gli viene difficile. “La cognizione del dolore” nasce perché incontra un capo editore che lo convince a farlo pubblicare, ma il momento in cui decide di scrivere questo romanzo è la morte della madre. il padre muore quando lui è adolescente, così tocca alla madre gestire la famiglia, la quale essendo molto oculata del patrimonio rimasto impedisce al figlio di viaggiare liberamente. La maggior parte delle risorse della famiglia Gadda è stata assorbita dalla villa estiva di Longone che diventa un simbolo della famiglia, che costa così tanto che tutte le risorse vengono assorbite da questa costruzione. Cresce così l’odio di Gadda nei confronti di questa villa, ma anche un legame affettivo. Partecipa alla guerra 15-18 insieme al fratello minore. Questa è una figura decisiva, poiché il fratello minore è il preferito della famiglia, perché ha un carattere più sereno e una maggiore prestanza fisica, si pensa che a lui verrà affidata la fortuna della famiglia. Tuttavia il fratello muore in un aereo militare che precipita. Questo lutto sarà forte sia in Gadda sia nella madre. Il tema, sviluppato in alcune opere, è il tema del “al quale non sorrisero i parenti”: ci sono due figli, uno amato è morto, uno non morto sopravvissuto porta il doppio dolore di essere sopravvissuto perché anche lui amava il fratello e di non essere amato dalla famiglia. Nell’ultima parte della sua

concepita come dialogo e scritto dallo stesso autore: “l’editore chiede venia del recupero del testo…” in cui vi si vede un Gadda che si auto-commenta e cerca di prendere le distanze dalla materia pragmatica Egli insiste sulla scelta del barocco : lui ammette di scrivere questo testo che è artificioso, barocco e fondato sul “groviglio”, cioè un filo che non riusciamo a recuperare. Il groviglio è una metafora della deformazione del mondo. questo stile non è il suo ma lui decide di adottarlo poiché corrisponde alla deformazione del mondo, barocco è il mondo. insiste pure su un tema che più gli bruciava, il carattere sadico dell’educazione borghese, cui simbolo è questa casa (la principale ragione delle difficoltà economiche della famiglia e il motivo della miseria nella quale è vissuto). C’è una lettera a un cugino del 27 dicembre 1936, in cui dice perché tutto ciò nasce: “l’immagine di Lei, mi ritorna e ho un indescrivibile rimorso, ho troppo sofferto… non ero padrone di me… ho passato delle settimane orribili…”. Comincia a scrivere e questo ha una funzione terapeutica che lo aiuta a elaborare il lutto della perdita della mamma, ma anche il rimorso nei suoi confronti, che tutti abbiamo quando perdiamo delle persone che sappiamo di averle amate ma anche odiate. Dopo il 1963, continua a scrivere questo romanzo fino a che nel 1970 abbiamo la 4°ristampa Einaudi, questo vuol dire che il libro comunque aveva successo, aveva pochi lettori ma tosti, forti. Alla 4°ristampa si aggiungono due nuovi capitoli e giungiamo all’episodio della morte della madre, ma senza che il romanzo sia concluso. Questo romanzo in parte non è concluso perché lui non potendolo pubblicare cessa di scriverlo e in parte viene pubblicato per sua scelta così com’è. Questo è il romanzo della sua vita poiché fondamentalmente il periodo di stesura dura all’incirca 20 anni e lo lascia inconcluso perché la nostra vita se ci pensiamo e questo vale per coloro che scrivono autobiografie è sempre inconclusa, incompiuta e non può mai essere raccontata per intero. La vita, il mondo, è sempre inconclusa, quindi se il romanzo chiede una conclusione è un atto di prepotenza. TRAMA: Ci troviamo in Brianza, ma ha un nome fittizio, Maradagal. Qui c’è un riferimento ad un suo viaggio in Argentina, si immagina che ci troviamo lì e tutti i nomi vengono deformati e resi spagnoli, Longone per esempio si chiama “Lukones”, Milano diventa Pastrufazio. Abbiamo un paese immaginario che ha fatto la guerra con il Parapagal (può fare riferimento alla rivalità tra Argentina e Uruguay ma soprattutto alla guerra Italia/Austria). Alla conclusione di questa guerra vinta dal Maradagal, i reduci sono stati spesso impiegati presso istituti di vigilanza. In verità qui la maggior parte dei critici ci vede una trasfigurazione del fascismo, infatti i reduci, non riuscendo ad adattarsi alla vita civile, fanno parte delle squadre fasciste e proteggono la borghesia, una funzione para mafiosa tipica dei fascisti. La protezione dell’istituto viene rifiutata dal protagonista, Gonzalo Pirobutirro. Il nome è spagnolo, mentre il cognome, che in spagnolo non esiste, è ispirato alle pere pirobutirre: c’è quindi un gioco grottesco e ironico attorno ai nomi. il personaggio non entra subito in scena, ma ci vogliono 100 pagine prima che entri in scena; viene preparato dalle dicerie della gente del paese e dal monologo del medico del paese che si sta recando verso la casa del personaggio, e sta facendo delle considerazioni su questo personaggio sociopatico e malinconico che sta andando a visitare. Nel frattempo il medico fa anche delle considerazioni attorno a un personaggio, Pedro Manganones, un reduce che si è finto sordo per poter entrare in uno di questi istituti ma poi è stato scoperto e licenziato. Questo personaggio sembra una digressione senza senso nel romanzo fino a quando non ci accorgiamo che lui è un indiziato per l’omicidio della madre di Gonzalo. Dopo 100 pagine, il medico arriva nella villa, dopo aver fatto delle

considerazioni intorno alle ville che incontra durante la sua passeggiata che sono le ville della borghesia pastrufaziana. In questa riflessione che il medico fa, troviamo una deformazione del linguaggio degli agenti immobiliari, linguaggio ironico sui debiti della borghesia, sul disordine della borghesia che fa orrore al personaggio e all’autore. “Gli architetti di Milano avevano ingioiellito le pendici di ville” : (iperbato) questa costruzione così barocca e grottesca la troveremo in tutto il romanzo. In questo passo troviamo comunque tantissima ironia sulla dispersione del patrimonio. La descrizione è feroce, dura nei confronti della borghesia che abita questi luoghi. Il medico comincia a parlare con Gonzalo che comincia a sfogarsi con il medico, il quale si sta zitto: questo è un monologo, schema che abbiamo visto nella coscienza di Zeno, in cui abbiamo un personaggio che parla anche vanvera, dicendo tutto quello che gli passa per la testa, e dall’altra parte un medico che si limita ad ascoltare e qui il medico pure ascolta. Abbiamo un’analogia di queste due esperienze che nascono dalla psicoanalisi. Tutti e due queste esperienze narrative rifiutano l’ordine della trama e procedono per accumulo. Anche la coscienza di Zeno tratta i fatti dispersi e stessa cosa più o meno abbiamo qui. Dopo di che, si parla del rapporto con la madre, in cui assistiamo a scoppi d’ira di Gonzalo nei confronti della madre. Lui va e viene da Milano e molto spesso la madre si ritrova sola. Per esempio, all’inizio del capitolo durante un temporale la madre è sola, scende nella cantina terrorizzata, ed è una sorta di nekuya quella che sta compiendo; gli appare il fantasma del figlio morto in guerra e quello del figlio sopravvissuto che poi torna e se la prende con la madre, molto violento. Riparte di nuovo. Di lì a poco, siamo di sera, c’è scena uccisione. Ci sono due membri dell’istituto di vigilanza, si accorgono di alcuni rumori e trovano la madre ferita, che morirà di li a poco. Non si sa chi sia stato e il primo pensiero è che sia stato il figlio. Aprono la casa a tutti, tornano pure i contadini che aveva buttato via il figlio. In questo modo ritorna il disordine. Con questo ritorno del disordine si chiude il romanzo. Questa prosa molto complicata si può riassumere in 3 registri fondamentali:

  1. Registro umoristico. Registro che fonde diversi altri registri linguistici: spagnolo, italiano (contemporaneo, rinascimentale, 800esco), napoletano, linguaggi settoriali e tecnici.
  2. Registro logico-razionalistico o filosofico e psicoanalitico. Qui si fa riferimento a Leibniz a Freud. Per esempio nel brano “ Tali donne ” troviamo disturbi femminili, quando in verità si trattava di disturbi comuni sia a donne sia a uomini, ma in generale le donne venivano indicate come “isteriche”. Questo è un brano abbastanza complicato come esempio di registro logico razionalistico, ma la maggior parte del testo è umoristico.
  3. Registro lirico. Sono le pagine del romanzo in cui appare il figlio e la madre, in cui esprimono la loro partecipazione dolorosa al mondo, la cognizione (conoscenza) del dolore attraverso un linguaggio letterariamente alto. Questo fa riferimento al barocco, una rappresentazione del mondo cumulativa che rinuncia all’ordine poiché nel mondo l’ordine non c’è e noi non possiamo fingerlo. Gonzalo viene descritto, per le prime 100 pagine, prima dai vicini e viene presentato come uno che abbia tutti i vizi capitali, ma di tutti questi il principale è l’ iracondia , la violenza verbale soprattutto nei confronti della madre. Questa iracondia si dirige verso le figure familiari: è la famiglia il luogo del disagio psichico, disagio a cui Gonzalo dedica il suo dialogo con il medico, che fondamentalmente è un monologo in cui il suo inconscio deve venire fuori. L’inconscio è un’aggressività diretta nei confronti dei familiari ( a lui non risero i parenti ). La diagnosi di Gonzalo

questa continuazione. Il tema della continuazione biologica percorre tutto il romanzo e viene declinato in 2 formulazioni opposte: da una parte sia il medico che madre vogliono la continuazione biologica di Gonzalo, dall’altra parte Gonzalo no. La madre, nel famoso brano che inizia il capitolo 5, fondamentalmente sta pensando al figlio come colui che appunto gli farebbe superare la paura, che la sta attanagliando, poiché se pure morisse ci sarebbe lui, non il figlio amato morto in guerra, ma almeno lui che dopo la morte potrebbe continuarla. Al centro di questo famoso brano c’è la casa: è la casa ad essere investita dal tempo, dall’uragano e secondo Gonzalo viene invasa dai peones. Questa casa è uno spazio sempre minacciato. Gadda aveva scritto un brano in cui descriveva la casa come un luogo di protezione, ma quello che sta avvenendo qui è che questa casa (dimora del silenzio) viene invasa dal rumore, dalla gente, dalla tempesta. Il luogo che lui desidera e odia allo steso tempo è costantemente minacciato. L’irruzione della folla nella casa è la scena finale del romanzo, in cui quello che non doveva avvenire, avviene dopo che la madre muore. Entrano due guardie giurate che scoprono il cadavere. Nella descrizione di questo cadavere si dà tanta attenzione alle mani che erano protese non verso l’assassino, ma verso gli altri, verso chi era nella casa in quel momento, i contadini curiosi, infatti è così che finisce il romanzo, con la casa invasa, violata. Questo romanzo si intitola “La cognizione del dolore”, sembra un titolo abbastanza semplice, cognizione vuol dire conoscenza del dolore, ma in verità è un titolo ricco di riferimenti intertestuali e letterari. Ad esempio Machiavelli narra di la cognizione delle storie, Manzoni dice “la cognizione del male” e anche Leopardi usa questo termine. Ma l’espressione sarebbe in Schopenhauer e quindi in tedesco. Schopenhauer usa la cognizione del dolore a proposito dei padri e che uccidono i figli e se stessi per salvare i figli e se stessi dall’esistenza. Questo è il tema del romanzo, quindi il titolo si potrebbe spiegare in questo modo. La struttura del romanzo di tratta di un accumulo di frammenti diversi a cui non posso dare un ordine narrativo completo. Una trama c’è, un caso di cronaca di un figlio che forse ha ucciso la madre. tuttavia questa trama è incompiuta, non sappiamo se il figlio abbia effettivamente ucciso la madre, perché il romanzo è incompiuto in tutte le sue edizioni Le incompiutezze di quest’opera sono di 3 nature diverse:

  1. Accidentale: Scrive questo romanzo, la rivista chiude, ha finito il lutto della madre e non pensa di chiudere il romanzo perché nessuno glielo sta chiedendo; quindi il romanzo di chiude così.
  2. Intrinseca : Interno al modo che ha l’autore di lavorare sta l’incompiutezza dei suoi romanzi. Lui lavora non costruendo una trama dall’inizio alla fine, ma attraverso degli agglomerati narrativi che poi deve mettere insieme, potrebbe anche cambiare l’ordine e non cambierebbe la sostanza della trama. La maggior parte del romanzo è costruito su una serie di divagazioni, digressioni che appartengono alla tradizione lombarda. Il romanzo è fatto solo di digressioni, c’è poca trama.
  3. Voluta : se lui avesse scritto anche il finale dei suoi gialli avrebbe dato un senso definitivo al mondo, e lui non glielo vuole dare, non vuole dare i dettagli della conclusione, perché il mondo non conclude, non ha senso.

In conclusione vi è un brano di natura psicoanalitica, il fenomeno della freddezza nei confronti dei figli da parte dei genitori, causato da una delusione narcisistica da parte dei genitori: i genitori si rispecchiano nel figlio ed è un’illusione narcisistica quella di vedere i figli belli e riusciti nella vita, si è delusi quando i figli non sono belli e né riescono ad ottenere nelle delusioni sociali ciò che noi non abbiamo ottenuto. Così non è colpa dei genitori se non hanno potuto sorridere al figlio, ma è colpa del figlio se i genitori non hanno potuto sorridere perché lui aveva una forma difettiva, così il figlio porterà sempre un senso di colpa. Egli penserà che è sempre il suo limite, una sua colpa. Questa assenza d’amore diventa una mancanza autostima, che origina il male oscuro. Del male oscuro si parla ripetutamente nel romanzo e si dice che è la teoria di un filosofo che lui chiama Saverio Lopez, psichiatra immaginario che ha dato la diagnosi della depressione di Gonzalo.