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Nacque a Milano nel 1893 da una famiglia borghese: il padre era imprenditore tessile, la madre insegnante
di lettere.
Però la concorrenza delle sete giapponesi determinò la rovina economica della famiglia, che dovette vivere
in ristrettezze.
La declassazione fu un trauma che incise sul giovane Gadda, lasciando traccia anche nelle sue opere.
Le privazioni e i sacrifici patiti per colpa della villa, in cui i genitori avevano proiettato le loro aspirazioni di
prestigio signorile, segnarono il bambino, che già dimostrava una “sensibilità morbosa” e diedero origine a
un oscuro rancore nei confronti del padre e della madre.
Compiuti gli studi liceali, Gadda fu costretto dalla madre ad intraprendere gli studi di ingegneria, contro la
sua vocazione, che era letteraria. La professione di ingegnere fu per lui sempre un peso intollerabile e venne
sentita come qualcosa di mortificante, che gli impediva di dedicarsi all’attività di scrittore, dove gli sembrava
di potersi realizzare. Anche questo fu motivo di rancore verso la madre e contribuì a creare quel rapporto
ambivalente, fatto di amore deluso e odio profondo, che ispirerà le pagine del suo capolavoro La cognizione
del dolore.
Nel 1915 interrompe gli studi universitari per arruolarsi come volontario nella Prima guerra Mondialeà
Gadda vedeva nella guerra l’occasione per un riscatto della vita nazionale, la possibilità per l’instaurarsi di un
vivere civile più ordinato, così come l’occasione di un riscatto personale. In realtà, la guerra fu per Gadda un
trauma terribileà da un lato egli si scontrava con l’inefficienza e il caos della macchina bellica, che era la
negazione del suo sogno di ordine e disciplina, dall’altro verificava come il “male oscuro” che gli impediva un
rapporto con il mondo. à il trauma fu ribadito innanzitutto dalla morte in guerra del fratello, da lui amato e
ammirato per la sua forza, poi dalla prigionia in Germania e, infine, dal rientro alla vita civile nel dopoguerra,
segnato da disordini sociali e da conflitti esasperati, che gli apparivano come un attentato a un ideale di vita
nazionale ordinata e civile.
Di qui nacque un’adesione al fascismo, che era per Gadda lo strumento per una rigenerazione della patria e
per un ritorno all’ordine. Ma presto lo scrittore si rese conto di come il fascismo determinasse un
aggravamento dei mali italianià la simpatia iniziale si rovesciò in un’avversione che inizialmente Gadda
occultò dietro un’adesione al regime, ma che esploderà dopo il 1945 nel romanzo Quer pasticciaccio brutto
de via Merulana.
Nel frattempo, Gadda aveva seguito corsi di filosofia, ma senza concluderli.
Aveva iniziato anche la sua carriera di scrittoreà erano opere raffinate, per pochi: a lungo fu uno scrittore
apprezzato negli ambienti letterari ma ignorato dal vasto pubblico.
Successivamente lasciò la professione di ingegnere, riprendendola solo sotto la spinta del bisogno.
Nel 1936 morì la madre e ciò scatenò in lui terribili sensi di colpaà da questo stato d’animo si sviluppò La
cognizione del dolore .
La Seconda guerra mondiale fu per lui di nuovo un’esperienza dolorosa.
Nel 1950, grazie all’interessamento di amici letterati, ottenne un incarico di collaboratore al Terzo
programma della RAI.
La pubblicazione del Pasticciaccio nel 1957 segnò il suo successo presso un pubblico più vasto. Ma,
l’improvvisa notorietà lo infastidiva, sempre più sprofondato nel suo “male oscuro”, bisognoso di solitudine.
Il successo fu ribadito nel 1963 dalla pubblicazione in volume della Cognizione del dolore, che fu visto sin da
subito come il suo capolavoro; ottenne anche il premio internazionale Formentor.
Gadda trascorse gli ultimi anni chiuso nella sua solitudine, tormentato dai mali fisici e dalle sue fobie,
ossessioni e angosce. Morì a Roma nel 1973.
Gadda aveva una grande capacità di mescolare più lingue, per cui il suo è uno stile straordinario.
Gadda non usa la lingua della comunicazione corrente, ma un suo linguaggio personale che risulta dalla
mescolanza di: dialetti, i gerghi e i linguaggi speciali, la terminologia delle scienze, i vocaboli arcaici ed aulici
della tradizione illustre, latinismi, parole straniere, neologismi.
Così Gadda si collega al filone plurilinguistico e maccheronico, che aveva sempre avuto una funzione di
rottura nei confronti delle istituzioni letterarie.
Inoltre, Gadda ama il procedimento dell’accumulazione caotica di elencazioni di realtà tra loro diverse.
Si nota anche un gioco metaforico, paragoni, immagini bizzarre e impensate e il gusto di deformare le
parole, caricandole di doppi sensi e allusioni.
Dietro la scrittura di Gadda si scorge un rapporto traumatico con la realtà, una tragica condizione
esistenziale e una precisa visione del mondo.
La realtà, le cose, le persone, la natura, la società appaiono a Gadda come un caos, un turpe “pasticcio” di
oggetti degradati, osceni, che suscitano il suo disgusto. Ma questa reazione nevrotica di fronte al reale poi
trova fondamento in un’autentica costruzione concettuale.
In Gadda c’è un’aspirazione all’ordine, alla simmetria geometrica, che per lui dovrebbe raccogliere sia la
realtà naturale sia quella storica e socialeà invece, la realtà si è allontanata, in un processo di degradazione,
da questo modello d’ordine: il mondo è esploso in un caos labirintico. In questo caos i singoli oggetti si
allontanano dalle forme perfette che dovrebbero essere per loro previste dall’ordine naturale, sono
deformati come una degenerazione interna. È questo il “barocco” che è nelle coseà le cose, sono affette da
un turgore vitale, offensivo per chi le guarda, oppure sembrano ridursi in qualcosa di osceno che suscita il
disgusto. Questo vale anche per la realtà sociale, in quanto l’ordine sognato da Gadda è degenerato in un
caos turpe: trionfa l’ostentazione di ricchezza e potere della borghesia dirigente, la menzogna.
L’uso dei termini bassi rivela l’impulso mimetico, cioè la volontà di rifare il verso alla realtà barocca.
A ciò si contrappone il bisogno di ordine e di autenticità e si esprime nell’uso di un lessico prezioso e aulico,
che assume la funzione di riscattare il reale dalla sua degradazione.
Il gioco metaforico corrisponde al bisogno di “redimere” le cose, ma in realtà dà anch’esso il senso di un
reale caotico, in continuo cambiamento, in cui le forme passano continuamente le une nelle altre. Quindi, il
suo pastiche è una perfetta immagine di un mondo labirintico che si sottrae ad ogni tentativo di ripristinare
un ordine e un senso.
Questa visione del mondo si riflette anche sulle strutture dei romanzi. L’ aspirazione all'ordine si traduce in
un bisogno di creare organismi narrativi compatti e armonici, che emulino i modelli illustri del romanzo
ottocentesco (Alessandro Manzoni). Tale aspirazione è destinata alla sconfitta poiché sull'ordine prevale
nettamente il caos, ossia la mimesi del reale: il racconto si disgrega in una miriade di frammenti a sé stanti,
costituiti dalle infinite digressioni, fra le quali assumono uno spazio notevole le minuziose descrizioni dei
dettagli insignificanti. Alla disgregazione della forma romanzesca contribuisce inoltre il fatto che le opere di
Gadda rimangono puntualmente incompiute, a sancire l'impossibilità di racchiudere la vicenda entro un
orizzonte dotato di senso.
Quest’opera è il capolavoro di Gadda ed è l’opera che meglio riassume la tematica soggettiva del dolore.
Il romanzo fu pubblicato parzialmente, a puntate, sulla rivista “Letteratura”, poi in volume nel 1963. Si
svolge in un immaginario paese sudamericano, il Maradagàl, dietro a cui si può intravedere la Brianza, dove
la famiglia di Gadda possedeva una villa.
In un personaggio fittizio, don Gonzalo, Gadda proietta tutte le sue sofferenze e le sue ossessioni.
Don Gonzalo è un ingegnere quarantenne, colto e appassionato di studi filosofici, che vive con la vecchia
madre nella villa fatta costruire, con sacrifici dolorosi che avevano tormentato la sua infanzia, dai genitori già
impoveriti, ma che non volevano rinunciare al loro antico lustro signorile.
L’eroe è devastato dalla nevrosià è tormentato dal ricordo del fratello morto in guerra, da lui amato e
ammirato, ossessionato da fobie che esplodono in accessi d’ira e in deliri. Un rancore profondo divide il figlio
dalla madre e la vecchia signora ha paura del figlio.
Don Gonzalo ha bisogno di chiudersi in solitudine per sfuggire all’oceano della stupidità che lo circonda, alla
vita soffocante della campagna.
Gonzalo tiene in sé la sua rabbia contro questa realtà stolta, consumandosi nei suoi deliri o in gesti
profanatori contro la madre e la memoria del padre. Egli vorrebbe ancora proporsi come depositario dei
valori puri contro una realtà degradata, ma le sue aspirazioni eroiche sono negate dalla mediocrità comica
del mondo in cui è immerso, che finisce per contaminarlo.
Anche la villa solitaria in cui vive, dedicata alla memoria e al dolore, viene alla fine distrutta dall’invasione
della “pluralità sconcia” degli abitanti del villaggio.