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bruno bettelheim e il gioco, Sintesi del corso di Pedagogia

Sintesi di bruno bettelheim e il gioco

Tipologia: Sintesi del corso

2025/2026

Caricato il 27/04/2026

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Da: Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto, Feltrinelli, 2007
La funzione educativa del gioco
"Il gioco dovrebbe essere considerato l'attività più seria dell'infanzia," scrisse Montaigne. Se
vogliamo comprendere nostro figlio, dobbiamo comprendere i giochi che fa. Perciò, nel presente
capitolo e nei successivi, dedicheremo molto spazio all'esame del gioco dei bambini. Molti genitori,
del resto, si rendono conto della sua importanza, e sono ben felici di fornire ai figli giocattoli e
materiali, di insegnare loro a usarli, di fare in modo che possano giocare con altri bambini. Le attività
ludiche a cui i bambini si dedicano si modificano via via, di pari passo con il loro sviluppo intellettivo
e psicologico. È attraverso il gioco che il bambino incomincia a comprendere come funzionano le
cose: che cosa si può o non si può fare con determinati oggetti e grosso modo perché; mentre giocando
con altri bambini, si rende conto dell'esistenza delle leggi del caso e della probabilità, e di regole di
comportamento che vanno rispettate.
Ma la lezione forse più importante che viene appresa dal gioco è che, anche se si perde, il mondo non
crolla. Se si perde una partita, si può vincere la successiva, o l'altra ancora. Attraverso la sconfitta in un
gioco o in una gara che possono essere ripetuti e in cui potrà eventualmente vincere, il bambino arriva
a convincersi di potercela fare, nella vita, nonostante i fallimenti temporanei, persino in situazioni
identiche a quella che l'aveva visto sconfitto. S'intende che, perché il bambino impari questa lezione
così fondamentale, occorre che i genitori non attribuiscano importanza al fatto di vincere, bensì al
piacere di giocare. Devono anzi fargli capire che perdere non è affatto una dimostrazione di inferiorità
personale, così come vincere non è una dimostrazione di superiorità. Gli inglesi, che sono
tradizionalmente noti come un popolo sportivo nel senso migliore del termine, nutrono grande
ammirazione per chi sa perdere sportivamente. Sanno che impersonare il ruolo del vincitore, baciato
in fronte dalla fortuna e accolto dal plauso del pubblico, non richiede doti particolari; mentre accettare
la sconfitta con buona grazia, ammettere che la vittoria dell'avversario era meritata, è più difficile, e
dunque più ammirevole: non solo, ci protegge anche dalla perdita della nostra autostima. Se noi
genitori avessimo questo atteggiamento nei confronti delle sconfitte, i nostri figli si troverebbero a
miglior partito, nella vita. Freud considerò il gioco come lo strumento attraverso il quale il bambino
raggiunge le sue prime grandi acquisizioni culturali e psicologiche e attraverso il quale si esprime; e
questo vale anche per il lattante, il cui gioco non consiste in altro che nel sorridere alla madre quando
questa gli sorride. Freud sottolineò inoltre in quale grande misura e con quanta precisione i bambini
esprimano i loro pensieri e i loro sentimenti attraverso il gioco: ci sono emozioni di cui essi stessi non
avrebbero sentore o dalle quali rimarrebbero sopraffatti, se non avessero la possibilità di elaborarle e
affrontarle nei giochi di fantasia. Gli psicoanalisti infantili hanno sviluppato le intuizioni di Freud, che
già aveva intravisto i molteplici problemi e sentimenti che i bambini esprimono nei loro giochi,
mostrando come essi usino il gioco per elaborare e padroneggiare complesse difficoltà psicologiche
del passato e del presente. Talmente prezioso è il gioco a questo riguardo che la "terapia del gioco" è
divenuto lo strumento principale per aiutare i bambini a superare le loro difficoltà emotive. Freud
aveva affermato che il sogno è "la strada maestra" per arrivare all'inconscio, e questo vale per i
bambini come per gli adulti. Ma il gioco è indubbiamente la "strada maestra" per arrivare al mondo
interiore del bambino, al suo mondo conscio e inconscio. Se vogliamo comprendere il mondo
interiore di nostro figlio e aiutarlo a gestirlo, dobbiamo imparare a percorrere questa strada.
Dai giochi che un bambino fa possiamo farci un'idea di come vede e interpreta il mondo: come
vorrebbe che fosse, che cosa gli interessa, quali problemi lo affliggono. Attraverso il gioco esprime
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Da: Bruno Bettelheim, Un genitore quasi perfetto , Feltrinelli, 2007 La funzione educativa del gioco "Il gioco dovrebbe essere considerato l'attività più seria dell'infanzia," scrisse Montaigne. Se vogliamo comprendere nostro figlio, dobbiamo comprendere i giochi che fa. Perciò, nel presente capitolo e nei successivi, dedicheremo molto spazio all'esame del gioco dei bambini. Molti genitori, del resto, si rendono conto della sua importanza, e sono ben felici di fornire ai figli giocattoli e materiali, di insegnare loro a usarli, di fare in modo che possano giocare con altri bambini. Le attività ludiche a cui i bambini si dedicano si modificano via via, di pari passo con il loro sviluppo intellettivo e psicologico. È attraverso il gioco che il bambino incomincia a comprendere come funzionano le cose: che cosa si può o non si può fare con determinati oggetti e grosso modo perché; mentre giocando con altri bambini, si rende conto dell'esistenza delle leggi del caso e della probabilità, e di regole di comportamento che vanno rispettate. Ma la lezione forse più importante che viene appresa dal gioco è che, anche se si perde, il mondo non crolla. Se si perde una partita, si può vincere la successiva, o l'altra ancora. Attraverso la sconfitta in un gioco o in una gara che possono essere ripetuti e in cui potrà eventualmente vincere, il bambino arriva a convincersi di potercela fare, nella vita, nonostante i fallimenti temporanei, persino in situazioni identiche a quella che l'aveva visto sconfitto. S'intende che, perché il bambino impari questa lezione così fondamentale, occorre che i genitori non attribuiscano importanza al fatto di vincere, bensì al piacere di giocare. Devono anzi fargli capire che perdere non è affatto una dimostrazione di inferiorità personale, così come vincere non è una dimostrazione di superiorità. Gli inglesi, che sono tradizionalmente noti come un popolo sportivo nel senso migliore del termine, nutrono grande ammirazione per chi sa perdere sportivamente. Sanno che impersonare il ruolo del vincitore, baciato in fronte dalla fortuna e accolto dal plauso del pubblico, non richiede doti particolari; mentre accettare la sconfitta con buona grazia, ammettere che la vittoria dell'avversario era meritata, è più difficile, e dunque più ammirevole: non solo, ci protegge anche dalla perdita della nostra autostima. Se noi genitori avessimo questo atteggiamento nei confronti delle sconfitte, i nostri figli si troverebbero a miglior partito, nella vita. Freud considerò il gioco come lo strumento attraverso il quale il bambino raggiunge le sue prime grandi acquisizioni culturali e psicologiche e attraverso il quale si esprime; e questo vale anche per il lattante, il cui gioco non consiste in altro che nel sorridere alla madre quando questa gli sorride. Freud sottolineò inoltre in quale grande misura e con quanta precisione i bambini esprimano i loro pensieri e i loro sentimenti attraverso il gioco: ci sono emozioni di cui essi stessi non avrebbero sentore o dalle quali rimarrebbero sopraffatti, se non avessero la possibilità di elaborarle e affrontarle nei giochi di fantasia. Gli psicoanalisti infantili hanno sviluppato le intuizioni di Freud, che già aveva intravisto i molteplici problemi e sentimenti che i bambini esprimono nei loro giochi, mostrando come essi usino il gioco per elaborare e padroneggiare complesse difficoltà psicologiche del passato e del presente. Talmente prezioso è il gioco a questo riguardo che la "terapia del gioco" è divenuto lo strumento principale per aiutare i bambini a superare le loro difficoltà emotive. Freud aveva affermato che il sogno è "la strada maestra" per arrivare all'inconscio, e questo vale per i bambini come per gli adulti. Ma il gioco è indubbiamente la "strada maestra" per arrivare al mondo interiore del bambino, al suo mondo conscio e inconscio. Se vogliamo comprendere il mondo interiore di nostro figlio e aiutarlo a gestirlo, dobbiamo imparare a percorrere questa strada. Dai giochi che un bambino fa possiamo farci un'idea di come vede e interpreta il mondo: come vorrebbe che fosse, che cosa gli interessa, quali problemi lo affliggono. Attraverso il gioco esprime

cose che non riuscirebbe a tradurre in parole. Nessun bambino si mette a giocare tanto per passare il tempo, anche se lui stesso potrebbe credere che sia così, o potrebbero crederlo gli adulti che lo osservano. Anche quando apparentemente incomincia un gioco per riempire dei momenti vuoti, la scelta di un gioco piuttosto di un altro è motivata da processi, bisogni, problemi, angosce interiori. I processi in atto nella psiche del bambino determinano l'attività di gioco: il gioco è il linguaggio segreto, che noi dobbiamo rispettare, anche se non lo comprendiamo. Tutti i bambini, anche i più normali e abili, incontrano quotidianamente difficoltà che ai loro occhi si presentano come insormontabili problemi di vita. Agendoli nel gioco, un aspetto per volta, a modo suo, secondo i suoi ritmi, il bambino può riuscire a far fronte passo per passo a problemi di grande complessità. Di solito li agisce in forma simbolica, il più delle volte difficile anche per lui da decifrare, in risposta a processi interiori di cui lui stesso è inconsapevole e le cui origini possono essere sepolte nelle profondità del suo inconscio. Può darsi che il gioco che ne viene fuori a noi appaia privo di senso, o addirittura sconsigliabile, dato che noi non sappiamo a quali scopi serve né come andrà a finire. Per questa ragione, se non si prevedono pericoli immediati, è sempre meglio lasciare che i nostri figli giochino come vogliono, senza interferire quando li vediamo così assorti. Il tentativo di aiutarli quando non riescono, pur se dettato dalle migliori intenzioni, potrebbe distrarli dal cercare, e infine trovare, la soluzione che più risulta loro utile. Facilmente il nostro intervento tenderà a sviare nostro figlio dalla sua strada, perché i nostri suggerimenti risulteranno probabilmente sensati a livello di coscienza, e quindi convincenti per un bambino, che è facilmente influenzabile e non è consapevole lui stesso delle pressioni inconsce alle quali sta cercando di far fronte. Ma con i nostri ragionevoli consigli potremmo impedirgli di padroneggiare le difficoltà psicologiche che lo affliggono. Vorrei citare il caso di una bambina di quattro anni che reagì con la regressione alla gravidanza della madre. Benché da tempo non si facesse più la pipì addosso, ora riprese a bagnare il letto; ricominciò inoltre ad andare gattoni e pretese persino di nutrirsi con il poppatoio. Queste reazioni preoccupavano molto la madre, che, in previsione dell'impegno che il neonato avrebbe comportato, contava sulla relativa maturità della figlia. Fortunatamente, però, non cercò di impedire il comportamento della bambina; la piccola non si limitava a giocare a essere un bebè, ma si comportava come se lo fosse veramente. Dopo alcuni mesi, la bambina sostituì il comportamento regressivo con uno molto più maturo: ora giocava a fare "la brava mamma". Divenne piena di premure per la sua bambola, e accudiva in tutti i modi e con una serietà che non aveva dimostrato prima. Mentre nella fase della regressione si era identificata con il fratellino che doveva nascere, ora, in quello che costituiva chiaramente un gioco, si identificava con la madre. Quando nacque il fratellino, la bambina aveva portato a termine gran parte dei processi che le erano necessari per far fronte al cambiamento della struttura familiare e alla sua nuova posizione in seno alla famiglia, e l'adattamento nei confronti del nuovo nato si rivelò molto più facile di quanto la madre avesse previsto e temuto. Possiamo dedurre a posteriori che la bambina, nell'apprendere della gravidanza della madre e del prossimo arrivo in famiglia di un nuovo bambino, probabilmente aveva temuto che il nuovo arrivato l'avrebbe privata delle sue gratificazioni infantili; perciò aveva cercato di accaparrarsele. forse aveva pensato che la madre avesse voglia di avere di nuovo un bimbo piccolo, cosa che lei ormai non era più; e aveva deciso (se si può chiamare decisione una reazione inconscia) di tornare a essere un bebè: così la madre non avrebbe più avuto bisogno di andare a prenderne uno, e forse avrebbe rinunciato al progetto. Poiché le fu permesso di mettere in atto idee del genere, dopo un po'"la bambina deve essersi resa conto che bagnare il letto non era così piacevole come si era immaginata, che avere la possibilità di mangiare cibi più variati presentava notevoli vantaggi rispetto a essere costretta a bere solo pappe con il poppatoio, e che camminare e correre consentiva molte maggiori soddisfazioni che non muoversi gattoni. Queste esperienze la convinsero che essere una bambina grande è preferibile alla condizione di bebè. Perciò smise di fingere di essere una neonata e decise invece di essere come sua madre: di

grande soddisfazione della vita: quella di funzionare bene in relazione ad altri. Le basi di questa esperienza vengono poste, attraverso il gioco, nei primissimi mesi di vita, quando il lattante gioca con i genitori e ne trae una sensazione di grande gioia; ma alla lunga il bambino potrà provare piacere solo se la sua gioia gli viene confermata da quella dei genitori. L'importanza del gioco risiede innanzitutto, dunque, nel godimento immediato e diretto che il bambino ne trae, e che si estende traducendosi in godimento per il fatto di essere vivo. Ma il gioco ha, per così dire, due altre facce, rivolte l'una verso il passato, l'altra verso il presente e il futuro, come l'effigie del dio romano Giano. Il gioco, infatti, consente al bambino di risolvere in forma simbolica problemi irrisolti del passato e di far fronte simbolicamente o direttamente a problemi attuali, e costituisce inoltre lo strumento più importante in suo possesso per prepararsi ai suoi compiti futuri. Molto prima che venissero concettualizzati i significati psicologici e gli aspetti inconsci del gioco, era opinione comune che esso rappresentasse il modo in cui i bambini si preparano per i loro compiti futuri. Si può osservare tale funzione preparatoria anche nel comportamento ludico di tutti i cuccioli, che giocando affinano la capacità di usare il corpo per scopi specifici, come la caccia e la fuga. Il ruolo del gioco nello sviluppo delle capacità cognitive e motorie è stato analizzato da Groos (il primo ricercatore a studiare sistematicamente il comportamento ludico), da Piaget (al quale dobbiamo i dati più significativi sull'apprendimento intellettuale derivato dal gioco), e da molti altri studiosi. I bambini che hanno scarse occasioni di giocare tendono a presentare gravi carenze o addirittura un arresto dello sviluppo intellettivo, perché nel gioco e attraverso il gioco il bambino esercita i processi di pensiero, e senza una tale pratica il pensiero si appiattisce e si atrofizza. Anche lo sviluppo del linguaggio viene stimolato, se l'adulto, giocando con il bambino nell'età in cui questi è più ricettivo, gli parla frequentemente e a lungo. I bambini piccoli giocano anche con il linguaggio, quasi a sperimentarne tutte le possibilità; perciò, se i genitori pretendono troppo presto che il figlio si esprima correttamente, questo diminuisce il suo piacere nell'uso creativo della lingua. (Gli insegnanti di bambini culturalmente svantaggiati hanno scoperto che incoraggiarli a comporre poesie aveva l'effetto di stimolarne lo sviluppo intellettivo: inventando poesie, quei bambini avevano la possibilità di giocare con la lingua, di usarla in modo nuovo, creativo. E questa esperienza tendeva a renderli più ottimisti, non solo nel rapporto con le parole, ma anche, indirettamente, nel rapporto con il mondo.) Il gioco assume un'importanza così decisiva perché, mentre ne stimola lo sviluppo intellettivo, insegna anche al bambino, senza che egli se ne renda conto, gli atteggiamenti psicologici indispensabili per l'apprendimento, come ad esempio la perseveranza. È facile acquisire l'abitudine a non darsi per vinti nel corso di un'attività piacevole, liberamente scelta, quale è appunto il gioco. Se già non è diventata un'abitudine acquisita attraverso attività piacevoli, sarà difficile acquisirla mediante compiti più impegnativi, come lo studio. Che le cose non si ottengono subito e facilmente come vorremmo è una lezione che conviene apprendere a un'età precoce, quando si formano le abitudini e le cose si assimilano in modo relativamente indolore. Ed è appunto attraverso il gioco che il bambino lo impara, per esempio quando incomincia a rendersi conto che non c'è bisogno di lasciarsi prendere dalla disperazione se il cubo non rimane in equilibrio su quello precedente al primo tentativo: affascinato dall'idea di riuscire a costruire una torre, il bambino impara a poco a poco che, perseverando nell'impresa, alla fine il successo gli arriderà. Impara cioè a non darsi per vinto al primo segno di fallimento, e neppure al quinto o al decimo, e a non accontentarsi, per lo scoraggiamento, di qualcosa di più facile, ma a insistere, a riprovarci di nuovo. Non potrà tuttavia imparare questa lezione così imperante se ai suoi genitori interessa solo il successo, se lo lodano solo per la buona riuscita e non per gli sforzi compiuti e la tenacia dimostrata. I giocattoli e il mondo "dei grandi"

I giocattoli hanno sempre rispecchiato i simboli del progresso tecnologico della società. Le odierne automobili in miniatura, i "camion", gli aerei e le navi spaziali svolgono nei giochi infantili la medesima funzione che svolgevano nell'antica India o nella Grecia classica le aurighe giocattolo. La grande popolarità delle scatole da costruzione, dei modellini di aerei, dei walkie- talkie, e via dicendo, testimonia dell'interesse infantile per i manufatti della vita adulta. Ed è molto importante per i bambini che i genitori condividano il piacere che essi provano nel giocare con questi giocattoli. Il piacere, per il bambino, deriva principalmente dalle sue fantasie di essere, seduta stante, un grande pilota, un famoso musicista o pittore, un audace esploratore, un geniale inventore, una famosa ballerina, un capostazione o un camionista; mentre il piacere dei genitori si fonda piuttosto sulle loro proiezioni circa il futuro del figlio. Purtroppo, a turbare il profondo valore di queste fantasie in comune c'è il fatto che molti genitori non riescono a godere spontaneamente delle fantasie professionali dei loro bambini perché hanno già deciso, in cuor loro, quale debba essere l'occupazione futura più conveniente per i figli. In questo caso, poiché limita la sua libertà di scelta, l'identificazione con il figlio può dimostrarsi nociva. Di solito essa nasce in parte dal bisogno del genitore di compensare per interposta persona, attraverso il figlio, i propri desideri irrealizzati, e in parte dall'incapacità di concepire che il figlio possa desiderare qualcosa di diverso da quello che egli stesso ritiene desiderabile per lui. Sotto questo profilo, i figli di genitori di classe media, di ceto impiegatizio, sono più sfortunati rispetto ai figli, per esempio, di genitori di classe operaia o di artigiani. Quando un vigile del fuoco vede il figlio giocare con il carro dei pompieri, o un falegname osserva il figlio inchiodare quattro assi insieme, questi genitori possono godere direttamente dell'attività dei rispettivi figli, perché vedersi emulare è gratificante in ogni caso, anche se forse desiderano che il figlio si elevi socialmente rispetto a loro. Ma la speranza in un avvenire migliore per il figlio non interferisce nel piacere di constatare che il loro mestiere è da lui apprezzato. La gioia che il bambino prova all'idea di stare svolgendo il lavoro del padre, e quella del genitore all'idea che il figlio dia tanto valore al suo lavoro possono creare tra i due un legame affettivo molto speciale. Lo stesso vale per il figlio del medico che gioca al dottore o per il figlio dello scienziato che fa esperimenti con la scatola del "Piccolo chimico". In generale, le cose erano più semplici quando i figli seguivano automaticamente il mestiere del padre (per le femmine, naturalmente, questo voleva dire sposarsi e badare alla casa e alla famiglia) i giochi dei bambini riproducevano il lavoro paterno tante volte osservato, in preparazione per il giorno in cui l'avrebbero svolto davvero. Quando in seguito incominciavano ad aiutare il padre in bottega, era più facile per loro diventare bravi in un mestiere svolto tante volte per gioco. Il fenomeno si riscontrava dovunque in forme talmente simili, che molti studiosi del gioco ne conclusero che il suo scopo principale è l'apprendimento dei ruoli futuri. Un'interpretazione del genere è però troppo restrittiva, perché pur indicandone una dimensione importante, trascura di considerare altri significati dell'attività ludica. Oggi, più che di preparazione per ruoli adulti specifici, si dovrebbe parlare di una più generica anticipazione della condizione di adulto. Come per il passato, attraverso il gioco vengono sviluppate abilità cognitive, sociali e fisiche (come la coordinazione dei movimenti corporei necessaria per la manipolazione di attrezzi): il gioco, dunque, continua a costituire una preparazione per occupazioni future, ma non isola né definisce più il mestiere specifico che il bambino svolgerà nella vita adulta. Piuttosto, il gioco oggi preannuncia l'ampia gamma di possibilità aperte al bambino. Quando giocano con animaletti o bambole, con automobiline e aerei, con le costruzioni, o "all'ospedale", i bambini fanno fantasie su queste attività, provano come ci si sente a fare il postino, il dottore, l'inventore o l'astronauta, sperimentano con l'immaginazione possibili ruoli adulti. Questo, anzi, riveste particolare

Nelle classi borghesi, la giornata di ogni bambino è densa di attività organizzate: riunioni dei boy scout o delle guide, lezioni di musica o di danza, attività sportive; questi bambini quasi non hanno il tempo per essere semplicemente se stessi. Anzi, vengono continuamente distolti dal compito di scoprire chi sono, vengono obbligati a sviluppare il loro talento e la loro personalità nella direzione decisa dagli adulti che presiedono alle loro molteplici attività. Persino la scuola incomincia oggi a un'età che un tempo si riteneva troppo precoce per un insegnamento formalizzato. La televisione fornisce inoltre ai bambini di oggi fantasie preconfezionate; ma quello che la rende soprattutto nociva è la dipendenza che i bambini sviluppano nei confronti del mezzo televisivo, dipendenza dovuta al fatto che questi bambini non hanno avuto agio di sviluppare una ricca e articolata vita fantastica (che richiede tempi lunghi per emergere e crescere), perché sono state loro negate le occasioni di esplorare liberamente i propri impulsi, costruendosi un proprio mondo di sogni. I condizionamenti della vita moderna e l'atteggiamento dei genitori derubano i nostri figli di quel bene prezioso costituito di lunghe ore, di giornate intere in cui pensare i propri pensieri, che è un ingrediente essenziale per lo sviluppo della creatività. Alla creatività non si può attingere in spezzoni di ore rubate ad attività considerate più importanti da coloro che dirigono la nostra vita. L'aveva ben compreso Goethe, quando, parlando di un altro grande poeta, Torquato Tasso, ma in fondo riferendosi anche a se stesso, affermò che il genio si nutre nella solitudine. Con questa frase Goethe voleva farci capire che l'immaginazione poetica, al pari di ogni altra espressione di una ricca e significativa vita fantastica, può emergere solo dopo ore di interrotta, quasi giocosa concentrazione sulla propria vita interiore. Quando un bambino appare perduto nei suoi sogni sei genitori sono pronti a suggerirgli (o anche a imporgli) di impiegare più utilmente il suo tempo, e gli mostrano un atteggiamento che vorrei sconsigliare caldamente, che non solo non tiene conto di quanto sia importante per il bambino dare forma alla sua vita interiore al fine di diventare un individuo nel senso più autentico del termine (il che richiede un dispendio enorme di energia, benché sia un lavoro invisibile) trasmette anche al bambino la sensazione che si tratti di qualcosa di sbagliato. Probabilmente a parole i genitori professano di desiderare che il figlio diventi "una persona vera"; tuttavia, se non gli permettono di concentrare in questa difficile impresa tutte le sue energie (che perciò non saranno più disponibili per nessun'altra cosa), il bambino non potrà riuscirci. È in larga misura il fatto di non aver avuto l'agio di sviluppare una ricca vita interiore che induce il bambino a pretendere di essere intrattenuto dai genitori, o a ricorrere alla TV. Vale a dire, non è che l'esistenza di tale passatempo di massa abbia messo fuori corso la ricchezza interiore, come la moneta cattiva caccia la moneta buona; in realtà, al bambino non è stata data la possibilità di coniarsi la sua moneta buona. Si è creato così un circolo vizioso, per cui la mancanza di occasioni e di tempo sufficiente per dedicare le proprie energie allo sviluppo della vita interiore induce il bambino a ricorrere a stimoli preconfezionati atti a riempire un vuoto interiore, e quelli a loro volta gli impediscono di sviluppare una propria autonoma interiorità. Non avendo avuto modo di affinare le qualità che gli consentirebbero di dar forma nei sogni al suo esclusivo "giardino segreto", ecco che il bambino ricade nel vuoto attivismo proposto o imposto dai genitori, o in passatempi ancora più futili, che gli impediscono, sempre di più, non solo di crearsi il suo "giardino segreto", ma anche di colmarlo dei bellissimi fiori della sua immaginazione, che, da adulto, potrebbero trasformarsi in immagini più mature, capaci di conferire un più profondo senso alla sua vita. S'intende che è molto meno impegnativo farsi organizzare il tempo dagli altri (con l'accettazione o il risentimento del caso), che non imparare, attraverso un estenuante processo di prove ed errori, ad

assumersi l'iniziativa di organizzare la propria vita. Lo spirito d'iniziativa è sempre scarsamente sviluppato nei bambini costretti a dipendere da altri. Quando, nell'organizzarsi la vita, il bambino fa molte false partenze e commette molti errori, le paure dei genitori tendono a prendere il sopravvento. A questo punto, il genitore che priva il figlio non soltanto dell'occasione di svilupparsi autonomamente, ma anche, cosa assai più grave, della necessità di farlo. Se vengono a mancare l'occasione e la necessità, è difficile che un bambino sviluppi un realistico spirito d'iniziativa: ecco dunque che la tacita convinzione del genitore, che il figlio sia incapace di prendere iniziative e di organizzare la propria diventa facilmente una "profezia che si realizza da sé". Va tenuto presente, inoltre, che, per sviluppare lo spirito d'iniziativa, non bastano poche occasioni isolate in cui, per caso e per un periodo limitato di tempo, il bambino abbia la possibilità di essere veramente se stesso, soprattutto se sullo sfondo continua a profilarsi qualche attività organizzata e imposta. Lo spirito d'iniziativa non cresce sui terreni aridi, benché esistano individui eccezionali che ne sono quasi miracolosamente dotati e riescono a vivere la propria vita a dispetto di qualunque interferenza. Imparare a vivere in modo autonomo costa molta fatica e richiede un coraggio e uno sforzo di volontà che i bambini normali riescono a tirare fuori solo se vi sono costretti dalla necessità. In caso contrario, lasceranno che siano gli altri a pensarci, salvo poi risentirsene, e finire per essere profondamente insoddisfatti di sé, dei genitori, della vita in genere. Non voglio negare che si corrano certi rischi, a lasciar fare a un bambino di sua iniziativa. D'altra parte non va bene neppure incoraggiare troppo attivamente i figli a organizzarsi da soli, come tendono a fare certi genitori. In tal caso, benché apparentemente le sue azioni siano frutto della sua iniziativa, il bambino sa che non è vero, sa che sta facendo quello che i suoi genitori si aspettano o pretendono che faccia. Insomma, il genitore deve limitarsi a riconoscere i pericoli che possono presentarsi quando il figlio incomincia a gestire da solo aspetti importanti della propria vita, e a vigilare per ridurre al minimo le eventuali conseguenze negative. I rischi peraltro sono minori e le conseguenze negative più facili da prevenire, se il bambino ha incominciato da piccolo a sviluppare il suo spirito d'iniziativa. Succede spesso, invece, che un adolescente voglia prendere in mano la propria vita da un giorno all'altro, con gesti che sono pieni di risentimento, di aggressività o autodifensivi. Di solito, questo indica però che al ragazzo non è stato dato modo di sviluppare un reale spirito d'iniziativa al momento opportuno; e allora le probabilità che commetta errori veramente gravi, che si vada a cacciare in situazioni realmente pericolose, sono effettivamente maggiori. Se si dà loro la possibilità di seguire liberamente il filo dei Propri pensieri, quasi tutti i bambini tenderanno ben presto a ricorrere ai giochi di immaginazione per imporre ordine al mondo interiore, o per liberarsi dei materiali indesiderabili che ne possono affiorare. Così facendo, affinano la capacità di far fronte alla realtà. Tutti i bambini tendono a rifugiarsi in un mondo fantastico quando la realtà diventa troppo difficile da padroneggiare, ma solo quelli affetti da disturbi emotivi cercheranno di rimanervi per sempre. Al bambino normale, i giochi d'immaginazione servono anzi per meglio distinguere la vita interiore, della fantasia, da quella esterna, della realtà, e per meglio padroneggiare entrambi i mondi. Soprattutto, il gioco d'immaginazione (a differenza del puro fantasticare) getta un ponte tra il mondo dell'inconscio e la realtà esterna. Traducendosi in gioco, la fantasia si modifica via via che i gesti del gioco mettono in luce i limiti imposti dalla realtà. Al tempo stesso, la realtà ne viene arricchita, umanizzata, personalizzata, grazie al soffio di vita immessovi dalle componenti inconsce provenienti dalle profondità del mondo interiore. Nella fantasia, nei sogni, nell'inconscio, tutto è possibile; nulla

gradualmente le sue fantasie di vendetta ("Gli stacco la testa!"). È come se si dicesse: In questo momento ho voglia di compiere un gesto drastico, ma so che non lo farò, che ho visto che provocherebbe conseguenze irreversibili. scontrandosi con le leggi della realtà sperimentale nel gioco, i temi dell'inconscio si attutiscono e si modificano. Le idee estremistiche professate da tanti giovani, nella convinzione e esse possano realizzarsi dall'oggi al domani, dimostrano quante poche occasioni abbiano avuto da bambini per imparare attraverso il gioco a rispettare i limiti che la realtà impone alla realizzazione delle fantasie. Integrazione tra mondo interiore e mondo esterno Per molte delle esperienze umane esiste un momento ottimale, in cui la loro efficacia nel favorire lo sviluppo è massima; se non vengono vissute al momento giusto, i loro effetti sulla formazione della personalità non potranno più essere altrettanto positivi. L'età dei giochi costituisce il momento giusto per gettare il ponte tra il mondo dell'inconscio e il mondo della realtà. Questo, anzi, rappresenta il compito evolutivo più importante di quella fase. Più avanti, quando i due mondi sono rimasti troppo a lungo separati, può darsi che non sia più possibile integrarli, o comunque integrarli armonicamente. È per questo che, tra le persone alle quali tale integrazione non è riuscita, alcune cercano l'evasione nel mondo fantastico indotto dalla droga, altre si sforzano di realizzarla attraverso un faticoso lavoro della coscienza, per esempio attraverso la psicoanalisi. Sono dei rimedi disperati e di efficacia limitata, che dimostrano come, quando non sia stata vissuta questa importante tappa evolutiva, la vita stessa possa apparire profondamente insoddisfacente. Il gioco d'immaginazione assume tanta importanza perché costituisce lo strumento principale per integrare il mondo interiore con il mondo esterno. Rappresenta inoltre il tramite attraverso il quale il bambino può operare il passaggio dal significato simbolico degli oggetti all'indagine in prima persona delle loro reali proprietà e funzioni. Chiariamo con un esempio: quando un bambino, dopo avere costruito una torre di cubi, la fa crollare, quello che succede non è semplicemente che, dopo aver agito "in modo costruttivo" per un certo periodo di tempo, hanno preso il sopravvento e trovato espressione le sue pulsioni distruttive. La sua attività nasconde un significato assai più profondo: nella fase costruttiva del gioco, il bambino ha lavorato sottoponendo l'immaginazione (la sua realtà interiore) alle leggi della realtà esterna. Nel momento stesso in cui affermava il suo dominio sui cubi disponendoli secondo il suo progetto, aveva dovuto pur sempre tener conto della sua natura, del suo materiale da costruzione, della forza di gravità, delle leggi dell'equilibrio e della stabilità. Ed ecco che, in segno di ribellione contro tali limitazioni, distrugge la sua torre: vale a dire che non lo fa tanto per dare sfogo alle sue tendenze distruttive, quanto per riaffermare il suo dominio sopra tutto quello che gli oppone resistenza. Quello che passa dentro il gesto dunque, e molto più significativo della semplice alternanza di atti costruttivi e atti distruttivi. Ciò che il suo gioco realmente rispecchia è una fondamentale esperienza di apprendimento circa realtà interna ed esterna e di controllo dell'una e dell'altra. Dalle sue esperienze di gioco il bambino impara che egli può, sì, essere padrone assoluto, ma solo di un mondo caotico; se vuole conservare una sia pur minima padronanza di un mondo strutturato e organizzato, deve rinunciare al desiderio "infantile" di dominio totale e arrivare a un compromesso tra tale desiderio e la dura realtà: deve accettare le leggi che permettono di costruire una torre con i cubi. Impara che il desiderio di esercitare un controllo assoluto conduce al caos (il crollo della torre).

Dopo ripetute esperienze di gioco, i vantaggi di un compromesso, nel quale la realtà interiore riconosca per così dire i diritti della realtà esterna, diventano così evidenti che il compromesso viene accettato come parte dell'ordine naturale delle cose, dapprima con riluttanza ma infine di buon grado. E solo attraverso esperienze di questo tipo il bambino può imparare a mitigare le esigenze interiori alla luce di quel che è attuabile nel mondo in cui vive. Il gioco, dunque, è il processo attraverso il quale egli fa la conoscenza di entrambe le realtà, interna ed esterna, e incomincia non solo ad accettare le legittime esigenze di ciascuna, ma impara anche come soddisfarle con vantaggio proprio e degli altri. Riassumendo, il gioco è un'attività a contenuto simbolico che i bambini usano per risolvere a livello inconscio problemi che non sono in grado di risolvere sul piano della realtà, e che consente loro di provare un senso di dominio della situazione che sono ben lungi dal possedere nella realtà. Il bambino tuttavia sa soltanto che gioca perché gli piace giocare: non è consapevole del suo bisogno di giocare, bisogno che trae origine dalla pressione esercitata da problemi irrisolti. Né è consapevole del fatto che il piacere di giocare gli viene da un profondo senso di benessere, che è l'effetto immediato della sensazione di avere il controllo della situazione, a differenza di quanto succede in tutto il resto della sua vita, che è gestita dai genitori o da altri adulti. Il piacere è particolarmente sentito quando il gioco permette al bambino di avere il controllo di atti che rappresentano a livello simbolico attività in cui essere diretto da altri gli provocava forte risentimento.