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Carlo Emilio Gadda, vita ed opere
Tipologia: Sintesi del corso
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Carlo Emilio Gadda nasce a Milano nel 1893 , figlio primogenito di un piccolo imprenditore, Francesco Ippolito, e di un'insegnante di Lettere di origine ungherese, Adele Leher. La famiglia Gadda vive quindi in una situazione economica agiata, fino a quando però cade in disgrazia a causa degli investimenti sbagliati del padre: l’acquisto oneroso di una villa a Longone, in Brianza, e l’allevamento di bachi da seta che non decolla a causa della spietata concorrenza giapponese. Ad aggravare la situazione di Carlo Emilio concorre la morte del padre nel 1909, che costringe la madre ad enormi sacrifici pur senza vendere la villa di Longone, tanto odiata da Gadda e vista come l’origine dei guai della sua famiglia. Conseguita la maturità classica al liceo Parini nel 1912, Carlo Emilio si iscrive, non per convinzione ma per volontà della madre, alla facoltà di Ingegneria del futuro Politecnico di Milano, scelta che lo costringe ad abbandonare le proprie ispirazioni letterarie. Gli studi universitari vengono interrotti nel 1915 per la chiamata alle armi. Lo scoppio della Grande Guerra lo vede convinto interventista e, quando l’Italia entra nel conflitto, Gadda si arruola come volontario nella divisione degli alpini, prendendo parte ad alcune azioni sull’Adamello. Vive l’esperienza della prigionia quando viene catturato e deportato a Celle, in Germania, dove stringe amicizia con Bonaventura Tecchi, Camillo Corsanego e Ugo Betti. Dell'evoluzione delle sue idee e del suo carattere, ci dà testimonianza il diario scritto in quegli anni, il Giornale di guerra e di prigionia, pubblicato in edizione definitiva nel 1965. Quando la guerra finisce, nel 1919 fa ritorno a Milano, dove lo aspetta una notizia terribile: l’amato fratello Enrico, arruolatosi nell’aviazione, ha perso la vita in un incidente di guerra nel 1918. Questa fine diviene nella biografia dell'autore un vero e proprio mito personale, un estremo segno di valore entro un mondo abitato solo da disvalori, un esempio di coraggio e di coerenza sul quale misurare con continui sensi di colpa la propria impotenza e inutilità. Nel 1920 Gadda ottiene la laurea in Ingegneria e inizia a lavorare, dapprima in Lombadia e Sardegna, quindi tra il 1922 e il 1924, e poi in Argentina. Nel 1921 si iscrive al neonato Partito Nazionale Fascista, pur rimanendo freddo nei confronti del regime per diventarne successivamente fervido oppositore. Tre anni dopo decide di iscriversi alla facoltà di Filosofia e
dedicarsi alla sua vera passione, quella per la letteratura. Pur superando tutti gli esami, non discute la tesi, mentre per mantenersi insegna matematica e fisica al liceo Parini. Nel 1926 collabora con la rivista fiorentina “Solaria”, esordendo con un saggio su Manzoni. Nelle edizioni di Solaria esce anche il primo volume di Gadda, la Madonna dei filosofi (1931), seguito da il Castello di Udine (1934). Sono tempi in cui Gadda vuole con tutte le sue forze vivere di sola letteratura ma il doversi confrontare con i problemi quotidiani lo porta a riprendere l’attività di ingegnere, pur intensificando il suo impegno in campo letterario. Nel 1936 un ulteriore lutto lo colpisce con la morte della madre: la morte della madre, accompagnata da violenti i sensi di colpa, provoca una lacerazioneda cui nasce il nucleo centrale di La cognizione del dolore, romanzo pubblicato incompiuto su Letteratura tra 1938-41. Nel 1940 abbandona definitivamente la professione d’ingegnere; vende la villa di Longone e si trasferisce a Firenze, città che vive un forte fermento culturale e sociale. Qui Gadda frequenta il caffè delle Giubbe Rosse ed entra in contatto con scrittori, poeti e critici: Bonsanti, Montale, Landolfi, Bo. Nel 1950 si trasferisce a Roma, dove lavora presso la RAI per i servizi di cultura del Terzo programma radiofonico fino al 1955 e migliora la sua delicata situazione economica. È in questo periodo che Gadda si impone come una delle maggiori voci del Novecento, soprattutto con la pubblicazione, nel 1957, di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana, romanzo giallo sperimentale ambientato nei primi anni del fascismo, che riscuote un enorme successo e da cui viene tratta la pellicola Un maledetto imbroglio del regista Pietro Germi. L'opera ha notevoli consensi e allarga la fama di Gadda a un pubblico più ampio. Nel 1963 esce il volume la cognizione del dolore che ottiene il Prix International de la Littérature. Gadda venne considerato caposcuola sia da Pasolini che dagli scrittori della neoavanguardia, ma egli reagiva in modo scontroso alla sua fama. Nonostante la fama raggiunta infatti, Gadda vive una tormentata condizione di isolamento dal mondo, preferendo un’esistenza appartata, proprio come Eugenio Montale. Muore a Roma il 21 maggio 1973. Viene inizialmente sepolto nel cimitero di Prima Porta, e lì rimane per ventisette anni. Nel 2000 le sue spoglie vengono trasferite nel cimitero acattolico di Testaccio, all’ombra della Piramide Cestia, dove lo scrittore aveva confessato alla sua governante ed erede universale Giuseppina Liberati di voler riposare.
ambiguo: da una parte le riconosce i grandi sacrifici e la forza, dall'altra le
situazioni e personaggi di forte densità oggettiva, in un mondo che è insieme reale, fantastico, artificiale, grottesco, ma su cui pesa l'oscuro fondo psichico che travaglia l'autore. Si sente qui l'effetto di un attenzione spontanea di Gadda alla psicoanalisi. La cognizione del dolore nasce come racconto o frammento narrativo che doveva confluire in altre raccolte, ma si trasforma in un vero e proprio romanzo pubblicato in sette puntate sulla rivista Letteratura tra 1938 e 1941, la cui conclusione rimase però sospesa. La prima edizione intera del romanzo appare nel 1963. Nel 1970 appare una seconda edizione che contiene due tratti inediti che facevano avvicinare il romanzo quasi alla sua conclusione. Nella sua veste finale il romanzo è diviso in due parti, per un totale di 9 tratti: presenta proiezioni diverse della realtà di un fittizio paese sudamericano, il Maradagàl, appena uscito da una guerra vittoriosa ma rovinosa con il vicino Parapagàl. Il protagonista, un certo ingegnere nevrastenico e malinconico di nome Gonzalo, coltiva progetti letterari e vive in una villa con la vecchia madre, dopo aver perduto in guerra il fratello. Gli svolgimenti narrativi sono abbastanza scarni e la vita di Don Gonzalo si svolge in una rabbiosa solitudine, nell'odio verso il mondo circostante, verso i borghesi nelle vicinanze, verso i contadini che circolano nella villa, verso una varia umanità a cui la madre manifesta una benigna disponibilità; aggressivo e rancoroso è il suo rapporto con la stessa madre, con la quale egli vive scene di singolare violenza. Egli rifiuta la protezione di un associazione di guardie notturne, il «Nistitúo de vigilancia para la noche»: ma in una notte in cui egli è assente, per uno dei suoi viaggi di lavoro, la madre viene trovata moribonda nel suo letto, per alcuni colpi subiti al capo in circostanze che restano misteriose. Nel titolo, il termine cognizione indica un percorso di ricerca delle cause e dei sintomi di quel dolore lacerante. Il disperato fondo autobiografico (evidente nei particolari della figura del protagonista, dei suoi rapporti con la madre e nella morte del fratello in guerra) erompe dal confronto con un ambiente esterno: l'immagine del paese sudamericano offre un'immagine piuttosto trasparente dell'Italia del primo dopoguerradel fascismo. La caotica realtà del dopoguerra, la mancanza di ogni stanza civile, tutti i mali che Gadda vede nella società italiana si riproducono trasporti nel romanzo, pieno di paesaggi, affollato di emigrati, gli oggetti di vita quotidiana, di consuetudini piccolo- borghesi. In questo modo sono possibili svariati miscugli linguistici: dal lombardo borghese e popolare allo spagnolo, ai dialetti meridionali, tra napoletano e sannita.
L'Italia fascista, deformata e trasposta in Sudamerica, si presenta così come un mondo barocco e grottesco. I violenti risentimenti di Gonzalo si dirigono verso la borghesia di cui egli fa parte e verso le classi popolari che ruotano attorno alla villa, che prestano piccoli servizi e trovano una generosa benefattrice nella madre. In tutti egli odia l'attaccamento alle cose, il senso di proprietà e del possesso, la ricerca di pietà. I rapporti con questo mondo fanno esplodere la nevrosi di Gonzalo fino al limite della follia. Alla misantropia, egli associa la diffidenza e l'odio per le donne. Alla radice del suo travaglio, del male oscuro che rode tutto il suo essere, c'è un infanzia consumata nel dolore, senza gioia, di sacrifici imposti dagli ottusi ideali dei genitori. Di fronte ai vari segni del dolore, la parola di Gadda riesce a raggiungere momenti di straordinaria potenza arrivando esprimere insopportabile. Nella rapporto di Gonzalo con la madre il risentimento all'aggressività siaggrovigliano con una tenerezza che non riesce ad esprimersi se non in un sordo senso di colpa, in un'ossessiva preoccupazione per la fragile povera esistenza della vecchia signora. Il rancore di Gonzalo è in realtà quello di chi non ha mai avuto la madre tutta per sé. Egli avverte una pena per il suo invecchiare, per lamaledizione del tempo che la consuma, ma non riesce in nessun modo a comunicarle semi di tenerezza. Vorrebbe offrirle affetto e averne il perdono, e si scatena invece contro di lei con truci minacce, che sfiorano anche la violenza fisica. Ma il narratore è attento anche a seguire dall'interno il dolore della madre: la sofferenza e solitudine della madre amplificano la colpa del figlio, aggravata anche dalla tremenda responsabilità per il truce assassinio finale, che avviene mentre è assente dalla casa. La scena della scoperta dell'aggressione (in una notte grottesca percorsa da equivoci, bagliori improvvisi, apparizioni distorte) moltiplica la piena del dolore in un oltraggio insopportabile, che rivela l'orrore del vivere e del morire.
Diciamo che Gadda è un autore-filosofo, studia filosofia ed ha un apparato filosofico ben preciso. Cosa voglio dire? Cioè secondo lui, la società era un caos, era un labirinto; la scrittura non era altro che una terapia, la scrittura serviva a comprendere noi stessi e comprendere la società, a cercare di mettere un po' di ordine e quindi la scittura aveva una funzione terapeutica, serviva a guarire appunto noi stessi e la società. E' un po' l'idea che ha Sciascia e anche Calvino: la scittura come razionalità per mettere ordine. Fra tutti i filosofi Gadda preferisce Freud e dà un grande influsso così come era accaduto a Svevo; tutto ciò perché Freud studia le nevrosi e attraverso la
cioè una procedura letteraria che deforma la rappresentazione del reale attraverso un vistoso intervento sulla lingua. Nutrito di cultura umanistica e scientifica, di passione morale e civile decisamente antifascista, di un personale freudismo, di sarcasmo ma anche pietà verso l'uomo, di private angosce, Gadda è stato subito considerato un grande scrittore sperimentale e un classico nello stesso tempo. Le sue scelte espressionistiche hanno radici di tipo etico e psicologico che partono dalla sofferenza dell'io, dalla nevrosi dell'autore, dall'eco dei traumi subiti nell'infanzia, dal groviglio di colpe e dal senso di solitudine che domina ogni suo movimento nel mondo.
All'inizio del 1946, Gadda, prendendo spunto da un fatto di cronaca (l'omicidio, a opera di un ex domestica, di due vecchie signore romane), inizia a scrivere un racconto giallo che poi diventerà un romanzo. Nello stesso anno sulla rivista Letteratura ne escono cinque puntate. Per anni Gadda da una parte va avanti nella stesura, dall'altra sottopone quello che ha scritto a un'accurata revisione. Quer pasticciaccio uscirà in volume in 10 capitoli nel 1957. Dal romanzo furono ricavate due sceneggiature cinematografiche, la seconda quasi a insaputa dell'autore, che servì per un film di Pietro Germi. Il pasticciaccio segue, con l'apparente struttura del giallo, un delitto che avviene in un palazzo borghese e lo svolgersi delle indagini relative: ma si tratta di un “giallo impossibile”, che mantiene una suspense continua e nello stesso tempo si perde in mille particolari. I fatti e le persone collegate al delitto, la ricerca stessa dell'assassinio, tutto si configura nei termini di un pasticcio: questa parola si riaffaccia spesso nel corso dell'opera rinviando alla concezione di tutta l'opera come pastiche ***** , e di tutta la realtà come intreccio. Tutto si svolge in pochi giorni del marzo 1927: in un palazzo di via Merulana, non lontano dal Colosseo, abitato da benestanti, subito dopo una rapina ai danni della vecchia dama Menegazzi, viene assassinata la ricca e bella Liliana Balducci. Le indagini sono affidate al commissario Ciccio Ingravallo, affiancato da vari esponenti della questura romana e dai carabinieri di marino. Lo sviluppo del romanzo si dà tutto nel complicarsi delle indagini, nelle loro sfiorare ipotesi diverse. La narrazione è priva di ogni centro: non c'è nessuno vero protagonista che possa sicuramente identificarsi con la posizione dell'autore e mancano punti di vista privilegiati. Ai caratteri autobiografici della cognizione del dolore si sostituisce una radicale inversione della scrittura in una realtà oggettiva dalle molteplici facce. Si evince il plurilinguismo , con in primo piano il romanesco cittadino, a cui si
accompagnano il laziale della campagna romana, il napoletano parlato da burocrati e poliziotti (fatta eccezione per la variante molisana del commissario Ingravallo), il Veneto della Menegazzi, apparizioni varie di altri dialetti, di forme toscane, di lingue straniere, di linguaggi specializzati. Il romanzo si pone come una radiografia della vita sociale italiana negli anni del fascismo: si svolge a Roma, centro del regime autoritario, in cui tutte le lingue e le realtà d'Italia si intrecciano in un barocco spettacolare e grottesco: la vita di quegli anni si rivela qui come una vera e propria autobiografia della nazione. La società rappresentata nel Pasticciaccio non è che la forma più marcia del male, della stupidità, della cecità che dominano in genere il mondo e la storia. Ai comportamenti e agli oggetti degli uomini si sovrappongono aspetti animaleschi : con un'ossessiva attenzione per i cibi, per la digestione, per gli escrementi, per un erotismo basso e volgare, per le deformazioni e le protuberanze corporei, la sporcizia, le vesti logorata dall'uso; insieme all'inventiva linguistica, il Pasticciaccio dà voce a tutte le facce di un mondo incorreggibile, al pasticcio di linguaggi e di comportamenti, di ridicolo e di orrore di cui è fatta la Roma fascista e tutta l'Italia. ***** si parla di pastiche per testi dalle caratteristiche varie e indeterminate, che imitano, mischiano e deformano materiali, modelli e linguaggi della provenienza più varia: si tratta di una combinazione di molteplici generi. Il commissario Ingravallo (I) Il romanzo si apre con la descrizione di Francesco Ingravallo, soprannominato don Ciccio, uno dei più giovani funzionari della sezione investigativa. Egli è di statura media, piuttosto rotondo, con i capelli neri. Ha 35 anni e ha una certa conoscenza del mondo e delle donne. Lavora ad ogni ora del giorno ed è adorato dalla sua padrona di casa. Egli ritiene che non ci sia mai una sola causa, un unico motivo per cui accade qualcosa ma che si arrivi a un certo evento solo tramite una molteplicità di cause. Il 20 febbraio è a cena da Balducci da cui si trova anche la nipote, giovane e timida. Durante la cena, mentre cerca di ignorare l'attrazione per la serva Assunta, nota che la signora Liliana sembra triste e preoccupata. Don Ciccio crede che sia perché essa non riesce a dare alla luce figli, motivo per cui forse il marito la tradisce e per cui lei cerca di sostituire i figli con le nipoti. Durante la cena arriva Giuliano, ovvero il cugino di Liliana; il commissario sembra notare qualcosa di strano tra di loro. Nel palazzo dei Balducci (dei pescecani) c'è stata una sparatoria. Quando il commissario e la polizia arrivano lì trovano molte persone che fremono fuori dal palazzo. Non si tratta di un omicidio ma di una
donna, Ines Cioni, ''cucitrice senza dimora'' ma in realtà prostituta, che proviene proprio da Torraccio. Il sogno del carabiniere (VIII) L'ottavo capitolo vede come sostituto di Ingravallo il Pestalozzi. Questo capitolo presenta tre digressioni fondamentali: il sogno, l'affresco del tabernacolo, apparizione di una gallina che distrae i due dialoganti e permette alla Zamira di sottrarsi all'interrogatorio. È il 23 marzo e sono le 6:25, Pestalozzi, pieno delle immagini del sogno della notte precedente si incammina per raggiungere la località li Du Santi, dove si trova il laboratorio di Zamira Pàcori («rammendatrice»), quando il sole sta sorgendo [il sole rinvia all’incipit del quarto capitolo dei promessi sposi dove vi è come protagonista fra Cristoforo]. Pestalozzi viaggia in motocicletta e non è solo, con lui c’è anche il fido Cocullo. Nello scendere verso lo studio della donna, il carabiniere ricorda un sogno al cui centro c'è l'immagine di un gioiello, un topazio, che rappresenta gli oggetti preziosi rubati e che, per associazione fonetica, si trasforma in un topo: l'animale corre per i luoghi stessi che il carabiniere sta percorrendo e si proietta in un ambiente unico in cui immagini deformate dell'antica mitologia (maga Circe) si sovrappongono e si identificano con quelle di qualche locanda sul litorale marino; qui ha luogo una scena, trionfale per la risoluzione stilistica e concentrazione simbolica, in cui Gadda giunge a ritrarre la propria oscura attrazione-repulsione nei confronti dell'altro sesso, raffigurando le nude e provocanti alunne di Circe (le stesse della Pàcori). Dopo la sua corsa in campagna e sulla spiaggia, il topo deve obbedire al suo oscuro e indesiderato dovere: risalire le cosce di una Circe di periferia, emblema di una femminilità orrenda e malgrado tutto magnetica. Ma oscenamente esso si blocca davanti alla trappola chiusa da mutanne (forma romanesca) di cartone e di gesso: così termina il ricordo del sogno, in cui si manifesta una stravolta fantasia erotica in un gioco continuo di metamorfosi e deformazione che rende il brano particolarmente aggrovigliato, ma che proprio per questo rappresenta nel modo più inquietante l'ambigua oscurità del sogno e del desiderio deviato che in esso si manifesta.