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Riassunto IL CUORE VIGILE - Bettelheim, Sintesi del corso di Pedagogia

Riassunto IL CUORE VIGILE - Bettelheim

Tipologia: Sintesi del corso

2019/2020

Caricato il 21/04/2020

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IL CUORE VIGILE – BRUNO BETTELHEIM
LA CONCORDANZA DEGLI OPPOSTI
Vienna della sua generazione -> la crisi adolescenziale si sovrappone a quella sociale.
Volontà di creare una società sana che crei uomini buoni, o di creare uomini buoni che creino una società
sana.
Rivolgimento alla psicanalisi, comprensione di quanto le esperienze psicologiche modifichino la personalità.
Comprensione grazie a Hitler, ai campi e all’emigrazione nel Nuovo Mondo, di quanto la società trasformi la
personalità.
Difficoltà di accettare emotivamente che ciò che conta è un equilibrio tra aspirazioni individuali, pretese
sociali e natura umana, invece di soluzioni assolute.
Dall’osservazione di bambini autistici e dall’esperienza nei campi, comprensione che esperienze ambientali
hanno un grande influsso sulla personalità e dovrebbero essere considerate dalla psicanalisi (che invece non
le considera).
Da Dachau e Buchenwald 1938-1939 riflessione su come l’ambiente possa cambiare la personalità in modo
rapido e radicale, per alcuni in meglio per alcuni in peggio. Le nozioni psicanalitiche non servono, chi
dovrebbe reagire meglio reagisce peggio e viceversa. Persone distaccate dal loro inconscio mantennero la
loro personalità quasi intatta in condizioni estreme molto meglio di altre considerate integrate (stessa
osservazione vale per bambini cresciuti nei Kibbutz). La psicanalisi poteva forse spiegare le azioni delle
persone, ma non aiutava in alcun modo a sopravvivere in condizioni estreme. Senza perdere valore nel suo
campo di applicazione, la psicanalisi rivelava un ambito d’azione limitatissimo. Il vero uomo era
probabilmente più definito dalle sue azioni che dalle sue ragioni inconsce, dunque la psicanalisi non era
prettamente utile, né per definirlo né per creare una società sana.
Rimaneva però un aspetto della psicanalisi utile, il metodo di osservazione, che aiutò B.B. a sopravvivere.
ESEMPIO del bar e degli scienziati per spiegare la concordanza degli opposti.
Riflessione sul fatto che la psicanalisi dà molta importanza agli aspetti patologici e morbosi e quasi nessuna a
quelli sani, sia nell’uomo che nella società, posizione morale pericolosa pentito/buono. Freud disse di
sfuggita che una personalità sana è capace di amare e di lavorare. Nel lavoro di BB con i bambini della
Orthogenic School questa cosa è stata riprovata. Dovette dunque riflettere sulla sua esperienza: nei campi
aveva applicato la psicanalisi fuori dal suo ambito per sopravvivere psichicamente all’ambiente. Doveva ora
costruire personalità nuove a partire da personalità disintegrate sfruttando l’ambiente.
UNA IMPASSE IMMAGINARIA
L’impasse nel secolo sta nello stallo tra la rinuncia alla libertà e all’individualismo (che si esprime al
massimo nell’uomo totalmente diretto dall’esterno) e la rinuncia ai conforti materiali e alla sicurezza della
società di massa (che si esprime nel bohemien). I due estremi negano l’impasse, gli altri tendono a sfogarla.
Gli uomini sono impauriti dal crescente potere delle macchine, ma negare il problema non serve (es. il
proibizionismo negli USA). La cosa da fare sarebbe sfruttare al massimo le macchine senza esserne
dominati. Bambini che guardano troppa TV sviluppano incapacità relazionali e sono scoraggiati perché la
vita è più difficile che nei programmi.
Mentre i collassi nevrotici e psicotici hanno a che fare col mondo interiore la forma in cui si esprimono ha a
che fare con la società. Nel Medioevo l’uomo si sentiva posseduto dai demoni e sperava di essere salvato
dagli angeli, la seduzione diabolica ha a che fare con ambienti che esigono castità. In altre epoche ci si
rivolgeva ai grandi uomini, questo spiega il tipico delirio di essere Napoleone. Oggi ci si rivolge alle
macchine, come salvatrici e distruttrici. La società meccanizzata trasforma gli uomini in numeri e dato che,
come osservato da Mead l’immagine che gli altri hanno di noi contribuisce a plasmare la nostra, possiamo
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IL CUORE VIGILE – BRUNO BETTELHEIM

LA CONCORDANZA DEGLI OPPOSTI

Vienna della sua generazione -> la crisi adolescenziale si sovrappone a quella sociale. Volontà di creare una società sana che crei uomini buoni, o di creare uomini buoni che creino una società sana. Rivolgimento alla psicanalisi, comprensione di quanto le esperienze psicologiche modifichino la personalità. Comprensione grazie a Hitler, ai campi e all’emigrazione nel Nuovo Mondo, di quanto la società trasformi la personalità. Difficoltà di accettare emotivamente che ciò che conta è un equilibrio tra aspirazioni individuali, pretese sociali e natura umana, invece di soluzioni assolute. Dall’osservazione di bambini autistici e dall’esperienza nei campi, comprensione che esperienze ambientali hanno un grande influsso sulla personalità e dovrebbero essere considerate dalla psicanalisi (che invece non le considera). Da Dachau e Buchenwald 1938-1939 riflessione su come l’ambiente possa cambiare la personalità in modo rapido e radicale, per alcuni in meglio per alcuni in peggio. Le nozioni psicanalitiche non servono, chi dovrebbe reagire meglio reagisce peggio e viceversa. Persone distaccate dal loro inconscio mantennero la loro personalità quasi intatta in condizioni estreme molto meglio di altre considerate integrate (stessa osservazione vale per bambini cresciuti nei Kibbutz). La psicanalisi poteva forse spiegare le azioni delle persone, ma non aiutava in alcun modo a sopravvivere in condizioni estreme. Senza perdere valore nel suo campo di applicazione, la psicanalisi rivelava un ambito d’azione limitatissimo. Il vero uomo era probabilmente più definito dalle sue azioni che dalle sue ragioni inconsce, dunque la psicanalisi non era prettamente utile, né per definirlo né per creare una società sana. Rimaneva però un aspetto della psicanalisi utile, il metodo di osservazione, che aiutò B.B. a sopravvivere. ESEMPIO del bar e degli scienziati per spiegare la concordanza degli opposti. Riflessione sul fatto che la psicanalisi dà molta importanza agli aspetti patologici e morbosi e quasi nessuna a quelli sani, sia nell’uomo che nella società, posizione morale pericolosa pentito/buono. Freud disse di sfuggita che una personalità sana è capace di amare e di lavorare. Nel lavoro di BB con i bambini della Orthogenic School questa cosa è stata riprovata. Dovette dunque riflettere sulla sua esperienza: nei campi aveva applicato la psicanalisi fuori dal suo ambito per sopravvivere psichicamente all’ambiente. Doveva ora costruire personalità nuove a partire da personalità disintegrate sfruttando l’ambiente. UNA IMPASSE IMMAGINARIA L’impasse nel secolo sta nello stallo tra la rinuncia alla libertà e all’individualismo (che si esprime al massimo nell’uomo totalmente diretto dall’esterno) e la rinuncia ai conforti materiali e alla sicurezza della società di massa (che si esprime nel bohemien). I due estremi negano l’impasse, gli altri tendono a sfogarla. Gli uomini sono impauriti dal crescente potere delle macchine, ma negare il problema non serve (es. il proibizionismo negli USA). La cosa da fare sarebbe sfruttare al massimo le macchine senza esserne dominati. Bambini che guardano troppa TV sviluppano incapacità relazionali e sono scoraggiati perché la vita è più difficile che nei programmi. Mentre i collassi nevrotici e psicotici hanno a che fare col mondo interiore la forma in cui si esprimono ha a che fare con la società. Nel Medioevo l’uomo si sentiva posseduto dai demoni e sperava di essere salvato dagli angeli, la seduzione diabolica ha a che fare con ambienti che esigono castità. In altre epoche ci si rivolgeva ai grandi uomini, questo spiega il tipico delirio di essere Napoleone. Oggi ci si rivolge alle macchine, come salvatrici e distruttrici. La società meccanizzata trasforma gli uomini in numeri e dato che, come osservato da Mead l’immagine che gli altri hanno di noi contribuisce a plasmare la nostra, possiamo

rischiare di sentirci numeri. L’uomo si sente ingranaggio. Tra l’altro, esce fuori la nuova pazzia della macchina che influenza e del lavaggio del cervello. La fantascienza esprime le angosce relative al futuro, con mondi spersonalizzati e fantasie di distruzione. Queste sono angosce emotive primitive. LA COSCIENZA DELLA LIBERTà Mentre prima la religione si poneva come coscienza dell’uomo, oggi non si è più disposti ad affidare la propria coscienza a un’altra persona. Dunque bisogna chiederci in quali limiti lo Stato possa modificare la nostra vita. Tecniche esagerate di controllo, per quanto a fin di bene, si basano sull’idea che l’uomo dovrebbe essere interamente relazionale, e trascurano la parte emotiva. NO TAXATION WITHOUT REPRESENTATION esprime l’impotenza umano quando un individuo non può prendere decisioni su cose che lo interessano personalmente. Le rivoluzioni e le guerre sono nate da questo. Oggi forse il problema è che la libertà dal bisogno ha la precedenza sulla libertà di pensiero. Lasciare che altri prendano decisioni sulla nostra vita indebolisce la nostra coscienza della libertà, non siamo più capaci di prendere decisioni. Il bisogno di autonomia cresce quanto più è complessa la società, ma non ci rendiamo conto che è lo sviluppo della società a farci trovare e amare questi valori. ESEMPIO In ogni epoca ci sono stati genitori che non amavano tanto un figlio. Ma mentre prima erano convinti che nutrendolo e provvedendo a lui facessero abbastanza, ora si sentono colpevoli. Per liberarsi dal senso di colpa fanno peggio, magari pensando che il bambino non sia normale. Ciò non significa che non si deve progredire, ma che la nostra personalità deve fortificarsi e integrarsi al passo con il progresso. Oggi il progresso è squilibrato con l’integrazione, la persona si sente persa, specialmente gli adolescenti, c’è troppa scelta e questo procura insoddisfazione. La società di massa crea individui con scarsa autonomia, che accettano i cambiamenti, prima esteriori e poi interiori, più o meno passivamente. Individui del genere si affideranno ancora più alla società. Molti scelgono il lavoro in base a tendenze nevrotiche, dissociando da esso i propri desideri. Questo crea paradossi pericolosi (tempo di lavoro e tempo libero divengono allo stesso tempo importanti e non importanti, e insoddisfacenti.) Il fatto della distanza dai dirigenti fa sentire le persone comuni ancora più impotenti, esse si autogiustificano proprio con la distanza, è questa la scusa che usarono i Tedeschi nel dopoguerra: non ero che un pover’uomo (kleiner mann). Come il bambino che dipende dal genitore deve credere che esso sia buono, così il cittadino che dipende dallo Stato deve credere che sia lo stato più potente di tutti. Questo senso insieme di impotenza e orgoglio avvenne anche per gli USA in relazione alla bomba atomica. Anche la distanza temporale era sfruttata: le masse aspettavano Hitler e Mussolini per ore, in crescente tensione, e quando arrivavano e parlavano era un sollievo di per sé, non importava cosa dicessero. Il conformismo ci fa sentire la vita come sterile e vuota. L’uomo vuole avere una casa propria e vive in caseggiati tutti uguali. La pressione del sociale è forte anche nell’occhiata del vicino di casa o nelle prese in giro dei bimbi verso chi è educato in modo diverso. È quando il controllo raggiunge anche l’intimità sessuale (come nello stato di Hitler) che all’uomo non viene lasciato più niente di personale. Oggi non è così, ma l’uomo spesso, quando ha difficoltà a gestire impulsi sessuali o tensioni aggressive, si rivolge all’esempio esterno. Mentre prima il controllo era esercitato da figure vicine quali genitori e maestri, la società si fa ora schiacciante, attraverso una burocrazia, una dittatura dei gusti impersonali. Lo Stato di Hitler si è retto in piedi per più di dieci anni perché offriva sfogo ad almeno una pulsione, l’ostilità, ed offriva ai suoi sudditi la pseudo-identità di “Tedeschi” e uno pseudo rispetto di sé come “ariani”. In teoria in uno Stato di massa buono, la libertà individuale non sarebbe soppressa. Tuttavia nella pratica non è così, e la libertà va indebolendosi. Ciò può portare all’inerzia o a scoppi di violenza primordiale. Con Hitler il processo fu reciproco: lo Stato controllava l’uomo, ma l’uomo era incapace di regolarsi da solo e perciò lasciava fare. La libertà e l’autoaffermazione erano limitate alla scelta della propria morte, nei campi neanche a quella. La disintegrazione della personalità non fu la causa, ma il risultato dello stato di massa. Lo

minaccia della tortura. Minacce e ingiurie erano quasi esclusivamente connesse alla sfera anale. I prigionieri erano costretti a sporcarsi, era vietato defecare per tutto il giorno. Per i Tedeschi era peggio perché culturalmente il riserbo su queste questioni è regola assoluta. Ricordarsi l’obbligo di dare del tu. Un’altra spinta regressiva: il lavoro privo di senso. 2COMPORTAMENTO DI MASSA La differenza tra alcune pratiche a Dachau e Buchenwald indica la crescente spersonalizzazione: la più importante è che a Dachau subiva la pena l’individuo, a Buchenwald il gruppo. Il gruppo finiva dunque per controllare l’individuo e la sua pressione era costante. Molte persone morivano o erano torturate, dunque ciò non li rendeva eroi, l’eroismo era soffrire per aver difeso altri. Le SS riuscirono quasi sempre a impedire ciò punendo il gruppo di chi aveva protetto qualcuno. Il gruppo finiva per odiare il protettore. Esempio dei fratelli Hamber. Nota sull’anonimità del tempo. 3AUTODETERMINAZIONE Nel campo, mentre alcuni riuscivano a sopravvivere e altri erano uccisi, la stragrande maggioranza moriva di esaurimento psicofisico. La vera causa era che aveva perso la volontà di vivere. Gli “anziani” raramente venivano uccisi su larga scala e ne moriva il 10% l’anno. I nuovi prigionieri moriva il 15% al mese ed essi vivevano nelle condizioni peggiori. L’influenza totale dell’ambiente dipende dalla convinzione che ogni sforzo non eserciterà il minimo influsso positivo sull’ambiente circostante. Nei campi la sopravvivenza dipendeva dalla capacità di mantenere una sfera d’azione libera, sia pur minima. A distruggere erano i compiti privi di senso e l’impossibilità di prevedere l’esito delle proprie azioni. Le SS stesse talvolta allentavano la tensione della durezza estrema. Un altro mezzo di distruzione era sottoporre i prigionieri a cambiamenti improvvisi e radicali. Dato che lo scopo delle SS era distruggere ogni indipendenza di azione e di pensiero, il suicidio, atto supremo di autoaffermazione, non era tollerato. Era prevista una punizione molto dura per chi avesse tentato il suicidio e non fosse riuscito. I prigionieri che arrivarono a credere alle SS divennero Musulmanner, musulmani (il cedimento totale all’ambiente veniva assimilato all’inshallah islamico). Ma diversamente dai musulmani veri, non avevano accettato volontariamente il destino, erano solo così stremate da lasciare che l’ambiente le stroncasse. Non avevano interesse a nessuno stimolo. Reagivano all’ambiente negando ad esso il potere di influenzarli come soggetti, ma per farlo dovevano trasformarsi in oggetti e rinunciare a essere persone. Rinunciavano dapprima all’azione, poi a sentimenti, infine smettevano di muovere gli occhi e poi morivano prestissimo. Che il processo di trasformazione non fosse casuale è riprovato dal divieto di osservare ciò che avveniva. Notare ciò che succedeva era pure più pericoloso di farsi notare dalle guardie. Guardare ciò che non si era obbligati a guardare era un atto di volontà e come tale doveva essere soppresso. Se uno si suicidava, chi aveva visto veniva punito. Limitarsi a conoscere ciò che l’autorità ci permette di conoscere è ciò che può fare un bambino. Non poter osservare la realtà quando ciò è importantissimo è distruttivo. Se osservare era pericoloso, comunque, veramente fatale era una qualsiasi reazione emotiva. Inevitabile però. Dunque, si arrivava a non guardare anche per non reagire. Ma se uno rinuncia a tutto ciò, smette di vivere una vita personale. I prigionieri diventavano musulmani quando smettevano di avere emozioni. Gli altri prigionieri per sopravvivere dovevano formarsi un limite, per ciascuno diverso, oltre il quale resistere all’oppressore. Senza di esso, sopravvivere non avrebbe avuto né senso né dignità. La posizione del limite variava nel tempo. Il dubbio su ogni azione tra rimanere vivi e immutati, nella necessità di rimanere sia vivi che immutati, permetteva al prigioniero di rimanere un essere umano. Questi prigionieri sopravvissero. ANZIANI (almeno tre anni nel campo) E NUOVI ARRIVATI (non più di un anno). Nel corso dei primi mesi venivano eliminati tutti coloro incapaci di sopravvivere alla vita nel campo: malati o personalità troppo rigide incapaci di adattarsi. I nuovi arrivati volevano tornare nel mondo esterno identici a quando lo avevano lasciato. Gli anziani si interessavano a come vivere meglio all’interno del campo. Essi non credevano che sarebbero mai tornati nel mondo esterno. La vita nel campo, qualsiasi atrocità diventava reale. Spariva la scissione, ma anche l’integrazione e piombavano nella rassegnazione e nella passività. Alcuni prigionieri, spaventati da questo, fissavano un limite temporale entro cui uccidersi per evitare la modifica totale della

personalità. Per i nuovi arrivati la vita reale era fuori, il campo non era reale, per gli anziani il contrario. I nuovi si interessavano del mondo esterno, gli anziani per niente, anzi ammettevano di non riuscire più a immaginarsi come persone libere con un potere decisionale. Riguardo alla famiglia il cambiamento era significativo. La famiglia tedesca ha struttura paternalistica, il padre è capofamiglia. Ora invece non solo il prigioniero non influiva in alcun modo su moglie e figli, ma dipendeva da loro per la liberazione e l’invio di denaro. Nei primi mesi le famiglie tentavano disperatamente di far liberare i prigionieri, ma poi dovevano far fronte alle proprie esigenze economiche. La moglie incontrava difficoltà a trovare lavoro data la posizione del marito ed era esclusa dai sussidi pubblici. Gli amici mostravano scarsa comprensione, perché i tedeschi avevano già cominciato a costruire le loro difese psicologiche riguardo ai campi di concentramento, che consistevano o nel negarne l’esistenza o nel credere che i prigionieri fossero colpevoli di cose terribili. Un’altra cosa che le SS dicevano alle mogli era che il marito sarebbe già stato libero se si fosse comportato a dovere. I prigionieri non potevano tenere fotografie. Il distacco tra prigioniero e famiglia gradualmente si approfondiva, e quanto più si approfondiva tanto più era necessario adattarsi alla vita nel campo. C’erano forme di risentimento legate al fatto che gli altri fossero liberi e non facessero abbastanza per liberarli, ma a un certo punto sparivano anch’esse. I nuovi arrivati parlavano della loro posizione sociale del mondo esterno, gli anziani no. I nuovi preferivano un recinto di filo spinato, che lasciasse vedere il fuori, gli anziani un muro. Inoltre a causa delle condizioni psicofisiche i prigionieri tendevano a dimenticare nomi, luoghi, eventi della vita passata. Tutti si abbandonavano a fantasticherie di cataclisma da cui sarebbero usciti come nuovi capi del mondo intero o della Germania. I prigionieri, costretti a regredire, cercavano soddisfazione in queste fantasticherie, oppure nelle soddisfazioni primitive, mangiare, bere, dormire. Vivevano solo nel presente, senza il senso della successione temporale, ed erano incapaci di dar vita a rapporti durevoli. Da tutto ciò derivava una personalità disposta ad accettare i valori delle SS, come il nazionalismo tedesco e l’ideologia razziale. Quasi tutti i prigionieri non ebrei credevano nella superiorità della razza tedesca. Gli anziani fecero proprio l’atteggiamento delle SS verso gli incapaci. Il fatto che l’atteggiamento fosse proprio ripreso dalle SS si capiva dal modo in cui erano trattati i traditori, cioè torturati a lungo. Cambiava il vocabolario, in turpiloquio. Alcuni anziani erano peggio delle SS. Cercavano di vestirsi come loro. Poiché gli anziani avevano accettato un atteggiamento di dipendenza dalle SS, sembrava che volessero credere che fossero persone giuste e gentili. Nutrivano verso di loro dunque anche sentimenti positivi, dicendo che sotto sotto erano corretti e giusti. Siccome di questa presunta bontà non si vedeva granchè, dicevano che dovevano mascherarla. Più il prigioniero sopravviveva nel campo, più il suo interesse coincideva con quello delle SS. Esempio le SS pretendevano che baracche e officine fossero sempre perfette, e questo era anche l’interesse dei prigionieri per evitare di essere puniti. COMPORTAMENTO IN SITUAZIONI ESTREME: LE DIFESE Le costrizione delle SS erano evidente, gli sforzi opposti dei prigionieri dovevano rimanere segreti, e in più li portavano a collaborare con le SS. Quando i kapò ebbero maggior potere, potevano sì proteggere ma anche uccidere. Si venne a creare una complessa gerarchia tra i prigionieri stessi. Già nel 1936 era comparsa un’embrionale organizzazione dei prigionieri nel lavoro: presenza di capisquadra, alla classe media i lavori specializzati, alla maggioranza il lavoro non specializzato che rendeva interscambiabili e sacrificabili. I capisquadra potevano offrire protezione, ma per rimanere tali dovevano servire le SS, per non essere puniti spesso diventavano peggio di loro. Con l’aumento di prigionieri e la politica di sterminio, ottenere la protezione di un kapò divenne il solo mezzo di salvarsi la vita. I kapò spesso annientavano alcuni prigionieri per salvare amici o sé stessi, ciò era inevitabile, ma spesso si trattava del solo fatto di avere potere e una minima autonomia. Gli asociali erano il gruppo più svantaggiato, si temeva di diventare come loro così erano maltrattati o sacrificati. L’elite dei prigionieri non poteva provare empatia, se le SS avessero notato avrebbero perso il loro potere. Es. KOGON. Di tutto ciò beneficiavano alla fine solo le SS.

Le SS non potendo ammettersi di stare sterminando una minoranza impotente, cercavano auto giustificazione nell’idea della grande congiura ebraica segreta. L’ebreo era il bersaglio perfetto in quanto inserito nella società senza essere perfettamente integrato. L’altro modo di scaricare l’aggressività, cioè verso sé stessi, era suggerito dalle condizioni del campo. Questa cosa indeboliva i prigionieri che dovevano mutuare forza da chi l’aveva, cioè le SS. Da questo partiva il meccanismo di identificazione. Non nascevano amicizie nei campi: si temeva coinvolgimento emotivo forte, e in più c’era la costante aggressività di fondo. Le conversazioni si basavano sulle fantasticherie e soprattutto sul cibo e tutto ciò frustrava la personalità. Se si cercava di elevare il livello, si era riportati bruscamente alla realtà. Chi parlava delle proprie famiglie era zittito perché incentivava la nostalgia. Ricordiamoci comunque che queste sono linee generali: alcune amicizie si formarono, e alcuni protessero altri, anche se dovettero venire a patti con l’omicidio di molte altre persone. IL FLUTTUANTE PREZZO DELLA VITA Lo stato “totale” che non lascia margine a nessun compromesso con l’individuo comporta la distruzione dell’individuo medesimo (->Roehm, Hoess). Il Fuhrerprinzip permetteva a una sola persona di essere viva, questa era il fuhrer. Gli altri, tanto più in alto si trovavano gerarchicamente, tanto più erano soggiogati. Solo il gran numero di persone con cui il sistema doveva venire a compromessi gli permise di restare in vita. Lo scopo del sistema era la depersonalizzazione. Nei campi tortura e morte non avevano rapporto causale con le vicende degli internati. Persino alle SS ci volle un po’ per accettare questa disumanizzazione (prezzo pallottola-persona). Con la guerra contro la Russia si diede inizio alla politica di sterminio degli Ebrei e degli inabili al lavoro, gli altri dovevano lavorare fino a morirne. Dal 1942 alla liberazione si giunse all’apoteosi dello Stato di massa: pochi dirigenti depersonalizzati su milioni di schiavi disumanizzati, tutti obbedienti un unico capo. Il primo gruppo scelto per lo sterminio totale furono gli zingari (1941), poi molti Russi e Polacchi. Nei campi le persone erano trattate come oggetti, scartate (fertig machen) se non più utilizzabili. Quando fu decisa lo sterminio di massa, la persona incaricata si comportò come un direttore d’industria. Fino al 1940 ogni campo era un’industria che riceveva materie prime (prigionieri), le distribuiva, se ne serviva e le eliminava. Più tardi fu introdotta la specializzazione: campi di raccolta, di lavoro e di sterminio. Ciascuno aveva il suo “ufficio studi” che faceva ricerca. Il “materiale di ricerca” era interscambiabile. Se si facevano errori sugli schedari, essi erano corretti sulle persone. I prigionieri avevano tutti la stessa uniforme e i capelli rasati, portavano distintivi colorati. Ognuno aveva un numero. Dopo un po’ si passò all’inchiostro indelebile e poi al tatuaggio. L’ideale nazista era che ogni cittadino fosse classificato secondo la sua condizione. Alle SS spesso non piaceva ciò che facevano, ma si spersonalizzavano fino a diventare ingranaggi perfetti dello Stato totale. Perché i prigionieri pur sapendo di dover morire non si ribellarono? Ricordiamoci intanto che gli individui più attivi erano già morti subito, i Polacchi e gli Ebrei (maggioranza nei campi di sterminio) non avevano la tempra di combattenti, nonostante nutrissero una forte ostilità, caratteristica della debolezza e della sottomissione. Essi erano terrorizzati da una propria possibile reazione aggressiva e dunque si costringevano a non dimenticare la pericolosità delle SS. Questi due processi, sommati alla lotta contro la depressione, sfinivano l’energia emotiva. Nei campi di concentramento c’era lo sfogo della lotta di fazioni, ma nei campi di sterminio non c’era più niente. I prigionieri che si avviavano alle camere a gas o si scavavano la fossa erano dei suicidi: i metodi delle SS li avevano costretti a scegliere la morte piuttosto di una vita del genere. Molti ex prigionieri, dopo la liberazione, assunsero atteggiamenti asociali. Avevano pochissima presa sulla realtà e soffrivano di deliri di persecuzione e di grandezza (contropartita del senso di colpa dei sopravvissuti). Le reazioni del mondo furono di tre tipi: negazione della responsabilità umana dei campi, sostenendo che le torture erano opera di una minoranza di pazzi e perversi, 2 negazione della vericidità dei campi 3 rimozione generale.

Il successo del Diario di Anna Frank ci da’ l’idea di quanto tendiamo a negare: si esaltano i Frank perché continuarono a vivere la loro solita vita, mentre fu questo che li distrusse: se fossero scappati, o si fossero separati, sarebbero probabilmente sopravvissuti. O in ogni caso avrebbero potuto uccidere una o due delle SS che erano venute a prenderli. Anna morì perché i suoi genitori non seppero credere all’esistenza di Auschwitz. Sottomettersi allo Stato totale disintegra la personalità e porta a comportamenti infantili. Freud postulò l’esistenza di due tendenze opposte 1 pulsione di vita (sesso) 2 pulsione di morte. La persona matura sa fonderle, quella immatura (com’era la gente nello stato di Hitler) si spinge ora in una direzione ora in un’altra. Altri aspetti infantili erano il credere che ciò che si sperava fosse vero solo perché lo si desiderava e la reticenza all’idea di morte. Molti non credendo di morire, non si difendevano, proteggendo la vita col subire passivamente. Al momento di morire, non vendevano cara la pelle. Tutti coloro che invece non negarono l’eventualità della morte, scapparono, la maggior parte sopravvisse. Esempio del cugino e del gruppo di ebrei a Budapest, e della famiglia attaccata ai beni. I beni terrestri si erano impossessati delle persone, come dimostra anche l’evoluzione dell’atteggiamento nazista verso gli Ebrei. All’inizio lo scopo era far emigrare gli Ebrei in modo che si lasciassero dietro i loro beni. La persecuzione aumentò gradualmente senza resistenze. Gli Ebrei polacchi che non ritennero possibile accettare quelle condizioni, che abbandonarono i loro beni fuggendo in Russia, ebbene essi si salvarono. Coloro che si abbandonarono all’inerzia morirono. Episodio della Lengyel. La Lengyel ci descrive come Mengele prendesse tutte le precauzioni per un parto e mezz’ora dopo mandasse sia la madre che il bambino nei forni crematori. Come potevano Mengele e altri come lui (es. Nyiszli) fare questo e sopravvivere? Inorgogliendosi della propria bravura professionale senza occuparsi dello scopo per il quale essa era usata. Come il loro abbandonare il cuore in favore della supremazia della mente non li salvò da morte psichica, tutto l’amore del signor Frank privo di razionalità non salvò la sua famiglia. In circostanze estreme non si può fare come se niente fosse. Il dodicesimo Soderkommando (internati che lavoravano alle camere a gas) si ribellò: tutti gli 853 prigionieri morirono ma furono uccise 70 SS. Essi non morirono diversamente dagli altri che non lo fecero. Perché gli altri non si ribellarono? Episodio della ballerina. GLI UOMINI NON SONO FORMICHE I campi erano utilizzati per intimorire i cittadini tedeschi. I tedeschi furono sottomessi gradualmente: quando in gioco è la propria vita, reagire è facile. Ma se in gioco, come all’inizio, erano piccole autonomie personali, non è più così semplice. Tutte queste piccole interferenze minarono il coraggio dei tedeschi, fino a far loro accettare passivamente il regime hitleriano. Di tutto ciò non ne parliamo con interesse storico, ma sociale: gli stessi meccanismi agiscono in ogni società di massa. Fino al 1936 i campi servivano a terrorizzare e punire gli antinazisti, poi si cominciò a internare le persone in base al gruppo sociale. Lo scopo era di assicurarsi il controllo totale su di un popolo, costringendo l’individuo ad annullarsi in una massa malleabile. Quei gruppi che mostravano ancora qualche esitazione ad allinearsi erano intimiditi tramite punizioni di gruppo che la Gestapo chiamava “azioni”, di cui si servì la prima volta nel 1937. In questo periodo si punivano solo i capi, ma c’era il rischio A che ci fossero diverse guide B che l’obbedienza cieca potesse rivolgersi a capi sovversivi. Il problema fu risolto con un terrore tale al punto che l’obbedienza fosse controbilanciata dalla paura per la vita. Il metodo usato fu quello del controllo dal basso, tramite risentimento e angoscia. Chi agisce in base a queste forze si indebolisce. Nella famiglia tedesca, fu sfruttato il risentimento dei figli all’autorità paterna. Non tanto le poche denunce realmente avvenute, quanto la persistente minaccia della denuncia dei genitori da parte dei figli, minò la psiche dei tedeschi: questi figli, per non sentirsi in colpa verso il padre, dovevano sottomettersi ciecamente al super-padre, lo Stato.

suicidio, ma non c’era bisogno, un’imprudenza costava la vita, e molti aspettavano l’arrivo delle SS come una sorta di suicidio. Almeno nei campi di concentramento la vita dipendente e obbediente era una costrizione, e non indotta volontariamente. Come il bambino all’inizio dipende dai genitori non tanto per l’amore quanto per il cibo, così lo Stato esercitava il potere di privare i cittadini di cibo e libertà di movimento spedendoli nei campi. A un certo punto la popolazione tedesca era talmente soggiogata e disintegrata che gli rimaneva un unico punto d’orgoglio: quello di essere Tedeschi. Aumentava quindi il loro bisogno di contare sulla nazione. Molte persone persero ogni dignità sotto il regime nazista. Ma la marcia verso la morte, lo scavarsi la fossa da soli dei prigionieri, ci indicano che gli uomini non sono formiche. Piuttosto che vivere un’esistenza tanto grama, preferiscono morire.