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Riassunto del manuale "Antropologia delle Religioni" scritto da Comba.
Tipologia: Sintesi del corso
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RIASSUNTO LIBRO “ANTROPOLOGIA DELLE RELIGIONI” di Enrico COMBA CAPITOLO 1:”Un intreccio di sguardi: religioni e complessità” 1.ESPERIENZA RELIGIOSA E TRADIZIONE Che tipo di sistemi sono quelli religiosi? Una prima risposta spontanea potrebbe essere che sono “sistemi di credenze” che si basano su diversi fondamenti quali la concezione di una o più divinità personalizzate, il riconoscimento di una molteplicità di spiriti, la venerazione degli antenati della famiglia o del gruppo di discendenza-> le concezioni religiose si esprimono in simboli, miti, forme rituali e rappresentazioni artistiche=>RELIGIONE COME EPISTEMOLOGIA DI UNA SOCIETA’, DEL SUO PARTICOLARE SISTEMA DI SPIEGAZIONE DELL’UNIVERSO E DELLE SUE COMPONENTI MA: il termine CREDENZA comporta una serie di problemi analizzati da Rodney Needham:
natura etnocentrica del concetto di religione=>Smith propone l’abbandono di questo termine per sostituirlo con “FEDE” ma in realtà questa sostituzione non sembra apportare un grosso vantaggio in quanto non consente di evitare il problema dell’etnocentrismo MA altra soluzione proposta da Dubuisson, ovvero quella di parlare di “FORMAZIONI COSMOLOGICHE”, che condurrebbe a una concezione del tutto analoga a quella che viene seguita in questo libro, parlando di sistemi epistemici=>conclusione: OGNI DEFINIZIONE DI RELIGIONE DEV’ESSERE ARBITRARIA 4.UNO SGUARDO SULLA COMPLESSITA’ ->Non è dunque possibile stabilire un criterio assoluto per distinguere i sistemi religiosi da quelli non religiosi *concetto di PAGANESIMO di Marc Augé: il paganesimo si distingue dal cristianesimo per 3 caratteristiche principali: -non è mai dualistico e non oppone lo spirito al corpo -non istituisce la morale come principio esteriore rispetto ai rapporti di forza e di senso della vita individuale e sociale -postula una continuità tra l’ordine biologico e l’ordine sociale =>MA questi criteri di distinzione risultano alquanto discutibili, infatti: -IL PRIMO criterio è privo di senso -IL SECONDO criterio è piuttosto nebuloso ma sembrerebbe ideale per realtà in cui la religione e il potere politico sono strettamente connessi -IL TERZO criterio non sembra presentare nessuna caratteristica esclusiva dei sistemi religiosi pagani rispetto alle religioni universalistiche ->i sistemi religiosi sembrano corrispondere più adeguatamente a una gradualità di variabili piuttosto che a una tipologia dicotomica o rigida ->un altro aspetto che stabilisce una stretta relazione tra sistema religioso e complessità è considerare il sistema religioso come produzione di conoscenza che si confronta con il problema della complessità, che tenta di dare una risposta agli interrogativi generati dalla complessità dell’esistenza->l’intreccio tra “credenze” e conoscenze in ogni sistema religioso è stato posto in luce brillantemente da Godfrey Lienhardt, il quale ha sottolineato come negli studi sulle religioni indigene sia stato ingiustamente sottovalutato “il valore molto alto posto sul potere del pensiero, sulla conoscenza, l’intelligenza e l’intuito ->il discorso religioso nasce dalla fondamentale esigenza di elaborare un ordine attraverso cui pensare e interpretare la realtà 5.RELIGIONI E POPOLI INDIGENI ->i fenomeni religiosi sono studiati dalle scienze sociali, tuttavia, l’attenzione viene abitualmente posta sulle grandi religioni storiche MA gli antropologi si sono invece occupati di religioni che si rivolgono essenzialmente a bisogni e aspettative strettamente locali ->il rapporto dei popoli indigeni con antropologi e archeologi è stato spesso costellato di momenti di forte tensione e da aspri conflitti, ne è esempio il saggio di Adam Kuper, il quale afferma che “vi sono anche movimenti di piccole minoranze di popoli
->In «Les fonctions mentales dans les sociétés inférieures» di Lévy-Bruhl, l’oggetto principale di interesse sono le RAPPRESENTAZIONI COLLETTIVE : queste rappresentazioni non dipendono dagli individui per la loro esistenza, non perché richiedano l’intervento di un qualche soggetto collettivo di ordine metafisico, ma perché le loro caratteristiche sono tali che non possono essere messe in luce attraverso la semplice osservazione degli individui in quando tali->esempio: il linguaggio, il quale presenta tutte le caratteristiche di un fenomeno collettivo, che si impone ai singoli individui, esiste prima di loro e sopravvive alla loro morte->ne deriva che le rappresentazioni collettive non possono essere indagate con i soli strumenti della psicologia individuale. Per l’autore, bisogna rinunciare a ricondurre tutte le rappresentazioni collettive a un meccanismo psicologico di un solo tipo->l’unico elemento che sembra essere condiviso è la presenza di una partecipazione tra gli esseri e gli oggetti legati da una stessa rappresentazione collettiva: questa partecipazione costituisce il principio generale della mentalità primitiva Nelle rappresentazioni primitive, gli oggetti e gli esseri possono essere allo stesso tempo se stessi e qualcosa d’altro: in questa mentalità, l’opposizione tra l’uno e il molteplice, l’identico e l’altro, non impone la necessità di affermare l’uno per negare l’altro, ma ammette ogni sorta di influenze, di mescolanze, ESEMPIO: il caso dei Bororo: essi “danno freddamene a intendere che essi sono attualmente degli arara, esattamente come se un bruco dicesse di essere una farfalla”= sottolineare l’identità essenziale che li unisce a questi animali, che essi siano allo stesso tempo esseri umani e uccelli dal piumaggio rosso è inconcepibile per noi, ma è perfettamente ammissibile per una mentalità fondata sulla legge della partecipazione. ->Per Lévy-Bruhl, le rappresentazioni della mentalità primitiva non possono essere semplicemente ridotte a quelle del pensiero logico, ma rivelano un meccanismo diverso, un principio che produce disordine piuttosto che chiarezza DA COMPLETARE 3.MAUSS E LA STRADA VERSO LA COMPLESSITA’ ->l’influenza dell’opera di Durkheim sull’antropologia è evidente e si esercita in maniera piuttosto esplicita soprattutto sull’analisi dei sistemi simbolici e sulle teorie funzionaliste che tendono a mettere in relazione le pratiche e le rappresentazioni religiose con la struttura sociale, le forme di esercizio e di giustificazione del potere, i conflitti e le tensioni sociali ->MAUSS: fu un pensatore originale, contribuì al passaggio dal modello naturalistico allo studio dei sistemi sociali come sistemi simboli e sistemi complessi. DURKHEIM//MAUSS
=>E’ proprio da qui che parte la ricerca fatta da MARY DOUGLAS, antropologa inglese, che indaga sulle nozioni di PUREZZA E IMPURITA’ e sui riti che implicano l’identificazione e l’eliminazione di ciò che è proibito, contaminato->SPORCO=DISORDINE e rimanda a un sistema di ordinamento del mondo e della società: i concetti di polluzione e impurità rurale sono dispositivi simbolici che esprimono un certo modo di intendere l’ordine sociale, ma ne dimostrano anche l’incompletezza e l’arbitrarietà->lo sporco rimanda ad un senso di fuori posto ma al tempo stesso, qualsiasi sistema di ordinamento e di classificazione non riesce mai ad essere esaustivo e perfetto, si creano inevitabilmente delle anomalie ->ESEMPIO: popolazione africana dei Lele, studiata da Douglas: i gemelli costituiscono una categoria anomala, in quando infrangono le normali limitazioni e per questo, i gemelli fungono da divinatori e realizzano una mediazione tra il mondo degli spiriti e il mondo umano =>Secondo questa prospettiva, i tabu e le proibizioni rituali rimandano a un sistema, a un modello di ordine, che si costruisce a partire da una serie di aspetti dell’esperienza umana che sono fonte di disordine Mary Douglas si interroga sulla natura intellettuale e cognitiva dei sistemi di pensiero dei popoli indigeni e in particolare, l’antropologa ha posto l’accento sul potere simbolico del disordine: i RITUALI sono spesso attenti a questa potenza del disordine e la sfruttano per creare discontinuità e sfasamento rispetto al mondo della vita ordinaria->molti rituali si propongono di mettere in luce verità e poteri che sono inaccessibili al pensiero cosciente =>VICTOR W. TURNER: analizza la complessità dei sistemi simbolici. I simboli sono multi vocali, ognuno di essi può significare molte cose e avere molteplici connessioni con altri simboli. Turner distingue tra: -LIVELLO ESEGETICO: quello dell’interpretazione indigena, sia essa di uno specialista o di una persona comune -LIVELLO OPERAZIONALE: che emerge dal modo in cui i vari simboli vengono impiegati nel loro contesto rituale -LIVELLO POSIZIONALE: del simbolo rispetto ad altri simboli in un contesto globale, una totalità di significato ->i simboli rituali producono importanti effetti emozionali sui partecipanti->da ciò emerge per Turner un basilare conflitto tra INDIVIDUO e SOCIETA’, in cui le norme sociali esercitano il proprio dominio sull’individuo e sulla tendenza di quest’ultimo a sfuggire alla costrizione dei vincoli sociali
PAUL RADIN: secondo questo autore, che riprende le concezioni di Boas, la natura del fenomeno religioso è costituita da due componenti:
società primitiva è una società che è priva di sistema giudiziario e quindi aperta alla possibile escalation della violenza che rischia di compromettere gravemente la stabilità e la continuità del gruppo sociale-> per allontanare la violenza dalla comunità, è necessario scaricarla su un oggetto sostitutivo, in maniera che non sia dannosa o pericolosa per l’intera comunità->la VITTIMA dev’essere scelta con attenzione e criterio: è necessari che appartenga in qualche modo alla comunità ma dev’essere scelta in un ambito marginale come schiavi, bambini, prigionieri di guerra->la vittima non è soggetta al meccanismo della vendetta, che vanificherebbe il tentativo di allontanare la violenza attraverso la sua canalizzazione rituale sulla vittima riaprendo la possibilità di una ripresa del ciclo delle violenze interne alla comunità ->il religioso ha la funzione di disumanizzare la violenza, di sottrarla all’uomo al fine di proteggerlo ->il sacrificio si fonda su una doppia sostituzione: quella dell’insieme dei membri della comunità con un solo bersaglio ovvero la vittima espiatoria, in secondo luogo quest’ultima viene sostituita con una vittima sacrificale, essere umano o animale che sia ->soltanto nell’Antico Testamento, inizia a farsi strada un pensiero anti-sacrificale che contribuisce alla modificazione graduale del sistema rituale e religioso: prima con il passaggio dal sacrificio umano al sacrificio animale, durante l’epoca dei patriarchi, poi con l’istruzione della Pasqua, che mette l’accento non sull’immolazione della vittima ma sul pasto in comune. Infine, la terza tappa consiste nella volontà profetica di rinuncia a qualsiasi sacrificio, un risultato portato a compimento soltanto nei Vangeli. ->Girard tende a interpretare la storia umana ponendo soprattutto l’accento sul problema persistente della violenza e della necessità di imbrigliarla, affinché gli uomini possano costruire un mondo sociale vivibile: per l’autore la violenza è un fenomeno nucleare, originario riconducibile alle sue componenti di meccanismo spontaneo universale chiamato PROCEDIMENTO VITTIMARIO ->Burket, per certi versi, ha una posizione simile a quella di Girard, ma sembra più affascinato dal tema della caccia e da come quest’attività possa aver profondamente influenzato lo sviluppo della cultura umana. L’autore cerca di ricondurre il bisogno da cui scaturisce la nascita della religione a una serie di condizioni evolutive radicate nella natura biologica degli esseri umani-> la religione costituisce un’innovazione nell’evoluzione umana e fornisce alla specie umana un vantaggio selettivo, come nell’invenzione di nuovi utensili o nell’impegno di nuovi materiali->il merito più grande della religione è di fornire all’uomo uno strumento che consente di superare le difficoltà della vita=>per Bloch, la violenza è un COMPORTAMENTO RADICATO NELLA SOCIOBIOLOGIA DELLA NATURA UMANA ->Maurice Bloch, riallacciandosi a Girard e Burket, ha proposto una teoria generale che si fonda sull’indissolubile legame tra religione e violenza: egli si distingue dagli altri due autori perché la sua teoria non parte dal presupposto di un’innata propensione alla violenza, sostenendo invece che la violenza è essa stessa il risultato del tentativo di creare il trascendente nella religione e nella politica=>la violenza come prodotto inevitabile nell’ELABORAZIONE DELLA RITUALITA’ =>In tutte queste tre teorie, la violenza svolge il ruolo di una forza originaria e primordiale, a carattere universale, che, nel caso di Girard e di Burket, rimanda esplicitamente alle origini della socialità e della cultura umana, e che viene mostrata in forma particolarmente trasparente nelle religioni indigene in particolare nelle forme di iniziazione e di sacrificio, le quali non hanno nulla di interessante da dire sulla natura della violenza ma sono semplicemente lo specchio in cui lo studioso può scrutare i contorni delle proprie convinzioni 3.L’INIZIAZIONE La presenza di riti di iniziazione costituisce uno dei tratti distintivi dell’immagine delle religioni indigene creata dal primitivismo del primo Novecento: società chiuse, nelle quali la socializzazione dei giovani veniva realizzata in forme rituali rigide e inglobanti ->RITI DI INIZIAZIONE: è una categoria che accomuna una varietà di procedure rituali che vanno dai riti di ingresso a particolari settori della società a cerimonie per l’accesso a determinate cariche e funzioni, ai rituali che segnano l’ingresso di un giovane nell’età adulta (quest’ultimo è il più frequente tra i fenomeni ai quali si fa riferimento quando si parla di “riti di iniziazione” senza specificare altro) ->Bloch sceglie come esempio emblematico di rito di iniziazione alla vita adulta, quello descritto per gli Orokaiva della Nuova Guinea da Francis E. Williams e successivamente riesaminato da André Iteanu che, viene descritto come un meccanismo di aggressione violenta contro i giovani->l’inizio del rituale è segnato dall’ingresso nel villaggio di personaggi che indossano maschere terrificanti, ornate di piume e di denti di maiale. Questi spiriti mascherati giungono dalla foresta e assalgono i bambini, maltrattandoli. Mentre i genitori pregano gli spiriti di non uccidere i loro figli, gli invasori si comportano come cacciatori di maiali selvatici, inseguendo i giovani da iniziare->la ragione è che si crede che il rituale possa condurre alla morte dei bambini e Iteanu ci assicura che questo accade davvero non infrequentemente->durante l’iniziazione i giovani muoiono simbolicamente e si crede che siano divenuti spiriti. Dopo un periodo di reclusione nella capanna iniziatica che sorge nella foresta, i giovani ritornano al villaggio trasformati e si presentano come cacciatori e uccisori di maiali, passando dalla condizione di prede a quella di cacciatori
CAPITOLO 5: “La creatività del sacro: trasformazione del sé e ricreazione del cosmo” 1.CREDENZE E RAZIONALITA’ Per molto tempo, l’antropologia delle religioni ha cercato di tracciare un percorso su un terreno accidentato e rischioso->il principale teorico che si è posto il problema dell’esistenza di forme alternative di pensiero è stato LE’VY-BRUHL: secondo questo autore, la diversità delle culture umane pone lo studioso di fronte a una realtà variegata e complessa, dove i problemi di comprensione non possono essere risolti affidandosi al comune “buon senso” o a un generico richiamo alla “natura umana”->le RAPPRESENTAZIONI COLLETTIVE assumono un ruolo dominante ->Le teorie di questo autore hanno scatenato una quantità di polemiche in campo antropologico e oggi viene considerato un autore inattuale, da evitare 2.MECCANISMI COGNITIVI La maggior parte delle asserzioni contenute nei discorsi religiosi non è passabile di verifica empirica: il discorso religioso non ha necessità di fare riferimento al mondo fenomenico, infatti i partecipanti di un sistema religioso utilizzano modelli cognitivi impliciti nel sistema religioso per confrontarsi con il mondo e con i problemi che esso presenta ->TEORIA COGNITIVISTA: ritiene che i sistemi religiosi includano modelli cognitivi che sembrano spiegare il mondo. Ma, contrariamente alla corrente neo-intellettualista, nega che tali modelli cognitivi siano condizionati dal modo mondo in cui le cose del mondo sono realmente->il discorso religioso è quindi il prodotto di un equipaggiamento cognitivo fondamentalmente comune a tutti gli esseri umani e non richiede il ricorso a forme di pensiero alternative o a processi diversi da quelli che ordinano regolarmente la vita quotidiana di ciascuno=>la conseguenza più significativa di questo approccio cognitivo consiste nel negare qualsiasi specificità al discorso religioso: la religione non dipende da un particolare modo di sentire, da uno specifico sentimento religioso, infatti il pensiero religioso è riconducibile a meccanismi di funzionamento comuni a tutte le menti umane. Questo approccio ha il curioso effetto di considerare irrilevanti proprio quelli che sono stati fin dai primordi dell’antropologia gli aspetti di maggior interesse nello studio dei fenomeni religioso. Infine, un’ulteriore conseguenza di questo approccio è quella di restituire il potere esplicativo alla sola scienza, mentre i fenomeni appartenenti alla sfera religiosa sono considerati semplici epifenomeni dei processi cognitivi, senza scopo e senza alcun valore empirico. 3.CIO’ CHE MOSTRA L’ANGELO DEI SOGNI Secondo lo scrittore islamico Abdalghani an-Nabulusi, l’uomo osserva i sogni con lo spirito e li comprende con l’intelligenza: al momento del sonno il suo spirito si dispiega come la luce del sole e in questo folgore egli vede quello che l’angelo dei sogni gli mostra->viene messa in risalto l’importanza degli stati non ordinari di coscienza nell’origine e nello sviluppo dei fenomeni religiosi. ->Nelle culture tradizionali delle Pianure, ai sogni veniva attribuita considerevole priorità ontologica e venivano considerati la principale fonte di conoscenza e di potere ->L’atto di sognare suggerisce di per sé la nozione o la possibilità di una moltiplicazione delle componenti della personalità: nel sogno, la stessa nozione del sé risulta paradossale, ambigua e ambivalente. Una tendenza razionalistica e medicalizzante ha cercato di interpretare questi fenomeni come forme, più o meno accettate socialmente, di comportamento patologico. 4.LO SCIAMANO, ESPLORATORE DEI LIMITI SCIAMANO=termine tecnico ed esoterico per indicare uno specialista rituale tipico dei popoli siberiani e dell’Artico, è divenuto recentemente un concetto di moda, che viene utilizzato in una varietà di contesti diversi e con significati differenti, spesso in modo superficiale e impreciso, quando non addirittura completamente arbitrario. Lo sciamanismo, come ha osservato Fiona Bowie, è uno di quei termini che vengono spesso impiegati in modo ampio, con riferimento a numerosi fenomeni differenti, alcuni dei quali hanno poche relazioni gli uni con gli altri o con una qualsiasi derivazione originaria. Il ricorso a stati di coscienza non ordinaria è un elemento ritenuto caratteristico dello sciamanismo, quest’ultimo si configura come una forma di “addomesticamento” degli spiriti che possiedono l’iniziato, invece della loro semplice espulsione, come accade invece nei culti di possessione. Gli spiriti addomesticati diventano gli aiutanti dello sciamano e possono essere evocati in suoi aiuto. La caratteristica precipua dello sciamano sarebbe il volo estatico, durante il quale l’anima dell’officiante percorre gli spazi dell’universo alla ricerca dell’anima perduta di un paziente, per raggiungere il mondo degli spiriti o delle divinità, per chiedere il loro intervento e la loro attenzione.
Nella maggior parte dei casi, lo sciamano mantiene vivida consapevolezza di quello che sta avvenendo ma ancor di più, si può affermare che lo sciamano ha una sorta di ampliamento delle capacità percettive e della consapevolezza. Questo insieme di caratteristiche fanno s che lo sciamano sia un personaggio che si colloca ai limiti delle varie forme categoriali che descrivono e costituiscono il mondo degli esseri umani e che spesso tende scavalcare questi limiti. 5.COSTRUIRE E RI-COSTRUIRE IL MONDO Le religioni costituiscono forme di elaborazione di “visioni del mondo”, ovvero modelli che descrivono le origini e la natura del mondo e hanno l’importante funzione di fornire uno schema di orientamento per l’azione dell’uomo nel mondo, collocando l’umanità nel più vasto schema del cosmo. ->Le conoscenze sciamaniche consentono agli uomini di superare i pericoli insiti nel mondo naturale e nelle attività di procacciamento del cibo, e al tempo stesso forniscono loro lo strumento per incorporare parte dell’energia vitale contenuta nel mondo della natura. ->E’ curioso notare come nei miti e nei racconti tradizionali il mondo degli dei e degli esseri sovrannaturali si colloca in genere in spazi e dimensioni che si trovano al di là degli spazi umani e degli insediamenti. Oggetti rituali, ornamenti e decorazioni artistiche sono elementi di un sapere rituale sul quale si basano l’esistenza e l’identità di ciascun gruppo locale e sono legati a particolari parti del territorio e gruppi di persone, che nel linguaggio antropologico sono stati chiamati “gruppi totemici”. CONCLUSIONE Le teorie e gli autori presentati e discussi in questo volume non esauriscono affatto i contributi che sono stati elaborati nell’ambito dell’antropologia delle religioni. Le proposte interpretative avanzate sono a volte convincenti, a volte banali, altre ancora bizzarre e improbabili: tutte segnalano l’interesse che i fenomeni religiosi più lontani ed esotici hanno suscitato negli studiosi. Le teorie e le interpretazioni sono invece il prodotto della riflessione e dell’elaborazione scientifica di cui i vari autori sono i soli depositari. Lo sforzo principale di questo lavoro è stato cercare di mostrare come le costruzioni culturali, sempre più minoritarie nel mondo globalizzato, meritano la nostra attenzione, il nostro rispetto e la nostra riconoscenza.