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walpert indologia riassunto, Appunti di Storia dell'India

riassunto per l'esame di indologia

Tipologia: Appunti

2018/2019

Caricato il 28/09/2019

laura.mina
laura.mina 🇮🇹

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VIII L'impatto dell'islam: la nascita dell'islam
L a nascita dell’Islam, avvenuta fra le sabbie dell’ Arabia Saudita nell’anno 622, era destinata a
cambiare radicalmente il corso della storia indiana. Nessuna delle molteplici invasioni che
fecero seguito alla diffusione degli arii, più di duemila anni prima, incise così profonda- mente
sull’ Asia meridionale quanto quelle che portarono in India la re- ligione del profeta
Muhammad (570-632). L’eredità storica di quello scontro si coglie non solo in Pakistan e nel
Bangladesh, ma anche nei quasi settanta milioni di musulmani dell’India attuale. È difficile
immaginare due religiosità più differenti tra loro di Islam e induismo. Il nucleo della dottrina
dell'Islam, che letteralmente signi- fica «abbandono», è l’esistenza di un Dio unico Allah. Ver-
so i quarant'anni il profeta cominciò a ricevere le prime rivelazioni, ma la sua predicazione
iniziale alla Mecca gli guadagnò scherno e maltratta- menti piuttosto che conversioni: fu così
spinto alla «fuga» (4ijra) a nord, verso Medina, dopo che quella città lo aveva invitato, nel 622,
a diven- tare il suo capo temporale e spirituale. La data fu assunta come il primo anno dell’èra
musulmana. L’inequivocabile monoteismo dell'Islam ser- vì a unificare tutti i mulsulmani
(quelli che «si abbandonano» alla vo- lontà di Allah) in una sorta di fratellanza (72724), una
forza potente in termini sia sociali sia militari. Chi voleva farsi musulmano doveva per prima
cosa recitare la professione di fede: «Non vi è che un solo Dio, Allah, e Muhammad è il suo
profeta». Per amore di Allah tutti i musul- mani erano obbligati a fare elemosine (zak4ò) ai
poveri; a pregare cinque volte al giorno stando rivolti verso la Mecca, il centro dell’autorità
ara- ba, alla cui conquista Muhammad guidò le forze unite del suo popolo dopo aver
consolidato il proprio controllo su Medina; dovevano osser- vare il digiuno durante il nono
mese lunare (ra244d4n); andare almeno una volta in pellegrinaggio (4477) alla Mecca. La
«guerra santa» (ji444) veniva mossa con assoluta determinazione contro coloro che non
acettavano di sottometersi, agli ebrei e ai cristiani fu però concesso fin dalla nascita dell’Islam
uno speciale statuto di «popoli protetti del libro» in quanto si ammetteva che i loro libri sacri
si fondasserro su una «rivelazione parziale» fatta a profeti minori. In quanto dhimmi essi
erano autorizzati a praticare la loro religione in cambio del pagamento di uno speciale
«testatico» Gi- zya) - equivalente al 6 per cento circa della ricchezza finanziaria di cia- scun
fedele - ai loro governanti musulmani. Ai pagani, invece, fu data solo la scelta fra convertirsi
all'Islam o morire. La conquista della Mecca, mentre ancora Muhammad era in vita, diede ai
musulmani un solido centro di potere, a partire dal quale la comunità si sarebbe irraggiata nei
decenni che seguirono la morte del profeta .
L’India rimase beatamente ignara dell’esistenza dell'Islam nei primi due decenni della
vigorosa crescita della nuova fede. I mercanti arabi portavano comunque dall’ Asia
meridionale ricchezze sufficienti a sti- molare gli appetiti dei guerrieri musulmani, appetiti
che non tardarono a trasformarsi in collera quando navi mercantili musulmane vennero at-
taccate dagli abitanti del Sind.
rimandò ulteriori tentativi di conquista musulmana fino al 711; quando, per il piratesco
saccheggio del ricco carico di una nave araba alle bocche dell’Indo, il governatore ommayade
dell'Iraq si infuriò al punto da armare, contro i ràja del Sind, una spedizione forte di seimila
cavalli siriani e altrettanti cammelli iracheni. L’esercito arabo conquistò rapidamente
Brahmanabad e il suo comandarite ebbe cura che gli «infedeli» (k4fir) del luogo si
convertissero all’Islam o morissero. Presto venne però concesso anche a loro lo stato di dbizzzî
in alternati va alle due soluzioni estreme, e ciò avvenne quando gli studiosi musul- mani vennero a
conoscere l’esistenza dei testi religiosi indù - e i capi musulmani riconobbero saggiamente che gli
indiani da sterminare sa- rebbero stati un po’ troppi. Il concetto di popolo protetto era stato di- fatti
esteso, durante la penetrazione islamica in Iran, a comprendere gli zoroastriani (conosciuti come
Parsi da quando, per sfuggire alle perse- cuzioni musulmane, si stabilirono nell’India occidentale):
non stupisce.
Nel X secolo l'Islam era molto cambiato: dalla fondazione del califfa- to ‘abbaside (metà circa
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VIII L'impatto dell'islam: la nascita dell'islam L a nascita dell’Islam, avvenuta fra le sabbie dell’ Arabia Saudita nell’anno 622, era destinata a cambiare radicalmente il corso della storia indiana. Nessuna delle molteplici invasioni che fecero seguito alla diffusione degli arii, più di duemila anni prima, incise così profonda- mente sull’ Asia meridionale quanto quelle che portarono in India la re- ligione del profeta Muhammad (570-632). L’eredità storica di quello scontro si coglie non solo in Pakistan e nel Bangladesh, ma anche nei quasi settanta milioni di musulmani dell’India attuale. È difficile immaginare due religiosità più differenti tra loro di Islam e induismo. Il nucleo della dottrina dell'Islam, che letteralmente signi- fica «abbandono», è l’esistenza di un Dio unico Allah. Ver- so i quarant'anni il profeta cominciò a ricevere le prime rivelazioni, ma la sua predicazione iniziale alla Mecca gli guadagnò scherno e maltratta- menti piuttosto che conversioni: fu così spinto alla «fuga» (4ijra) a nord, verso Medina, dopo che quella città lo aveva invitato, nel 622, a diven- tare il suo capo temporale e spirituale. La data fu assunta come il primo anno dell’èra musulmana. L’inequivocabile monoteismo dell'Islam ser- vì a unificare tutti i mulsulmani (quelli che «si abbandonano» alla vo- lontà di Allah) in una sorta di fratellanza (72724), una forza potente in termini sia sociali sia militari. Chi voleva farsi musulmano doveva per prima cosa recitare la professione di fede: «Non vi è che un solo Dio, Allah, e Muhammad è il suo profeta». Per amore di Allah tutti i musul- mani erano obbligati a fare elemosine (zak4ò) ai poveri; a pregare cinque volte al giorno stando rivolti verso la Mecca, il centro dell’autorità ara- ba, alla cui conquista Muhammad guidò le forze unite del suo popolo dopo aver consolidato il proprio controllo su Medina; dovevano osser- vare il digiuno durante il nono mese lunare (ra244d4n); andare almeno una volta in pellegrinaggio (4477) alla Mecca. La «guerra santa» (ji444) veniva mossa con assoluta determinazione contro coloro che non acettavano di sottometersi, agli ebrei e ai cristiani fu però concesso fin dalla nascita dell’Islam uno speciale statuto di «popoli protetti del libro» in quanto si ammetteva che i loro libri sacri si fondasserro su una «rivelazione parziale» fatta a profeti minori. In quanto dhimmi essi erano autorizzati a praticare la loro religione in cambio del pagamento di uno speciale «testatico» Gi- zya) - equivalente al 6 per cento circa della ricchezza finanziaria di cia- scun fedele - ai loro governanti musulmani. Ai pagani, invece, fu data solo la scelta fra convertirsi all'Islam o morire. La conquista della Mecca, mentre ancora Muhammad era in vita, diede ai musulmani un solido centro di potere, a partire dal quale la comunità si sarebbe irraggiata nei decenni che seguirono la morte del profeta. L’India rimase beatamente ignara dell’esistenza dell'Islam nei primi due decenni della vigorosa crescita della nuova fede. I mercanti arabi portavano comunque dall’ Asia meridionale ricchezze sufficienti a sti- molare gli appetiti dei guerrieri musulmani, appetiti che non tardarono a trasformarsi in collera quando navi mercantili musulmane vennero at- taccate dagli abitanti del Sind. rimandò ulteriori tentativi di conquista musulmana fino al 711; quando, per il piratesco saccheggio del ricco carico di una nave araba alle bocche dell’Indo, il governatore ommayade dell'Iraq si infuriò al punto da armare, contro i ràja del Sind, una spedizione forte di seimila cavalli siriani e altrettanti cammelli iracheni. L’esercito arabo conquistò rapidamente Brahmanabad e il suo comandarite ebbe cura che gli «infedeli» (k4fir) del luogo si convertissero all’Islam o morissero. Presto venne però concesso anche a loro lo stato di dbizzzî in alternati va alle due soluzioni estreme, e ciò avvenne quando gli studiosi musul- mani vennero a conoscere l’esistenza dei testi religiosi indù - e i capi musulmani riconobbero saggiamente che gli indiani da sterminare sa- rebbero stati un po’ troppi. Il concetto di popolo protetto era stato di- fatti esteso, durante la penetrazione islamica in Iran, a comprendere gli zoroastriani (conosciuti come Parsi da quando, per sfuggire alle perse- cuzioni musulmane, si stabilirono nell’India occidentale): non stupisce. Nel X secolo l'Islam era molto cambiato: dalla fondazione del califfa- to ‘abbaside (metà circa

dell’VIII secolo), quando il potere centrale non venne più esercitato da Damasco o Medina ma da Baghdad, si era evo- luto fino a diventare un impero arricchito dalla civiltà persiana e difeso da un esercito di schiavi turchi. Commerci e industrie fiorenti convo- gliavano a Baghdad ricchezze provenienti da tutto il mondo, ma ben presto l’impero divenne troppo vasto e diversificato perché un solo ca- liffo (kbalifa, «delegato» di Dio) riuscisse a governarlo; nelle zone peri- feriche orientale e occidentale cominciarono così a sorgere regni indi- pendenti sotto governanti locali che, con l'XI secolo, assunsero il titolo regale e laico di sultano. Fin dal IX secolo vennero comprati e importati in quantità considerevole schiavi turchi provenienti dall’ Asia centrale (mamelucchi, m2a7z/4k), come rinforzo alle armate dei califfi ‘abbasidi il cui potere stava ormai incrinandosi; a partire però dal X secolo intere tribù di turchi nomadi spinti dall’invasione cinese verso occidente en- trarono in Afghanistan e in Persia. Il primo regno islamico turco venne fondato da Alptigin, un guerriero schiavo di stirpe samanide, che nel 962 riuscì a conquistare la fortezza afghana di Ghazni, dove fondò una dinastia che sarebbe durata due secoli almeno. Suo nipote Mahmud (971-1030), conosciuto come «Spada dell'Islam», guidò non meno di di- ciassette sanguinose incursioni in terra indiana piombando come un ra- pace dal suo nido di Ghaznî e muovendo le sue jih44 con la promessa del paradiso, ma soprattutto con la prospettiva di un ricco bottino. Mahmùd di Ghazni iniziò le sue scorrerie nel 997, lasciando ogni in- verno la sua gelida capitale per scendere nelle pianure del Panjab e di- struggere con religioso zelo un numero incalcolabile di idoli nei templi indiani - idoli che nel suo fervore iconoclasta vedeva come abomini agli occhi di Allah - nonché saccheggiare le città indiane di tanti gioielli, denaro e donne, quanto lui e l’orda della sua cavalleria potevano porta- re con sé attraverso i passi dell’ Afghanistan. Mathura, Kanauj, Thane- $var, Nagarkot, e infine anche la favolosa città templare di Somnath nel Kathiawar, vennero scelte da Mahmud come bersagli da radere al suo- lo: con le smisurate ricchezze predate egli trasformò Ghazni in uno dei centri più importanti di cultura islamica dell'XI secolo. Il brillante fisi- co, astronomo, filosofo, storiografo al-Biruni (nato nel 973) e il grande poeta persiano Firdusi, autore dello S4br47e, sono solo due fra le emi- nenti personalità dell’Islam richiamate a Ghaznî da Mahmud. Per quanto il cronista di corte ‘Utbi magnifichi a dismisura il sultano quan- do rivendica alla spada di Mahmud la distruzione di ben diecimila tem- pli indù nella sola Kanauj, non riesce difficile comprendere la profonda avversione tra indù e musulmani lasciata come eredità da quelle razzie e che sarebbe rimasta, comunque, anche se i danni prodotti fossero am- montati all’uno per cento della cifra riportata dal cronista. Secondo le cronache, ad esempio, nel 1025 la popolazione indù di Somnath sareb- be rimasta impassibile a osservare l’avanzata del feroce esercito di Mah- mid verso le mura del tempio cittadino, confidando che Siva, il cui mi- racoloso linga pendeva sospeso entro un campo magnetico nel recesso del tempio, avrebbe certamente difeso i suoi adoratori da ogni pericolo. Anche qui, probabilmente, il cronista esagera quando scrive che più di cinquantamila indù furono trucidati in quel giorno e che il valore dell’o- ro e dei gioielli, portati via dal linga cavo, mandato in frantumi dalla spada di Mahmùd, era di oltre due milioni di dinari. Inoltre, la terribile impressione di quegli attacchi - quale che fosse l'ammontare effettivo dei danni prodotti dal loro urto micidiale - venne amplificata ancora più dolorosamente nel ricordo di chi aveva assistito impotente al massa- ero o alla riduzione in schiavitù di amici e familiari da parte di invasori, che pretendevano di uccidere, rapire e saccheggiare in nome di Dio. Prima di morire, Mahmid annesse il Panjab come la provincia più orientale del suo impero. I Ghaznavidi furono solo i primi tra i musulmani turco-afghani che invasero l'India settentrionale distruggendone l'autonomia a partire dal Panjab, poi verso sud e verso est. Centocinquant’anni dopo la morte di Mahmid, la stessa Ghaznî venne conquistata dai turchi Ghùridi, un’altra feroce popolazione nomade dell'Asia centrale. Il sultano Mu- hamad di Ghur e lo schiavo suo luogotenente Qutb-ad:Din Aibak com- pirono la loro prima razzia in India nel 1175, distruggendo il presidio ghaznavide di Peshawar nel 1179 e proseguendo con la conquista di La- hore nel 1186 e di Delhi nel 1193. I Rajput (letteralmente «figli di re») ingaggiarono battaglie durissime e i turco-afghani si ritrovarono per anni impegnati nel vano tentativo di scacciare questi feroci kshazriya dalle desertiche zone che dominava- no.

volte veniva sommato al primo. Fin tanto che il feudatario riconosce- va l’autorità del signore, era obbligato a mantenere le truppe per la sua difesa, doveva pagargli parte delle sue rendite e offrirgli in sposa le sue figlie. Anche se il feudalesimo indiano si differenzia in modo sostanzia- le dal fenomeno sviluppatosi nell'Europa occidentale, poiché non impli- ca né proprietà terriere su larga scala, né un sistema feudale diffuso, le somiglianze esistenti fra le due situazioni ci autorizzano a definirle con 109 lo stesso termine, che si riferisce soprattutto al decentramento del pote- re in unità locali autosufficienti e al possesso di terra concesso ai feuda- tari in via subordinata alla promessa di servigi di natura militare. La concessione da parte dei sovrani di terre esenti da tasse, chiamate co- munemente j4gir, come ricompensa ai soldati, sarebbe rimasta una pra- tica diffusa sia nel più tardo sistema imperiale, sia in quello feudale, at- traverso tutto il corso della storia indiana fino alla fine del XIX secolo, quando furono gli inglesi a reclamare questi redditi alienati. Terre esen- ti da tasse venivano talora concesse dai monarchi indiani anche ai brah- mani e ai loro fedeli. Nel feudalesimo indiano, tuttavia, non emerse mai una gerarchia ecclesiastica, cosa che avvenne in quello occidentale. Durante il regno di ‘Ala’-ad-Din Khalji (1296-1316) il sultanato rag- giunse il culmine nella centralizzazione del potere e acquisì le dimensio- ni di un impero. Recuperando molti dei j4g precedentemente assegnati a nobili musulmani, ‘Ala’-ad-Dîn poté pagare in contanti i suoi ufficiali e ottenne quindi il controllo diretto sul suo potente esercito. Per man- tenere piene le casse dello stato, il sultano aumentò le tasse terriere fino al 50 per cento di ogni raccolto e seppe esigerne, con decisione, il paga- mento da parte dei sudditi indiani. Introdusse anche due nuove tasse, una sul bestiame da latte e una sulle case. Una efficiente rete di spie e di fedeli cortigiani lo rese un sovrano temuto più che odiato, mentre la sua relazione omosessuale col suo schiavo convertito, Malik Kafur, seconda figura per importanza del sultanato, può forse dirci qualcosa riguardo ai singolari intrighi della corte. ‘Ala’-ad-Din fu un monarca crudele ma di grandi capacità, il primo che riuscì a imporre a Delhî un efficace sistema di salari e di controllo sui prezzi; durante il suo regno cessò temporaneamente la tesaurizzazione privata di oro e argento, una pratica diffusa nel corso di quasi tutta la storia indiana. Il prezzo dei cibi, cereali e stoffe. venne mantenuto abbastanza basso da consentire a soldati e lavoratori medi di sopravvivere senza alti salari; i mercanti dovevano possedere una licenza e i loro profitti venivano controllati con esattezza dallo stato; i contadini dovevano vendere le granaglie solo ai mercanti autorizzati al commercio di commestibili, e a prezzi fissi. L’incetta era proibita e, se scoperta, punita con severità. Tutti questi controlli risultarono estremamente utili alla maggioran-—— za della popolazione di Delhi, ma non potevano essere estesi molto al di là delle zone limitrofe; inoltre, suscitarono l'opposizione sia dei mer- canti sia dei contadini, che si sentivano particolarmente discafiginezi ° dati x sa Ancora più serie dei contrasti interni, però, si dimostrarono le feroci invasioni dei mongoli che minacciavano di distruggere la maggior parte delle città dell'India settentrionale, e che ‘Ala’-ad-Din si trovò costret- to a fronteggiare a partire dal 1303-1306. In ogni caso, grazie alle rifor- me economiche ‘Ala’-ad-Din riuscì a opporre eserciti sufficientemente otenti contro i cavalieri mongoli, facendoli semmai artetrare verso l'Afghanistan. Una volta resi sicuri i confini settentrionali, il sultano poté nuovamente rivolgersi verso sud, in cerca di oro. La capitale Yada- va di Devagiri venne espugnata nel 1307 e usata come base di partenza per una più profonda penetrazione dei Khalji nel Deccan. Molti capi Rajput vennero sbaragliati dagli eserciti di

‘Ala’-ad-Dîn ed egual sorte toccò ai governatori del Gujarat. Nel 1309 venne annesso il regno meri- dionale dei Kakatiya, e l’anno dopo le armate del Khalji effettuarono scorrerie in tetritorio Pandya nel Tamilnad, cosicché la fede musulma- na venne portata anche nella punta più meridionale della penisola in- diana. Le conquiste dell’impero di ‘Ala’-ad-Din non poterono tuttavia essere consolidate dai successori: dopo la sua morte, nel 1316, la linea di condotta da lui impostata crollò. Malik Kafur tentò invano di mante- nere sotto controllo la corte e l’esercito, ma finì ucciso dai suoi soldati. Uno dei figli di ‘Ala’-ad-Din, Qutb-ad-Din Mubarak, sopravvisse di quattro anni al padre, senza però tenere le redini del potere di Delhî; abbandonò ogni tentativo di mantenere bassi i prezzi dei generi di pri- ma necessità, ribassò le richieste del fisco, e in generale rese meno seve- ra l’autorità, godendosi a corte i suoi piaceri di travestito. Per la maggior parte del XIV secolo regnò a Delhi la dinastia Tugh- lag. Il fondatore di questa terza dinastia musulmana nel suolo indiano fu Ghiyas-ad-Din Tughlaq, figlio di uno schiavo turco di corte e di una donna indù jat, che regnò con moderazione per cinque anni. Nel 1325, Ghiyas-ad-Din e il figlio prediletto furono uccisi dall’improvviso crollo di un padiglione, innalzato per celebrare una vittoria da un altro figlio del sultano, divenuto poî suo successore: Muhammad (che regnò dal 1325 al 1351). Trovatosi all'improvviso sul trono sopra i cadaveri del padre e del fratello, il lungo regno di Muhammad Tughlaq - che fu un uomo di sensibilità e talento non comuni - può essere visto come il ten- tativo di cancellare la colpa grazie all’espiazione religiosa. Un grande viaggiatore, il musulmano Ibn Battuta, che esplorò Asia e Africa tra il 1325 e il 1354,} fu per qualche tempo giudice-capo (9427) presso la corte di Muhammad e narrò con quale rigore il sultano inducesse «il po- polo a eseguire alla perfezione abluzioni, preghiere e tutte le prescrizio- ni dell'Islam». Muhammad non poteva però riuscire a insegnare ad altri ciò che lui per primo ignorava, e in questo periodo scoppiarono parec- chie ribellioni. Nell’ambizioso tentativo di soffocare la resistenza al sud creando una seconda capitale nel Deccan, Muhammad Tughlag costrin- se molti nobili e ufficiali ad abbandonare, nel 1327, le loro case di Del- hi e a trasferirsi verso il meridione per più di ottocento chilometri attra- verso lo spartiacque Vindhya-Satpura, in direzione di Daulatàbad (De- vagiri). Furono in molti a morire nel difficile viaggio: e per quelli che sopravvissero Daulatabad, la seconda capitale del sultanato, fu soltanto 112 una località inospitale a causa del caldo e della costante penuria di ac- que fluviali. Nel 1329-30 Muhammad Tughlaq azzardò un’altra sorprendente im- presa: l'emissione di nuove monete. Mosso, forse, dalla speranza di emulare l'impero cinese, dove la cartamoneta aveva riscosso un discreto successo, il ‘sultano mise in corso delle monete di ottone‘o bronzo, di basso valore effettivo, dichiarandole equivalenti ai tanka (140 grani) d’argento, che stavano diventando sempre più cari. Il programma era apparentemente ben giustificato, come ogni emissione di cartamoneta, e avrebbe potuto benissimo funzionare se non fosse che i mercanti stra- nieri rifiutavano di accettare in pagamento delle loro merci queste mo- nete, che peraltro usavano normalmente all’interno dell’India. Quel che più conta è che venne concesso agli indiani di cambiare le loro mo- nete di rame alla zecca reale, ottenendone in cambio oro e argento: cosa che fecero ogni mese di più. Anzi, sembra che moltissimi indiani fosse- ro diventati calderai sulla scia di questa «riforma», e si dice che per un secolo montagne di monete di rame tughlaq siano giaciute fuori delle casse del sultanato. Nel giro di tre o quattro anni il sultano fu obbligato a ritirare queste speciali monete a causa delle pesanti perdite del tesoro pubblico. Tra il 1335 e il 1342 l’India patì uno dei più tremendi e lun- ghi periodi di carestia e siccità. Nonostante tutte le relazioni dei viag- giatori stranieri abbiano preso nota delle tristi sofferenze di quel perio- do, il sultanato non organizzò alcun soccorso coordinato a favore dei sudditi, sia alleggerendo le tasse, sia distribuendo alimenti. Il diffuso malcontento di origine economica fomentò rivolte in gran parte del sul- tanato, che ne subì le conseguenze soprattutto nelle zone meridionali. Nel 1335 un governatore dei Tughlag, Ahsan Shah, fondò il sultanato indipendente di Madura: quando le armate di Muhammad si mossero verso sud per spegnere quell’incendio, altri ne erano scoppiati a Lahore e Delhi, costringendo il sultano a tornare a nord. I capi indù, quando notarono il successo ottenuto dagli

(predicatori) itineranti, che andavano a portare il loro messaggio di amore di- vino tra i miserabili contadini dei più remoti villaggi del Bengala, asso- migliavano parecchio ai santi indù della Shakti («devozione»), i quali a loro volta offrivano la salvezza attraverso il culto della dea madre, e ai buddhisti del mahayana, che promettevano la salvezza ultraterrena gra- zie alla benedizione del Bodhisattva. Durante quest'epoca di governo autonomo musulmano, venne anche incoraggiata, grazie al patrocinio della corte, l’opera di traduzione in bengalese di poemi epici sanscriti: Quando nel 1351 Muhammad Tughlaq venne assassinato, mentre combatteva una ribellione nel Sind, sul trono di Delhi salì un suo cugi- no di fede ortodossa, Firùz, che avrebbe mantenuto il potere per tren- tassette anni (1351-1388). Famoso per l’abolizione della tortura, per la grande passione dell’architettura e per la costante aderenza ai princìpi dell’Islam ortodosso, Firùz conobbe la fortuna di un regno benedetto da monsoni favorevoli e raccolti abbondanti. Egli tentò invano di ri- conquistare il Bengala, ma invece di impelagarsi in guerre inutili si ac- contentò di costruire una nuova capitale. La nuova Delhî, Firùzabad, prese nome da lui, e venne riempita di giardini, moschee e scuole. La generosa protezione accordata agli ‘#/2724’, fece sì che Firùz, fra tutti i sultani di Delhi, lasciasse nella storia l'impressione migliore; gli viene anche attribuita la costruzione di non meno di quaranta moschee, tren- ta scuole, un centinaio di ospedali e duecento nuove città nei dintorni della capitale. Firùz fu attratto da numerosi progetti di irrigazione: fece costruire quasi cinquanta dighe e bacini artificiali riuscendo così a ren- dere produttive terre altrimenti sterili. Forse perché meno sospettoso dei suoi predecessori, Firùz diminuì il corpo delle spie reali, impiegan- done con buoni risultati gli uomini in imprese più produttive. Fu pro- babilmente uno dei più intelligenti sovrani del sultanato, anche se forse non il più illuminato: la sua ortodossia gli fece intraprendere un certo numero di azioni ostili contro gli indù e gli alienò gran parte dei suddi- ti. Particolarmente perseguitati si sentirono i brahmani, in quanto ob- bligati adesso a pagare la jizy4: fino a questo momento, infatti, non ave- vano pagato né questa, né alcun’altra tassa. Molti sudditi non brahmani si convertirono così all'Islam durante il regno di Firùz, trovandosi in questo modo a sfuggire totalmente al testatico e a dover pagare la zakdt (elemosina) musulmana, assai meno pesante. Firuz fu l’ultimo sultano forte di Delhi. Nei dieci anni che seguirono la sua morte una mezza dozzina di deboli monarchi esercitò una blanda autorità sulle sorti ormai precarie di un regno che stava rapidamente declinando. Mentre a Delhi le fazioni rivali si combattevano l’una con- tro l’altra, le armate asiatiche di Timùr-i-Leng (Tamerlano), in attesa presso le porte nord-occidentali dell’India, piombarono infine attraver- so i passi per saccheggiare il Panjab, e nel 1398 entrarono nella stessa Delhi. La distruzione e il saccheggio della Vecchia Delhî, operato dal- l’esercito di Timùr, lasciò «alte torri» di teste e di corpi martoriati degli indiani. Diecimila schiavi vennero portati via come bottino vivente e la grande moschea di Samarkanda venne più tardi ricostruita dai taglia- pietre di Delhi. Timur abbandonò le piane dell’India nel 1399, prima della calura estiva, lasciandosi dietro nel suo cammino verso nord una scia di sangue e di torture; Delhi stessa venne a tal punto esaurita dal- l’orgia del suo assalto che per mesi e mesi giacque negli spasimi mortali della carestia e della pestilenza: «neppure un uccello si muoveva». Poco più di un secolo dopo, un nipote di Timur, Babur, sarebbe ritornato ne- gli stessi luoghi per fondarvi la dinastia Moghul. Il giorno 21 aprile 1526 vide l’alba dell'impero Moghul: Babur si im- padronì dei tesori accumulati a Delhi e li distribuì generosamente fra le sue truppe che avanzarono verso Agra costeggiando per circa cento- sessanta chilometri la Yamun&-(Jamna) verso sud e conquistarono la cit- tà, destinata a divenire di lì a poco la capitale dei Moghul. Non tutta la resistenza ai Moghul venne però sconfitta: Mahmiid, fratello di Ibra- him, era sfuggito alla carneficina di Panipat e aveva arruolato un eserci- to nel Bengala, mentre la confederazione Rajput stava schierando le sue formidabili forze intorno alla bandiera di Rana Sanga (che regnò dal 1509 al 1528). Venerato dalla loro gente come eredi del trono di Rama e come

«progenie del sole» i Rana del Mewar si distinguevano come la più importante fra le trentasei tribù regali Rajput.? Pressoché unica fra le stirpi della confederazione, la dinastia del Mewar era sopravvissu- ta a secoli di invasioni e di domini musulmani, rafforzando in questo modo la propria supremazia e l’inviolabilità del proprio rango: Sanga fu il più grande della nobile schiatta Rana. Sopportando le cicatrici di ben ottanta ferite ricevute in battaglia, ridotto con un solo occhio e un solo braccio, questo capo della resistenza coalizzata dell'India indù con- tro la supremazia moghul riuscì quasi a soddisfare la propria aspirazione a una discendenza divina sul campo di Khanua, una quarantina di chilometri Il suo esercito molto più numeroso era riuscito ad accerchiare quello di Babur. Per sostenere il morale delle truppe accerchiate, Babur fece a pezzi le sue coppe d’oro destinate al vino e ne distribuì i frammenti fra i poveri. Poi ordinò di versare a terra tutte le scorte di vino e fece voto di non bere mai più la bevanda proibita. Rana Sanga attese però troppo a lungo. Al momen- to di attaccare i Moghul, la confederazione, minata da rivalità di casta, aveva ormai perduto la coesione e qualcuno degli alleati lo abbandonò. La vittoria di Babur il 15 marzo 1527 sul campo di Khanua costrinse alla fuga le truppe del Mewar, ormai colpite a morte, e distrusse la spe- ranza dei Rajput di poter mai riconquistare Agra o Delhi. Il terzo e ulti- mo tentativo di arginare l’ondata moghul fallì quando Babur guidò l’e- sercito verso oriente, lungo il fiume Gogra nella regione che oggi si chiama Uttar Pradesh, sbaragliando le forze unite degli eserciti afghano e bengalese al comando di Mahmid Lodi: il 6 maggio 1529 cadde l’ulti- ma resistenza del sultanato. Con tre vittorie militari Babur assicurò al dominio della sua famiglia tutta l'India settentrionale, ma poco più di un anno dopo l’ultimo scon- tro, il 26 dicembre 1530, si spense ad Agra chiedendo a Dio di accetta- re la sua vita in cambio della guarigione di suo figlio Humayun, allora mortalmente ammalato. Anche se la sua linea dinastica sopravviveva in terra indiana, Babur non cessò mai di desiderare l’aria fresca e la frutta sugosa della sua patria, in Asia centrale. Humaytn perdette quasi com- pletamente l’impero che il padre gli aveva lasciato in eredità a prezzo di lotte assai aspre. Più interessato all’oppio e all’astrologia che all’eser- cizio del potere, venne infatti sfidato dai fratelli minori e dai generali afghani che avevano combattuto a fianco del padre. Il più potente degli afghani era Sher Khan Suri, che si proclamò sovrano indipendente del Bihar e dopo il 1536 rivendicò anche la supremazia sul Bengala. Hu- mayun cercò di scacciarlo dalla capitale del Bengala, ma rimase intrap- polato dal monsone e abbandonò parte del suo esercito al tempo incle- mente prima ancora di affrontare, nel 1539, la sconfitta da parte delle truppe di Sher Khan, accortamente dispiegate presso Chausa. Dopo Chausa, Sher Khan si incoronò shah e ricacciò Humayin verso occi- dente, infliggendogli un’ulteriore sconfitta a Kanauj nell’aprile del 1540. Il secondo imperatore Moghul venne allora costretto a fuggire at- traverso il Sind in Persia, dove esaurì la sua fortuna cercando l’appog- gio dello Shah Tahmasp nel tentativo di riconquistare Delhi. Per cinque anni Sher Shah Suri governò da Delhi sull’India setten- trionale, riorganizzando il sistema tributario pet assicurare sia una mag- giore giustizia nei confronti dei coltivatori privati, sia un più costante afflusso di risorse monetarie alle casse del tesoro. Il sovrano ridiede vita a ogni aspetto dell’amministrazione interessandosi personalmente di tutte le nomine alle cariche di potere, consolidò l'autorità centrale nelle zone periferiche e tracciò un programma per un più efficiente esercizio del potere imperiale che sarebbe servito a ispirare molte riforme succes- sive. Fu il più abile tra i sultani di origine afghana e sarebbe forse riu- scito a fondare una dinastia di durata pari a quella Moghul se nel maggio del 1545 non fosse stato ucciso:in battaglia. Pur avendo avuto cin- que anni soltanto per consolidare il potere, Sher Shah riuscì a trasmettere il trono al figlio e al nipote; nessuno di loro, però, aveva la sua sag- gezza o la sua energia. L’ultimo dei suoi discendenti yenne ucciso da uno zio nel 1554, lasciando alla vigilia del ritorno di Humayùn in India il trono di Delhî nelle mani di rivali che se lo disputavano. Alla testa di un esercito persiano, il figlio di Babur riconquistò il Panjab, Delhî e Agrà nei primi mesi del 1555. Nel gennaio del 1556, però, prima che