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Riassunto del libro "Il mistero della morte nell'India tradizionale" di G.G. Filippi
Tipologia: Sintesi del corso
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FILIPPI G.G., Il mistero della morte nell’India tradizionale L’approccio degli indiani alla morte non è fatalista come il nostro; al contrario, la vita è condotta con il desiderio di ottenere una “buona morte” che conclusa una vita lunga e piena di soddisfazioni. La morte non è contrapposta alla vita → la morte è un breve momento di uscita dalla attuale condizione d’esistenza e una nascita a un altro tipo di via. Perciò la morte è paragonabile alla nascita piuttosto che alla vita, come in Occidente. Nel corso dei secoli l'atteggiamento degli indiani nei confronti della morte non è cambiato molto; i loro riferimenti sono gli antichi testi sanscriti attraverso la chiave interpretativa dei sacerdoti indù. Il trapasso è visto come un viaggio per raggiungere il cielo degli antenati e questo comporta dei pericoli (attacchi degli stregoni e il rischio di diventare un’anima in pena; un revenant , un vampiro). Infine si arriva al cospetto di Yama, dio degli inferi e da qui inizia una trasmigrazione in nuovi mondi con nascite che si susseguono a rinascite e morti, sempre alla ricerca della Liberazione che consente agli eletti di uscire dal perenne divenire e identificarsi all’Essere, alla divinità suprema. Introduzione La morte è l’unica certezza per ogni essere vivente, eppure l’umanità si trova impreparata davanti a questo avvenimento che dovrebbe essere accettato realisticamente. La divulgazione scientifica tenta di convincere chiunque che la vita può essere prolungata artificialmente fino a rimandare il momento del trapasso, perseguendo ottusamente il mito moderno dell’immortalità corporea. In questo modo la morte viene respinta come qualcosa di indecente da respingere nelle corsie dell’ospedale. Il libro si basa su come la morte e il post-mortem siano concepiti nell’India tradizionale. La morte in India è argomento di pertinenza sacerdotale ed è affrontato con sacro rispetto per quello che è e non per quello che appare mentre in Occidente, dove prevale una cultura laica e profana, la questione morte, insieme ad altre questioni delicate, viene affidata a dilettanti incompetenti. La morte nel pensiero indiano non è la negazione della vita: fa parte di essa come la nascita, le vicende che la precedono, lo sviluppo individuale fino alla maturità, il declino fisico. La morte non è un termine definitivo: molte morti si susseguono, permettendo alla vita di perpetuarsi, sia negli stati postumi, sia attraverso le generazioni future. Ciò permette di superare il limitato orizzonte dell’individuo, per integrarsi, senza dissolversi, nel seno della famiglia, comprese le generazioni degli antenati e quelle dei discendenti. In questo modo si acquista una dimensione dapprima cosmica dei propri destini, poi metacosmica, che spezza la solitudine dell’individuo davanti alla morte, che spaventa gli Occidentali. L'India risulta poco cambiata nel corso dei millenni; la tradizione vedica è ancora vivente e vivida. Sebbene i sacerdoti che si tramandano i saperi siano poche migliaia in tutta l’India, la loro esistenza dà garanzia di continuità e permette la sopravvivenza dell’Induismo tradizionale (il sanathana dharma). Cap 1 concezione generale indiana di essere umano (purusa) e di uomo individuale (manusya) In India, la morte ( mṛtyu ) non si contrappone, come in Occidente alla vita (jīvan) ma alla nascita ( jati) [nascita allo stato umano, a una determinata casta, con un karman già definito ecc]. Più che contrapporsi o correlarsi, morte e nascita tendono a sovrapporsi; apparendo come 2 aspetti di un singolo fenomeno, considerato da 2 differenti prospettive. Ogni qualvolta qualcuno o qualche cosa cambi di stato, avviene la morte della condizione precedente e conseguente nascita a quella successiva [la ruota dell’esistenza]. L’esempio + usato è quello dell’acqua che diventa vapore, se collocata sul fuoco: morte dell’acqua allo stato liquido e rinascita allo stato aeriforme. Il cambiamento di stato è ritualmente connesso col tema del passaggio; la porta attraverso cui avviene il passaggio, può essere vista sia come un’entrata sia come un’uscita. È la coscienza dell’essere a compiere il passaggio attraverso la porta (che permette di attraversare il confine, la soglia, il limen che separa 2 ambienti) che stabilire quale sia la fase di entrata e quella di uscita. Nelle varie concezioni dottrinali elaborate nel corso dei millenni in India, l’utero è considerato come la tomba in cui si è immersi morendo allo stato precedente. Analogamente la tomba, ritualmente usata per i defunti in tenera età, è considerata come un utero in cui il morto viene collocato in posizione embrionale in vista di una successiva rinascita. La sepoltura di una salma è un rito che allude al regressus ad uterum dell’anima del defunto, concezione nota anche per le antiche civiltà culture occidentali. Se il passaggio di morte nascita è un unico fenomeno considerato da 2 punti di osservazione e in successione temporale fra
loro, così non si può dire del binomio inverso (nascita/morte). Questi 2 termini non coincidono, poiché tra di essi si interpone una durata, nel corso della quale, si sviluppa una determinata esistenza vitale. Es. Quando si entra in un tempio indù si passa attraverso la porta di ingresso sotto i segni della morte e della rinascita (kirtimukha), è come se si morisse al mondo esterno per rinascere a una condizione più sacra [la bocca della morte è rappresentata da un mascherone di un mostro a fauci aperte, coloro che attraversano la porta sono divorati dal mostro]. Entrando, ci si trova in un vestibolo che bisogna attraversare per giungere presso un’altra porta, in un’aula sempre più interna e sacra fino al raggiungimento del sanctum. Tutte le porte mostrano sull’architrave e sugli stipiti i segni scolpiti della morte e della rinascita: il visitatore è introdotto al mistero supremo passando per una serie di sale che rappresentano esistenze diverse e successive → la dottrina della trasmigrazione , ovvero della purificazione attraverso nascite successive. Si tratta dell’azione ( karman ) in assenza della quale nessun movimento o cambiamento potrebbe verificarsi. Il divenire ( kāla ) è il principio motorio dell’azione, che obbliga le cose e gli esseri a percorrere le innumerevoli stanze che compongono il tempio dell’universo. [ kāla crea tutte le cose e le distrugge. Procede senza essere fermato, significa tempo, divenire, nero ed è anche un nome del dio Shiva ]. Gli esseri compiono una molteplicità di azioni che li condurrà al limite estremo della loro esistenza in quel mondo. Così facendo, essi sviluppano le proprie particolarità e potenzialità in quell’ambiente definito [ quando le azioni provocate dalle nascite anteriori si esauriscono, allora l'uomo muore - queste sono le facoltà individuali psichiche considerate divinità in quanto, per l'analogia macro cosmo- micro cosmo, gli dei che abitano in tutti i 14 loka (regni) devono essere presenti anche nel corpo]. Es. un bocciolo che manifesta tutte le sue potenzialità di forma, colore o profumo infine appassisce. Un altro punto di vista è considerare un essere che sviluppa determinate particolarità e una volta esaurite accede ad un altro grado di esistenza come un serpente che si libera della vecchia pelle → l'essere che abbandona un’esistenza sarà obbligato a trasferirsi in un dominio diverso, in cui dovrà dispiegare potenzialità caratteristiche di questa nuova condizione. Ogni essere possiede una molteplicità di potenze da sviluppare nel corso di una certa esistenza. Tra un’esistenza e l’altra si stabilisce un rapporto di successione e causalità. L’entrata in un dominio d’esistenza costituisce una manifestazione o nascita e simultaneamente, l’uscita o morte dallo stato precedente. Tutti gli esseri manifestati, senzienti e non, sono limitati da nascita e morte, sebbene questi due concetti possono assumere significati e modalità diverse per ogni categoria a cui essi appartengono. Quando l’essere entra in esistenza è detto bhava e la sua è un’esistenza manifestata. Tutti gli esseri in quanto manifestati, sono limitati da nascita e morte, anche se questi termini assumono valenze diverse a seconda del grado di esistenza a cui essi appartengono: Il mondo dell'uomo è detto ( manusyaloka ) i mondi infraumani ( pātāla, asuraloka ): dimora dei Titani o anti déi ( asura ) i mondi superumani o cieli ( svarga ): dimora degli dei ( deva ). [ svarga è anche usato per definire le regioni in cui gli antenati riposano in attesa della trasmigrazione ]. I patala possono essere considerati come antecedenti al nostro mondo e gli svarga susseguenti. Il mondo umano è il cardine tra la manifestazione asurica e quella divina, come il presente fra passato e futuro. Gli déi e i titani non sono sottoposti ai limiti dell’individualità: la durata della loro esistenza si estende per l'intero ciclo ( kalpa ) in cui si sviluppa il loro mondo. L’uomo, paragonato agli déi e agli asura, è definito mortale anche se nemmeno questi esseri sono immortali o eterni: ciascuno è manifestato nel proprio mondo. Perché, allora, solo gli uomini sono considerati mortali? perché la vita degli esseri supremi è coesistente con la vita dei loro piani di esistenza. Gli umani, invece, hanno una vita breve, compresa tra le due parentesi della nascita e della morte; ma non del loro mondo. La specie umana è costituita da un’infinità di individui che nascono, si riproducono e muoiono in successione continua. Si può pensare che la specie umana, rappresentata da Manu, ovvero il primo uomo, si sviluppa attraverso le innumerevoli individualità della sua progenie, e che conclude il suo ciclo d’esistenza come asura o deva. Il termine jī van indica “vita” come esistenza individuale. Invece i termini nascita e morte ( jati-marana- mṛtyu ) definiscono non solo l’inizio e la fine di un essere individuale, ma anche di un mondo o grado di esistenza: i termini nascita e morte sono + universali della parola vita. Tutti gli individui rimangono latenti
B) gli ovipari uccelli, rettili, anfibi e pesci (vivono al di sopra o al di sotto della terra) B) i germinipari la categoria + bassa in gerarchia e numerosa che comprende composita gli invertebrati, i vegetali e i minerali; nascono per putrefazione o per fermentazione. Se tutti gli esseri sono dotati della coscienza individuale (l’ahamkara che produce dapprima i tanmatra poi la mente e le 10 facoltà e infine i 5 elementi grossolani) non tutti gli esseri sono dotati di tutte le 22 componenti, es: il serpente non ha organi per deambulare e i minerali sembrano sprovvisti di qualsiasi facoltà individuale [differenza fra esseri coscienti e non]. Nonostante ciò, essi sviluppano nel novero delle possibili caratteristiche della specie di cui fanno parte, anche le proprie possibilità, uniche e irripetibili, grazie alle quali si distingue da qualsiasi altro della propria specie. Quando un individuo adempie pienamente alla perfezione del codice biologico, egli svolge la sua parte nell’ordine metacosmico che regola l’universo (dharma). Cap III Gerarchie tra esseri e qualità della natura La Bhagavad Gita (il fondamento della cosmologia Samkhya, uno dei 6 darsana dell’Induismo) è la dottrina molto antica dei 3 attributi (guna) di prakrti, la sostanza universale che manifesta il cosmo. La prakrti prima di manifestare il cosmo, si trovava in equilibrio precario tra 3 tendenze tra loro opposte ( satva : l’attrazione verso il vero, in alto – rajas : il desiderio di espansione e di sviluppo orizzontale e tamas : la caduta verso l’ignoranza in basso). Tutti gli esseri, i mondi e le azioni partecipano al triguna : che descrive la triplice divisione dell’Universo. Infatti, nel mondo dei titani prevale l’ignoranza, nel mondo umano l’energia espansiva mentre nel mondo degli dei, la contemplazione e la pace. Ma anche nell’uomo è possibile riscontrare la presenza dei 3 guna: l’intelletto contemplativo (buddhi) è sattva; la psiche (ahamkara) rappresenta rajas nella sua tendenza all’espansione e il corpo, soggetto a malattia e stanchezza, rappresenta tamas. Il corpo umano, è a sua volta come anch’esso sia tripartito: in grassi e nervi, liquidi organici, muscoli e ossa. Un ulteriore applicazione del triguna si riscontra anche fra gli animali: bipedi- quadrupedi e serpenti e pesci. I 3 guna sono alla base della concezione della trimurti , la triplice divina personalità formata dagli déi Visnu, Brahma e Siva. Visnu conduce i mondi verso il loro giusto fine ed è il dio che manifesta sattva. Brahma dispiega il processo di manifestazione del mondo nel senso dell’espansione e corrisponde a rajas. Siva dio della distruzione e della morte rappresenta tamas (ma anche col principio di trasformazione). Nella Maitrayani Upanisad, risulta che i mondi inferi sono l’oscura radice di tutti gli altri: il cosmo può anche essere visto come un insieme in via di evoluzione. Se nella prospettiva simultanea gli inferi sono in basso e i cieli in alto, nella prospettiva evolutiva gli inferi vengono prima e i cieli dopo. Es: il presente è il momento in atto che separa il passato già esaurito dal futuro ancora potenziale → il manusyaloka è l’unico mondo effettivo tra una lunga serie di mondi passati e popolati da defunti e un’altra indefinita serie di mondi abitati da esseri ancora spermatici → mentre i giganti fanno parte di un passato tenebroso, gli dei sono segno di speranze future. Vi è una terza prospettiva, secondo cui se gli asura e i loro mondi sono defunti per sempre, gli esseri che allora li popolavano sono poi passati al mondo umano per trasformazione e trasmigrazione. Parimenti, all’esaurimento di questo attuale mondo, gli esseri che vi abitano passeranno ai mondi divini → gli asura sono i futuri deva e gli déi sono stati in passato asura. Pertanto entrambe le categorie risultano di fatto uomini (purusa), poiché solo l’uomo è l’essere attuale in via di sviluppo. Quando un essere ha attuato ed esaurito il bagaglio di potenzialità che gli è dato di sviluppare in un determinato mondo, non ha più alcuna necessità di rimanere in quello stesso ambiente e sarà costretto a migrare a un altro mondo per compiere nuove azioni e possibilità. Ne deriva che se un uomo nasce nel mondo che amiamo Manu sia loca cioè dovuto perché spinto dalla necessità di mettere in atto potenzialità e azioni che potrà realizzare solamente con le caratteristiche attuali dell'individualità umana. Lo sviluppo è il mezzo per esaurire le possibilità; ogni realizzazione pertanto segna un passo irrimediabile verso la morte. In India, lo sviluppo di un uomo è segnato da riti chiamati samskara , ossia perfezionamenti → riti di passaggio che seguono le varie fasi di attuazione delle potenzialità individuali. Se tutti gli esseri che vivono nel mondo fruiscono di uno sviluppo analogo, anche se diverso, ne consegue che gli indiani abbiano grande rispetto verso gli altri esseri viventi. Cap. IV Concepimento e vita intrauterina
L’essere umano compare in questo manusyaloka sotto forma seminale, come pinda, presente fino dagli albori nel nostro mondo. Ogni essere è una componente presente fin dall'inizio poiché rappresenta un determinato momento del kalpa (“ciclo cosmico”). L’esistenza dell’essere umano è paragonabile a quella dei semi che passano lunghe stagioni in attesa di svilupparsi in pianta. Durante questo periodo di latenza, che può anche essere molto lungo, il pinda ha la coscienza individuale inviluppata in se stessa: l’ahamkara si trova in una situazione simile a dormire senza sogni; una condizione di inerzia. La coscienza rimarrà incosciente e inattiva fino a quando non si svilupperanno gli indriya così facendo, l’ahamkara realizza sia l’integrità di un singolo individuo sia la manifestazione dell’intero loka circostante: il mondo è manifestato dalla coscienza. Nel pinda si manifesta una tensione verso la manifestazione corporea che si esprime con la ricerca di una matrice dove insediarsi per potersi sviluppare. Quando lo sposo depone il suo seme nel grembo della moglie, il pinda entra nella fase di attuazione: tale evento è consacrato con il dono dell’embrione: il marito, purificato con un’abluzione e vestito di abiti immacolati, recita un mantra di benedizione per il retto sviluppo secondo le leggi dell’ordine cosmico dell’utero a ricevere l’embrione. La sposa, anch’essa purificata, mangia le palline di riso cotto nel latte, anch’esse chiamate pinda: questi dolci simboleggiano il bimbo, ancora seminale che sta per essere concepito. I chicchi di riso rappresentano gli spermi, il burro chiarificato il liquido prostatico mentre il latte anticipa il nutrimento del neonato. Il riso ha 2 caratteristiche in comune con l’uomo: per potere crescere, ha bisogno di essere trapiantato e può essere generato in qualsiasi stagione mentre gli animali e le altre piante nascono a scadenze fisse. (Il sesamo invece rappresenta le anime dei defunti visti come jiva ritornati in latenza). Mangiando i pinda, la donna compie un rito simile allo sraddha che si offre in onore dei defunti durante i primi 10 giorni di lutto. che rappresentano i dieci mesi lunari; il periodo di tempo previsto per la gestazione dell’essere umano. Sia nel caso dei defunti sia in quella dei nascituri, il rito dell’ingestione del cibo significa che il corpo che sta per manifestarsi sarà fatto di cibo. Quae rapporto intercorre tra il pinda, l’individuo che sta per essere concepito e il seme di suo padre? Se il seme di un qualsivoglia vegetale ha bisogno di essere interrato, irrigato e riscaldato dal sole lo stesso avviene per il seme umano che ha bisogno di essere proiettato nel grembo materno, di essere bagnato dal seme paterno e di essere riscaldato dal sangue materno. [Quando il principio vitale jiva entra nel grumo di sperma e sangue, il concepimento ha luogo. L’athman che è onnipresente non entra da nessuna parte poiché è già presente ovunque].
Cap V L’essere umano dalla nascita alla maturità Una volta nati l’organo più importante è la bocca che funge da organo di prensione (facoltà pani, che corrisponde al fuoco), il secondo senso che si manifesta è il tatto (tvac, il cui elemento è l’aria). Al 10° o 12° giorno, il padre, davanti ai brahmana e ai parenti, impone al bambino il nome con cui sarà conosciuto nella società. Sebbene l’occhio sia già aperto alla nascita, la vista non è ancora del tutto sviluppata e il contatto col mondo esterno è delegato all’udito e al tatto; solo al 3° o 4° mese la vista inizia a coordinarsi. Un altro fenomeno che si evidenzia in questa fase è l’apprezzamento del bambino per ciò che gli fa piacere; è l’inizio della libido, che porterà alla capacità di amare e generare. Per festeggiare questo momento, si celebra un rito di grande importanza, che segna l’inizio di un maggiore contatto col mondo terrestre, determinato dall’elemento fuoco: il padre conduce il bambino fuori di casa per fargli vedere il sole. (l’occhio destro è abitato dal dio Indha, il sole mentre il sinistro corrisponde alla luna) →gli indriya sono identificati con gli déi. Così, l’uomo prende contatto col mondo esterno manifestando le sue divine potenze all’esterno. Tra il 6° e l’8° mese si celebra il primo pasto solido, il primo samskara, con l’inizio della dentizione e segna lo sviluppo del senso del gusto oltre ad una minore dipendenza dal corpo materno. Il cibo non è soltanto nutrimento ma anche una componente organica del corpo pertanto il cibo dovrebbe essere puro, nobile e dolce così che queste caratteristiche si fissino nel corpo e nella psiche (es. miele e riso). Verso l’anno e mezzo di età (quando il bambino sgambetta e parla) si esegue il rito della tonsura (purificazione) che viene compiuto nel semestre che va dal solstizio estivo a quello invernale e che segna la fine dell’infanzia. Il barbiere impersonifica il sole: taglia i capelli dell’infanzia come fossero un secondo cordone ombelicale → si sancisce un ulteriore grado di autonomia dalla madre di completezza del corpo con la chiusura della fontanella: ora tutte le potenze psichiche sono collocate nella testa del giovane individuo. Si sviluppa anche il senso dell’odorato che fino all’anno e mezzo è stato praticamente nullo e in seguito si intraprende un corso di perfezionamento delle facoltà appena inaugurate, che corrisponde al periodo educativo: si forano i lobi così da invitare il bambino a udire bene le cose sacre ed è richiesto l’apprendimento dell’alfabeto (5-7 anni). Il fanciullo è poi affidato a un maestro presso il tempio per imparare a leggere, a scrivere e a memorizzare le invocazioni sacre ecc. ma il samskara più importate è l’ upanayana , che scandisce l’entrata nell’adolescenza e si compie dagli 8 ai 13 anni. Tale rito chiude l’infanzia con l’acquisizione della facoltà di riprodurre: il bambino muore in quanto tale e rinasce uomo, con pieno diritto di appartenere a una casta, di accedere alle cose sacre, ai testi e ai riti prima interdetti e di assumersi le proprie responsabilità. L’adolescente tramite rinasce come arya (nobile, il membro delle 3 caste superiori), assumendo come nuovo padre il guru. Solo i rampolli della caste + elevate diventano diventano dvija due volte nati. Chi non appartiene a queste caste o chi non compie l’upanayana pur essendo nobile di nascita rimarrà un eterno bambino, senza poter assumere funzioni e responsabilità sociali → questa è la condizione degli sudra , dediti ai lavori servili. All’upanayana segue lo studio del Veda. La retta pronunzia dei mantra segna la completa maturazione della facoltà di parola (vac). Dopo aver ricevuto l’iniziazione da un guru, il ragazzo va a vivere presso di esso ripagando col servizio (cura del fuoco, elemosina). Egli diventa così “studente di cose sacre”, e osserva la castità per concentrare in sé tutte le potenze. Lo stadio successivo è tornare nella società come uomo ( regressus ad uterum : l’individuo rinasce ma spiritualmente) per poi formare una famiglia e procreare. Quando i figli diventeranno indipendenti, lascerà al primogenito la guida della famiglia per recarsi in romitaggio e prepararsi alla rinuncia ai beni di questo mondo. L’ultimo e supremo stadio è diventare samnyasin (libero da ogni costrizione, privo di ogni possesso, solo e nudo come quando si nasce). Tornando allo studio dei veda, questo periodo è seguito dalla prima rasatura della barba (dono di una vacca) e dal congedo dal maestro che si effettua con un’abluzione completa del corpo, che simboleggia la rinascita del giovane alla vita sociale. Questi due riti vengono compiuti tra i 16 e i 20 anni. Cap VI L’incarnazione dell’essere umano Manu elenca 8 tipi differenti di matrimoni:
sacra del Gange, sementi, erba e sterco come promesse di nuova esistenza. In questo ambiente consacrato da canti e inni l’uomo conclude la sua terrena esistenza attorniato dai parenti. Cap VIII Psicosomatica dell’agonia e i rituali di conforto Il moribondo subisce una complessa modificazione delle sue facoltà: i sensi si i occludono, la mente è impegnata in un riordino dei dati immagazzinati nella memoria a partire dai ricordi più recenti che vengono cancellati. La 1a facoltà che si ritira è l’odorato seguito dalla parola, il gusto e il movimento. Il senso di panico si mescola alla frustrazione per l’impotenza di non poter continuare a vivere. La vista, già indebolita si ritrae: questo è il momento più drammatico, dal momento che la vista è il principale legame dell’uomo con l’ambiente che lo circonda ed è il senso più sviluppato. Il corpo a questo stadio agonico si abbandona; perdita di prensione, tatto e piacere ( kama ). Chi sta attorno al moribondo controlla se respira ancora. Infine, assieme all’udito si arresta anche la facoltà dell’escrezione (analogia neonato-anziano ultima minzione). Ora tutte le facoltà di sensazione e azione si trovano avviluppate nel manas. Il processo di ritrazione degli indryia verso il manas avviene in senso inverso rispetto a quello della loro produzione. Per questo l’anziano rivive tutti gli avvenimenti della sua vita, in senso inverso rispetto all’ordine cronologico. Una volta attuato questo riavvolgimento dei sensi e chiuse le porte col mondo Manas si trova in uno stato di sogno da cui è difficile tornare allo stato di veglia, questa volta però il ritorno è impossibile → il morente entra nel coma irreversibile, privo di attività psichiche; questa fase culmina con l’arresto della respirazione che comporta l’arresto della circolazione dei liquidi corporei. Il cuore si arresta e inizia la putrefazione. Dopo prana , anche tejas si ritrae: il raffreddamento è l’ultima prova di morte e il segno che ahamkara ha definitivamente abbandonato il corpo. I parenti radono il capo del moribondo ad eccezione del codino sacro, si chiama il defunto per nome e gli si passa sulla fronte del burro: se non si scioglie, si ha la prova definitiva del raffreddamento corporeo. Da ora la casa e i familiari sono colpiti da impurità, mentre la salma è dichiarata sacra. L’impurità è motivata dalla crisi causata dal fatto ce il disincarnato non possiede più un corpo e non ne possiede uno nuovo. La famiglia teme inoltre di essere attaccata dagli spiriti malevoli che potrebbero infestare la casa o la spoglia [per questo si traccia attorno alla salma un mandala, cerchio di protezione rituale]. Quindi si abbassano le palpebre per non incrociare lo sguardo del morto e si passa all’ultimo samskara, il sacrificio estremo, il funerale. Cap IX Riti funebri e distruzione del cadavere
legano gli alluci e i pollici tra di loro, si fasciano braccia e gambe con un sudario come fosse una mummia[per impedire che il morto si trasformi in un revenant].Il sudario è di seta bianca come il seme per gli uomini, rossa come il sangue per le donne. Il brahmana officiante con 5 pinda compie il rito del viaggiatore. La salma in epoca vedica veniva portata fuori casa attraverso un’apertura che poi veniva richiusa per impedire il ritorno dello spettro. Il corteo funebre è aperto dal primogenito [se non c’è, sarà il 1° parente uomo a prendere il posto], che porta un tizzone acceso del focolare domestico con cui accendere la pira. Seguono il cadavere e i parenti in ordine decrescente di età... La donne invece rimangono a casa con l’eccezione della vedova. Ripetendo il nome di Rama, il corteo raggiunge il campo di cremazione fuori dalle porte della città e, in genere a sud, verso il regno di Yama. Il viaggio è diviso in 3 parti: ad ogni sosta si ripete si invoca Yama. Quindi si scava la fossa, con dentro il legno della pira seguendo leggi rigorosissime dei sacri testi. Un tempo veniva tolto il bagaglio addominale del morto per liberarlo dalle impurità, ora vuebe fatta solo la rasatura e il taglio delle unghie. Quando la pira è pronta, il cadavere viene immerso nell’acqua sacra fino alle ginocchia per essere purificato, poi sulla pira con la testa a nord e i piedi a Sud. Da questo momento la deambulazione intorno al cadavere è fatta in senso antiorario il sudario può essere sciolto. In base alla casta d’appartenenza avrà in mano un pezzo d’oro, un arco o un gioiello. Il corpo viene coperto di dolci che rappresentano le parti smembrate della vacca. Vengono bruciati anche oggetti di culto, fra cui la stessa vedova (pratica sati ora abolita); ora qusta siede semplicemente dietro al defunto. Il primogenito dopo aver compiuto 5 deambulazioni appicca il fuoco della pira, offrendo il corpo del padre al dio Agni come fosse 1 vittima sacrificale invocando un mantram. I presenti attendono la distruzione del cadavere e se il cranio non dovesse scoppiare viene rotto permettendo l’uscita dell’ultimo prana: questo “rito del cranio” viene compiuto con grande serenità e con la consapevolezza che la spoglia non è più la persona amata. Quando il corpo è stato ben consumato, si spegne quello che resta con dell’acqua, si spargono piante acquatiche e infine si raccolgono i frammenti messi in una piccola giara di terracotta immersa in un corso d’acqua sacro o sepolta sotto l’albero sami simbolo femminile. Le famiglie più abbienti fanno poi mungere 1 mucca per 10 giorni di seguito. Le ceneri umane, confuse con quelle del legname vengono disperse nell’acqua e chi ha presenziato alla cerimonia funebre si deve purificare immergendosi in acqua. I partecipanti infine passano sotto un giogo, l’ultimo a passare è il primogenito, che conclude questo rito innalzando una lode al dio Sole che muore e risorge ogni giorno. Quando il corteo raggiunge l’entrata della casa del defunto, le donne con pianti e lamenti, invocano il nome di Rama. Il corteo si scioglie: tutti si lavano i piedi e purificano, toccano oggetti benedetti e indossano abiti puliti. Ora anche il primogenito può dare sfogo al proprio dolore in privato, con pudore [evitando le lacrime, salate]. Per alcuni giorni la famiglia digiuna, rifiutando i cibi più nobile e puri. Segue un digiuno di 9-13 gg. Come se si fosse abbattuta una sorta di maledizione, si evita la vita sociale e la normalità (pettinarsi, lavarsi...). Durante questi giorni amici e parenti fanno brevi visite di conforto. Il giorno dopo il funerale un brahamana leggerà nella casa del defunto la sezione del Garuda Purana dedicata al viaggio dell’anima del defunto nell’aldilà: ascoltando le avventure che il caro defunto sta affrontando per raggiungere il mondo degli antenati, uomini e donne si consolano, distraggono e appassionano. Cap X La via per diventare antenato Dopo la cremazione, tutti coloro che hanno in comune degli antenati con il defunto ( sapinda ), compiono il rito di purificazione e dell’offerta dell’acqua: coperti di cenere e con il filo sacro, si immergono nelle acque e chiamano il defunto per nome [ a partire da questo momento, il defunto svilupperà una nuova individualità ] rivolti a sud nella direzione del regno dei morti alzano l’acqua in cielo: l’idea è che il defunto sia assetato e non possa bere. Usciti dall’acqua, ci si cambia d’abito, si gettano riso e piselli bolliti e si chiamano i corvi, che rappresentano le anime degli scomparsi: poiché questi non sono in grado di godere delle offerte, trovandosi nella mera condizione di esistenza psichica: tejas [elemento fuoco] dotato delle facoltà di sensazione, di azione ( prana ), della ragione e della coscienza; ma privi degli organi corrispondenti. Così, è necessario che il defunto crei attorno a sé un involucro che sostituisca il corpo grossolano perduto con la morte. I 10 gg che seguono il funerale sono dedicati alla formazione e allo sviluppo di un corpo sottile per mezzo della rituale alimentazione. Ogni gg corrisponde a un mese lunare: gestazione simbolica che termina con una nascita nel mondo degli antenati ciò non riguarda la formazione di un nuovo corpo ma l’adattamento del corpo sottile ( linga sarira ) del trapassato alle nuove condizioni [ la separazione fra anima e corpo è definitiva con la morte ma qui il defunto non ha ancora cessato la vita
Cap XI Altre forme di riti funebri Esistono 3 riti di cremazione in base alla tradizione del fuoco sacro e al tipo di rituale ma la tradizione hindu considera anche altre possibilità per eliminare il cadavere. Ad es. l’inumazione (“terra coprilo come la madre copre il figlioletto”). Accanto a queste 2 usanze, ne sono menzionate altre legate ai 4 elementi (terra, acqua, fuoco e aria). Nel caso dell’aria, il cadavere viene fissato tra i rami di un albero. Acqua: si spezza il cranio e si abbandona il corpo alla corrente, segue un banchetto (in alcuni casi vengono gettati in acqua i bimbi età < 2 anni e i cadaveri degli appestati). Si evita di bruciare il cadavere di un appestato per non offendere gli déi. Di norma, i bambini morti sono inumati ( regressus ad uterum ). [ la morte in tenera età dà la garanzia di una rinascita umana ]. Anche i samnyasin sono sepolti; non si deve confondere l’inumazione dei bambini innocenti con la loro sepoltura dei s. perché costoro sono liberi da ogni rituale in quanto hanno esaurito il proprio karman e la morte corrisponde a una liberazione dall’individualità e a un’identificazione con l’assoluto. La salma dei s. viene collocata in un fossa coperta di terra con 1 ciotola delle elemosine; sopra viene eretto un monumento denominato ( stupa ). Il tempo propizio per la sua costruzione e il n° dei mattoni sono stabiliti con calcoli astrologici, l’erezione avviene di notte accompagnata da musiche e danze sacre. Col passare dei millenni l’uso del fuoco si è generalizzato, fatta eccezione per i samnyasin. Per chi muore lontano da casa o senza che venga trovato il corpo, la famiglia compie il funerale bruciando un fantoccio rappresentato da foglie di darbha. Se il presunto morto torna dopo i riti funebri, è considerato un pisaca portatore di sciagura e si dovranno compiere in suo favore tutti i samskara per “rinascere”. E l’elemento etere? Quando muoiono alcuni santi, la tradizione vuole che la loro spoglia si dissolva direttamente nell’etere. Il santo lascia un oggetto che verrà venerato dai discepoli. In ogni caso, grande cura è riservata alla distruzione del cadavere, al fine di impedire ai revenants di tornare e disturbare i vivi. Infatti, il corpo putrefatto (passaggio da stato solido a liquido e gassoso) rilascia elementi pericolosi e ambiti dagli stregoni. Cap XII Architettura funebre Fra i monumenti funebri indiani vi sono: il giaciglio ( smasana : tomba). Inizialmente, definiva il rito funerario per i sovrani ora indica il campo di cremazione o cimitero. Vi è poi il momento funebre eretto in onore di un santo di casta sacerdotale. In onore di un sovrano si ricorre allo stupa (crocchia di capelli) oppure tumulo si mattoni nel quale inserire l’urna di ceneri o resti ossei. Il cadavere di un santo brahmana viene posto direttamente in 1 fossa della sua statura coperta da mattoni che formano un monumento a 3 gradini che corrispondono a terra, atmosfera e cielo. Questa monumento non è costruito a beneficio dell’anima del defunto ma per devozione dei vivi. L’anima del defunto, conclusi i riti funebri diventa preta e raggiunge in 1 anno il mondo degli antenati ( pitrloka ) → la gestazione di 10 mesi lunari termina con una gravidanza: l’anima da embrione psichico diventa feto e poi pitr. Caso del sovrano, mentre la sua anima attraversa la va degli déi ( devayana ) le sue ceneri conservate nello stupa danno vita al genius loci sotto le forme di 1 re serpente. Col tempo gli stupa sono stati sostituiti con altri monumenti es. chattri per i guerrieri (la loro forma ricorda quella dei carri da battaglia con 4 pali). Queste tombe dedicate a personaggi storici ne tramandano la loro memoria sono poco conformi alla religiosità hindu che dissolve il ricordo della persona defunta (l’auspicio è l’estinzione e la liberazione) tanto che si evita persino di pronunciare il nome del defunto → la famiglia cancella volutamente il ricordo dei defunti da 3 generazioni: il bisnonno si dissolve nell’anonimato dell’ascendenza totemica. Esiste poi la pietra dell’eroe, innalzata nel luogo dove il guerriero è caduto. Viene rappresentato un cavaliere armato di spada, che protegge il villaggio: analogia col dio Revanta. Il naga-kala invece è 1 lastra di pietra conficcata alla base di alberi sacri, riporta l’immagine di un cobra (simbolo di fecondità ma anche del mondo dei defunti). Per il loro potere fecondante le donne sterili ne sono devote. Un ultimo monumento funebre è la lapide eretta in memoria di 1 donna di casta guerriera bruciata viva sulla pira del marito. La moglie salendo sul rogo sale direttamente al cielo degli eroi e potrà trasmigrare in un corpo maschile. In generale, in India i monumenti funebri sono rari e spesso non contengono resti umani Cap XIII Il viaggio postumo
La credenza indiana vuole che il defunto sia immediatamente convocato al cospetto di Yama (re dell’oltretomba), al fine di controllare che non ci siano stati disguidi. Gli yamaduta sono coloro che portano vie le anime di chi ha esaurito il soffio vitale ma questi possono confondersi e portare via l’anima sbagliata (es. errore di omonimia). In caso di morte apparente il defunto può essere rispedito da Yama nella sua dimora e continuare a vivere per il tempo che gli è concesso. L’Upanisad afferma che quando un uomo sta morendo vi è un inviluppo degli 11 indriya e quando l’atman (che risiede nel cuore) esce il prana lo segue (soffio vitale). [il termine usato per “caduta del corpo” è dehanta: fine del corpo piuttosto che mrtyu : scomparsa anche dei corpi sottili dell’essere] Per gli indiani l’individualità è molteplice (non è duale anima e corpo come per l’Occidente): composta da elementi che provengono dall’ambiente esterno (acqua e parte terrosa) tenuti insieme dall’anima ( jivatman ). Quando inizia il processo di decomposizione il corpo subisce una liquefazione e una gassificazione; anche i residui psichici subiscono la medesima scomposizione. I riti funebri sono dedicati in gran parte alla neutralizzazione dei bhuta : spettri o fuochi fatui. Questi possono essere tenuti lontani con i mandala ma meglio con i riti funebri (difesa vs i revenants ). Se un uomo è stato saggio e giusto, lascierà dietro sé un bhuta poco maligno, al contrario il b. sarà aggressivo. Comunque sia, sono destinati a dissolversi. Anche animali e piante posso essere infestati dai bhuta. Déjà vu: in un momento di stanchezza o distrazione è per un breve istante posseduto. Rapporto nonno-nipote: è come se un unico seme si trasmettesse di generazione in generazione mentre il corrispettivo femminile è dato dal cordone ombelicale: la prima donna ne è priva. Cap XIV Nel regno della morte L’anima del defunto è strappata dagli yamaduta : pisaca che ronzano intorno alle salme nel tentativo di nutrirsi dei loro pinda. Al 13° gg dalla dipartita, il defunto intraprende il viaggio verso il regno di Yama (sud), un viaggio faticoso il cui inizio è sorvegliato dai cani di Yama. Ad ogni sosta, l’anima è sottoposta a differenti torture ma con i pinda offerti dai parenti ritrova le forze per continuare. Passata l’ultima città, l’anima giunge presso le rive del lurido fiume Vaitarani, dove si scaricano le colpe; per attraversarlo bisogna offrire all’equivalente di Caronte 1 vacca e i doni rituali compiuti durante tutta la vita umana. Passata sull’altra riva l’anima passa per altre città per 1 anno per poi arrivare a Yamanagara, e assumere un corpo composto dall’essenza dei meriti [ il destino dei singoli dipende dalle differenze karmiche mentre le differenze castali sono abolite dalla morte]. Al centro di questa città vi è il palazzo di Yama; Y è seduto in trono, affiancato da Kala e Mrtyu e circordato dagli spettri delle malattie. L’anima viene spedita al tribunale, dove si recano le anime condannate alle dimore delle malattie: gli inferni ( naraka: sono 7, sotterranei, uno sotto l’altro). Riguardo al preta delle persone virtuose, dopo il 13° gg dalla dipartita salgono direttamente su carri volanti luminosi e giungono al cospetto del + benigno Yama. Il viaggio è un piacevole trasferimento al deva loka dove i pitr sono beati. Per analogia con i naraka , i deva sono uno sopra l’altro. La loro gioia però è imperfetta; perchè possono vedere sotto di sé i naraka. Anche l’inferno è reso penoso dal fatto che i dannati, guardando in alto hanno la visione delle beatitudini a cui non hanno accesso (attitudine antischematica tipica del mito indiano). In questa prospettiva si mantiene la tripartizione cosmica ( guna ). Le anime rimangono nei diversi settori del pitr loka per un periodo estremamente lungo (che può protrarsi fino alla dissoluzione di 1 kalpa : un ciclo cosmico, un gg di Brahma; limite invalicabile dei vivi e morti), per poi trasmigrare in una nuova condizione di esistenza. I dannati si rimanifesteranno come oggetti, piante, animali o uomini deformi o intoccabili; chi ha esaurito le proprie colpe e acquisito virtù potrà manifestarsi come essere umano (4 caste); le anime beate rinasceranno deva. Cap XV Il post mortem degli iniziati e le vie verso la liberazione Le anime come s’è detto, si recano nel regno di Yama per essere inviate, dopo il giudizio, verso i cieli della salvezza o gli inferni. Qui rimangono fino alla fine del mondo in cui avevano vissuto, per poi trasmigrare nel prossimo mondo. Cosa succede invece all’élite che ha ricevuto l’iniziazione sadhana? Gli iniziati a differenza dei profani , abbandonano ogni legame con la propria individualità per far affiorare lo spirito, il Sé