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Questo documento tratta i temi della motivazione del figlio nella scuola, l'importanza dell'approvazione dei genitori, la disciplina e l'empatia nel processo educativo. Il pedagogista Bruno Bettelheim esplora le ragioni dietro il rendimento scolastico scadente e il ruolo della disciplina e delle punizioni nel rapporto tra genitori e figli.
Tipologia: Sintesi del corso
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Il fine dell’educazione è quello di dare a nostro figlio gli strumenti per capire chi vuole essere e quindi di diventare una persona contenta di sé e della propria vita. Nostro figlio dovrebbe poter essere in grado di fare nella vita ciò che per lui è importante, di creare rapporti soddisfacenti e imparare a sopportare le tensioni che la vita gli darà. Sotto questo punto di vista i genitori rappresentano non solo i maestri più influenti, ma coloro per mezzo dei quali lui si orienta nel mondo. Li osserva per capire cosa fanno e come lo fanno e con quali sentimenti. Quindi i genitori gli indicano chi essere e come esserlo.
Il fattore decisivo è come un genitore si muove in una certa situazione. Per un genitore è impossibile, sul momento, giudicare quali eventi saranno gli eventi decisivi per un bambino.
Un genitore passabile è quello le cui azioni, reazioni, approvazioni e disapprovazioni sono temperate da una rispettosa considerazione per il modo in cui il bambino percepisce le cose. Cerca di integrare i due punti di vista (quello proprio e quello del bambino) e di agire in base a questa integrazione, accettando il fatto che il bambino invece non è in grado di fare questa integrazione.
E’ praticamente impossibile mantenere questa integrazione quando siamo di fronte a un evento che provoca forti emozioni. Quando il figlio si comporta in modo inaccettabile i genitori intelligenti cercano di farlo ragionare. Però è facile vincere una discussione con un bambino, data la maggiore abilità dialettica e di ragionamento di un adulto. Inoltre i genitori, finché il bambino è piccolo, possono farsi ubbidire, ma questo non significa che effettivamente l’abbiano convinto. E’ facile che il bambino si senta infelice per la prevaricazione subita. Inoltre tutti noi, quando non possiamo fare come avremmo voluto, pensiamo che se avessimo agito di testa nostra avremmo ottenuto dei risultati migliori.
Questo non significa che si debba sempre farli agire come vorrebbero, ma bisogna ascoltarli. Per un bambino essere preso sul serio è un'esperienza gratificante e questo tipo di soddisfazione può essere una compensazione per aver dovuto modificare il proprio comportamento. Se vogliamo che nostro figlio prenda sul serio qualcosa, dovremo tener conto del significato che quella cosa ha per lui.
Esempio 1: Mamma e bambino al supermercato. Il bambino si perde e dà la colpa alla mamma. La madre capisce l’angoscia del figlio, ma sapendo che erano entrambi nel supermercato probabilmente non risponde adeguatamente all’entità dell’angoscia. Per un adulto è come perdersi nel fitto di una giungla. Quindi il bambino prima si angoscia perché si è perso e dopo si angoscia perché non è capito dalla mamma
Esempio 2: Il bambino lascia cadere un oggetto che si rompe. Se non si risponde in modo adeguato all’evento, il bambino si angoscerà prima per averci dato un dispiacere, poi per la paura della nostra collera e poi per il senso di inferiorità (perché sa che il genitore non
Oppure ancora Emma potrebbe aver pensato che i genitori dedicassero più attenzione alla cultura che a lei.
Tutti i bambini a volte pensano che ai genitori interessino di più le loro cose che non loro. Solo quando un bambino è sicuro dell’approvazione dei genitori può sopportare una loro critica. Altrimenti una critica può essere molto dannosa, può distruggere la sicurezza in sé o provocare l’odio e il rifiuto per i valori dei genitori e la ribellione verso di loro e verso i loro desideri.
Emma forse era gelosa delle loro letture perché voleva essere lei la cosa più importante per i propri genitori.
Un altro ostacolo si ha quando il genitore è convinto i esprimere un forte coinvolgimento emotivo nei confronti del figlio, mentre il figlio ha la percezione al genitore non importi nulla di lui. Ad esempio quando il genitore attribuisce molta importanza alla riuscita scolastica e reagisce malissimo a qualunque insuccesso del figlio. Nostro figlio può arrivare a pensare che a noi interessino solo i suoi voti e non lui come persona. (Un po’ come quando noi abbiamo l’impressione che sul lavoro sia importante solo la nostra produttività e non la passione con cui svolgiamo le nostre mansioni, né quanto siamo felici sul posto di lavoro)
Oppure può succedere che un bambino si senta sempre sconfitto dai genitori e la scuola sia l’unico modo in cui riesce a dar loro battaglia.
O ancora può succedere che un bambino voglia, tramite il fallimento scolastico, dimostrare che è lui a decidere se andare bene a scuola o no, è lui a decidere quali sono le cose importanti per lui e non è un burattino in mano ai genitori. Il bisogno di indipendenza non viene in ogni caso soddisfatto assillando il bambino affinché studi. L’accettazione del suo bisogno di autoaffermazione può aiutarlo a trovare metodi meno autodistruttivi per affermare se stesso.
I bambini si esasperano nel vedere che non riescono a fare una cosa, soprattutto se sono consapevoli del fatto che quella determinata cosa è molto importante per i loro genitori, quindi accadrà che diranno che non vogliono fare quella determinata cosa. D’altronde è l’unico modo in cui riescono a spiegarselo.
Bisogna stare attenti a non perdere la pazienza quando intuiamo che lo scarso profitto a scuola è un atto di ribellione nei nostri confronti, ma piuttosto cercare di capire, smettere di assillare il figlio affinché studi di più e fare di tutti per alleviare la sensazione angosciosa che al genitore interessi più il rendimenti scolastico del figlio che il figlio stesso. Quasi automaticamente avviene anche un mutamento nell’atteggiamento del genitore e questo permette al figlio di prendere coscienza delle proprie motivazioni. Il bisogno inconscio di ribellarsi è la causa più frequente e bisogna togliere la sua carica esplosiva, perché questo può portare a comportamenti devianti.
Peggio ancora è la fobia scolare. Può avere cause diverse, la più frequente delle quali è la voglia di non diventare grande e di non perdere il legame con i genitori, soprattutto con la madre. Spesso ci sono anche sintomi psico somatici (come il vomito o il mal di testa)
Esempio: Una bambina che era stata obbligata ad andare a scuola nonostante le suppliche era diventata anoressica. La fobia della scuola aveva riattivato dei conflitti con la madre che era ricorsa all’alimentazione forzata per il rifiuto della figlia, che di conseguenza aveva smesso di mangiare. La malattia diventa un modo per non andare più a scuola e per ricevere più attenzioni.
In molti casi, assicurare al bambino che, una volta guarito, non dovrà andare a scuola e quindi garantirgli un periodo di studio privato a casa, permette al bambino di mettersi in condizioni di voler tornare a scuola autonomamente.
Esempio: Questa cosa non sempre funziona. Una bambina era stata molto voluta dai genitori a seguito della morte della prima figlia, all'età di tredici anni. La bambina era consapevole di questa cosa e per lei la scuola scandiva il tempo della sua crescita verso i fatidici tredici anni, età in cui, dovendo essere l’esatta copia della sorella morte, anche lei sarebbe morta. Ci volle un lungo periodo di psicanalisi per farle capire che lei era una persona diversa dalla sorella morta.
Tutti i tentativi dei genitori per far andare a scuola i figli vengono interpretati dai bambini come la conferma che effettivamente questi vogliano staccarsi da loro. E’ indispensabile che i genitori convincano i bambini che, qualunque cosa accada, essi non smetteranno mai di amarlo e che quindi non è necessario ricorrere a metodi così drastici.
Una volta accettata l’idea che ciò che ha spinto nostro figlio a creare la situazione di stallo sia stata l’estrema importanza che abbiamo noi per lui, gran parte dell’irritazione scomparirà
In genere i bambini non sono in grado di dirci perché si comportano in un certo modo, soprattutto se le motivazioni sono inconsce. Allora bisogna provare a mettersi nei loro panni.
Esempio: Una mamma si era rivolta all’autore del libro perché esasperata dal comportamento del figlio di tre o quattro anni. Durante una gita, il bambino si era rifiutato di attraversare la strada. La madre chiese come avrebbe dovuto comportarsi. L’autore gli chiese cosa avrebbe indotto lei ad avere lo stesso comportamento. Così subito lei rispose che se avesse assistito a un incidente stradale avrebbe avuto una reazione simile. Subito capì che il bambino doveva sentirsi terrorizzato da qualcosa, probabilmente anche per la madre stessa, perché vedeva un pericolo. Le tornò in mente che da bambina aveva paura di perdersi e a niente servivano le rassicurazioni dei suoi genitori.
La paura dell’abbandono è molto comune nei bambini e le rassicurazioni razionali dei genitori non servono a niente contro le paure irrazionali, contro il terrore.
va). Ed è molto esasperante per i bambini sentirsi dire che sono stanchi quando invece non si sentono stanchi.
Il modo migliore per convincere i bambini che noi pensiamo che le loro opinioni siano importanti è domandargliele. Sentirsi interrogati sulle loro idee circa le motivazioni dei genitori per molti bambini sarebbe un’esperienza nuova, che però ha senso solo se il bambino si sente di poter dire ciò che realmente pensa.
Empatia: capacità di proiettare la propria personalità nell’oggetto contemplato e di comprenderlo appieno in tal modo.
L’empatia è molto importante affinché un adulto possa comprendere un bambino e implica che si consideri l'altro nostro pari riguardo ai sentimenti e alle emozioni che ci muovono tutti, adulti e bambini. Avere una reazione empatica significa cercare di metterci nei panni dell’altro, così che i nostri sentimenti ci facciano intuire sia le sue emozioni che le sue motivazioni. Significa comprendere l’altro dall’interno, non dall’esterno. Quando si instaura un rapporto di empatia si prova direttamente quello che prova l’altro.
Non possiamo aspettarci che i nostri figli ci dicano quello che provano nell’intimo, soprattutto perché spesso questi processi sono inconsci e quindi non possono proprio dircelo. Per comprendere cosa li muove dobbiamo ricorrere all’empatia.
Esempio: la psicoanalista infantile Olden riporta il caso di un bambino di otto anni che aveva scritto in un racconto <<Mia mamma è una figlia di…, mio padre è un figlio di…, la mia analista è schifosa e orrenda>>. Sapendo che l’analista non avrebbe reagito come normalmente gli adulti fanno, aveva chiesto che alla lettura del racconto assistesse un altro adulto. Alla fine della lettura del racconto aveva detto in modo provocatorio <<E’ un bel racconto, vero?>>, ma l’adulta che aveva assistito aveva risposto <<E’ un racconto molto triste>>. Il bambino era rimasto spiazzato e aveva chiesto il perché di tanta tristezza. L’adult aveva risposto che solo una persona che non si ama può vedere solo il male negli altri. Il bambino, sentendosi compreso nei suoi sentimenti più profondi e vedendoli accettati con simpatia anziché con rifiuto, fu capace di compiere un cambiamento nel modo di vedere se stesso e il mondo.
A volte è inutile chiedere il perché delle reazioni ai bambini. Si rischia che davvero non sappiano risponderci e che provino un senso di inadeguatezza per la loro mancata risposta e risentimento nei nostri confronti, che abbiamo chiesto loro di fare una cosa che non sono capaci di fare. E a nostra volta noi rischiamo di arrabbiarci con loro, convinti che non ci vogliano dire le motivazioni dei loro gesti.
Se ci sforziamo di vedere le cose dal punto di vista di nostro figlio, e gli offriamo consigli facendogli capire che il nostro modo di pensare coincide almeno in parte con il suo, è più probabile che lui sia propenso a dirci liberamente quello che in mente. Ma quando siamo il collera, qualcosa nel modo in cui esigiamo le sue spiegazioni gli dà l’impressione che nutriamo delle riserve sulle due idee. Molto bambini esprimono le loro idee con timore che possano essere trovate carenti (è l’altra faccia della medaglia del bisogno di approvazione). Quello che più lo preoccupa è il sentirsi inadeguato. Con una preoccupazione del genere, è difficile essere sinceri sui propri pensieri. In questo caso <
Il più delle volte in realtà <
Se vogliamo che nostro figlio ci dica la verità, dobbiamo comunicargli in tutti i modi, anche con il tono di voce, che prenderemo per buona la sua risposta. A quel punto allora, anche se avremo delle obiezioni da fare (che è possibile), gliele potremo fare e lui non si sentirà sconfitto anche se non gli faranno piacere. Si è pronti a fare qualunque sacrificio per guadagnarci il rispetto delle persone che per noi sono importanti. E’ più difficile fare dei sacrifici quando ci sentiamo costretti da persone della cui buona volontà dubitiamo.
E’ molto meglio non interrogare mai un bambino sulle sue ragioni, perché solo il fatto che gliele stiamo chiedendo, gli fa intuire le disapproviamo il suo gesto. Infatti non gli chiederemmo perché si è tanto impegnato a prendere dei bei voti a scuola o perché abbia riordinato la sua stanza! Delle cose positive non chiediamo mai conto! Un <<perché?>> implica una disapprovazione.
Quando chiediamo a nostro figlio perché ha picchiato un compagno, lui risponderà che ha cominciato lui, che l’ha provocato, anche se l’altro bambino non è stato il primo ad alzare le mani. Molti genitori reagiranno rimproverando il bambino che non bisogna lasciarsi provocare. E il bambino penserà <<La mia sincerità è stata ricompensata sentendomi dire che ho torto!>>. E ogni volta impara che la conseguenza della sincerità è il rimprovero dalla persona che per lui è più importante.
In realtà dire <
conte che la sua ammirazione per il capobanda ha delle motivazioni sbagliate, ma il bisogno di legarsi a qualcuno che ammira supera la ragione.
L’autodisciplina non si conquista facilmente. E’ un processo lento e quasi invisibile perché ha bisogno di un numero infinito di esempi non eclatanti. E’ molto più forte l'impatto emotivo che si ha quando il genitore perde il controllo. Infatti in quei casi si hanno più evidenti risultati a breve termine, ma sul lungo termine non si hanno benefici.
Avendo dimenticato quanto è difficile conquistare l’autodisciplina, noi genitori tendiamo ad essere impazienti con i nostri figli non la imparano subito. Che ci obbediscano o meno, i nostri figli reagiranno di più alla propria percezione del nostro carattere che ai nostri comandi. Ci imitano e interiorizzano i nostri valori, non solo quelli che professiamo, ma anche quelli di cui non siamo consapevoli e che però influenzano il nostro modo di agire.
Da una ricerca condotto in Svezia nel 1973 è emerso che i genitori capaci di autodisciplina, che mettono in pratica i valori in cui credono, quasi non hanno bisogno di richiamare i figli. Al contrario, i genitori che richiamano i figli all’autodisciplina ma non si dimostrano capaci di autocontrollo non sortiscono nessun effetto. Questa ricerca ha anche sottolineato come il ceto sociale o la condizione economica non avessero un’influenza statisticamente rilevante sul comportamento giovanile. I genitori che erano riusciti a educare figli responsabili e ben adattati erano a loro volta persone responsabili, rette e capaci di autodisciplina. Erano anche disposti a farsi mettere in discussione dai figli e non avevano bisogno di imporre i propri valori perché avevano fiducia nel fatto che i figli sarebbero comunque diventati persone decenti. Questi ragazzi, quando esposti a compagnie devianti, dimostrano di aver interiorizzato i valori famigliari ed esperienze delinquenziali o di assunzioni di droga rimangono episodi isolati, a riprova del fatto che si tratta solo di mera curiosità o di una temporanea sperimentazione. Era come se la delinquenza non li interessasse. Al contrario quando si fece in modo che i giovani delinquenti frequentassero esclusivamente coetanei “per bene” non si ottennero miglioramenti significativi.
I ragazzi sbandati non venivano sempre da famiglie “disorganizzate”, piuttosto provenivano da contesti in cui vivevano un conflitto di valori tra ciò che i genitori professavano e come si comportavano, e cercavano di inculcare nei figli i valori che professavano con la forza o con le punizioni.
Esempio: un bambino di otto anni disse al padre <<So perché lavori tanto! Per darmi l’esempio>>. Il padre non ci aveva mai pensato, ani si augurava che il figlio riuscisse a prendere le cose con più leggerezza. Ma per il bambino era comunque evidente l’esempio del padre e questo ebbe modo di riflettersi anche nella sua vita adulta.
L’influenza nella vita dei bambini è più potente quando i genitori agiscono in modo spontaneo, senza preoccuparsi di fare effetto. Ogni volta che un genitori predica principi che non mette in pratica, la lezione cade nel vuoto. I bambini hanno bisogno di modelli più che di critici. Il genitore che ha rispetto per se stesso non ha bisogno di puntellare il figlio
esigendo il suo rispetto. Essendo sicuro di sé non penserà che la sua autorità venga messa in discussione nemmeno se il figli qualche volta gli mancherà di rispetto. La pretesa di essere rispettato rivela al bambino la propria insicurezza. E anche il bambino modificherà la sua condotta quando da solo si renderà conto che tali cambiamenti lo conducono a ottenere il rispetto di sé.
Quando gli aspetti della sua vita vengono regolamentati da altri, il bambino non sentirà la necessità di imparare a controllarsi, perché altri lo fanno per lui. Le punizioni ci insegneranno solo l'obbedienza all’autorità e non un autocontrollo che accresca il rispetto per noi stessi.
I genitori in Giappone: rispettano i tempi dei figli, non mettono loro fretta. Esempi visti dall’autore in Giappone: Una madre giapponese non dice al figlio di togliersi le scarpe prima di entrare in una casa. Aspetta finché il bambino non lo farà da solo. Tuttalpiù fa un cenno, ma senza dire niente. Una madre giapponese che va a prendere il figlio a scuola si siede e aspetta (dando tra l’altro una dimostrazione di autocontrollo) che il figlio venga da lei, al massimo lo chiama a bassa voce, il lasciare l’asilo potrebbe anche richiedere un’ora, ma alla fine andranno via entrambi di buon umore. Una madre giapponese non dice “su, mangia!”, dice “cosa penserà il contadino che ha raccolto questi ortaggi per te? cosa penseranno queste carote che sono cresciute per te?”, insegnandogli il rispetto per il sentimento degli altri. Comportarsi bene con gli altri, avere rispetto per i loro sentimenti e le loro emozioni accresce il rispetto per sé. Allo stesso modo sentirci chiedere di ragionare autonomamente e di agire in base alle nostre conclusioni accresce il rispetto per noi stessi. (Infatti i bambini giapponesi vanno anche meglio a scuola). L’autodisciplina si fonda sul rispetto che ci fa provare per noi stessi.
Il genitore che ha fretta (come spesso accade) non ha tempo di insegnare l’autodisciplina, ha tempo solo per imporla. L’autocontrollo però si impara con tempi lunghi e molta pazienza.
Dietro tutto lo spronare però non c’è solo la fretta, ma anche l’intima convinzione che non si sprona il bambino a fare qualcosa, il bambino in autonomia non lo farà. Le madri giapponesi invece hanno dietro la loro pazienza la convinzione che alla fine il bambino prenderà la decisione giusta. “I miei genitori non sbagliano” pensa un bambino, quindi se i genitori sono convinti che il bambino non sia capace di prendere la decisione giusta da solo, non ne sarà capace nemmeno lui stesso.
Noi non possiamo sapere con quali tratti della nostra personalità nostro figlio si indentificherà. Infatti, anche se i genitori auspicabilmente non lo vogliono, spesso i figli di alcolizzati tendono a diventare alcolizzati o a sposare alcolizzati. Possiamo solo cercare di essere il più possibile coerenti con noi stessi e sperare che i tratti che noi riteniamo più desiderabili siano dominanti nel nostro carattere.
I castighi spesso trattengono i bambini dal fare quello che non dovrebbero ma non insegnano l’autodisciplina.
Possiamo chiamare “coscienza morale” quella che ci induce a comportarci bene perché altrimenti verremo puniti? L’unico deterrente su cui si possa contare è l’idea che si ha di sé (ciò che quindi i genitori dovrebbero avere come meta è l’insegnamento del rispetto di sé) e quello che più conta è il sentirsi a posto con sé stessi.
Con i bambini urlare non serve a molto perché capiranno che quella non è la voce della ragione ma delle emozioni e i bambini questo lo percepiscono.
Poiché i bambini pensano sempre di agire nel bene e noi non riusciamo a capirli perché troppo lontano nella memoria il momento della nostra vita in cui non potevamo fare delle cose che desideravamo molto, dobbiamo fare uno sforzo di empatia per capire cosa provano davanti a un divieto. Es. Limiti di velocità/ parcheggio = caramella proibita del bambino.
Dire a nostro figlio: anche se quello che hai fatto è sbagliato so che mentre lo facevi pensavi che fosse giusto crea un ponte comunicativo e accresce il suo rispetto di sé e il suo amore per noi, altrimenti lui diventerà sempre più ostile nei nostri confronti e perderà gradualmente il rispetto in sé stesso.
Il furto è sconvolgente perché siamo spaventati all’idea che nostro figlio possa diventare una persona disonesta. Quindi i genitori hanno paura di ciò che potrebbe accadere e reagiscono con maggiore enfasi perché proiettano il furto del figlio nel futuro, ma il bambino non capisce perché non pensa di diventare un ladro. D’altra parte non trattare con serietà un furto del proprio figlio può portare a conseguenze molto gravi perché si rischia che continuerà a farlo magari in larga scala, quindi è importante sapere ciò che fa il proprio figlio. Però è importante che, per essere efficace, l’intervento dei genitori sia commisurato al fatto in sé e non alle previsioni che ci suggerisce per il futuro. Un buon modo di intervenire potrebbe essere accompagnarlo a riportare l’oggetto. E’ più efficace che veda il nostro imbarazzo e il nostro dolore mentre riportiamo insieme a lui l’oggetto, piuttosto che una punizione. Nei criminali le punizioni mostrano di non essere efficaci.
Un altro aspetto su cui è importante riflettere è quanto noi induciamo in tentazione il bambino che non può soddisfare i propri desideri ma ci vede continuamente farlo.
Es. L’autore ruba degli spiccioli di un ospite a casa dei propri genitori e poi tormentato dal rimorso rimette il denaro al proprio posto. Si scopre poi odiare l’ospite perché lasciando gli
spiccioli alla sua portata lo ha indotto in tentazione. Tentazione a cui lui non ha saputo resistere dimostrando a sé stesso di non essere onesto.
Altra cosa molto importante è relazione con la persona a cui un bambino ruba. Spesso nella relazione si trovano le ragioni di tale furto.
Es. se ruba al fratello. Cosa possono fare i genitori? Mostrare ai bambini che ci interessa di più di lui che dell’oggetto in sé. Inoltre capire che il bambino possa avere un’idea diversa dalla nostra di proprietà privata e sul valore delle monete. Bisognerebbe quindi distinguere tra un furto in casa e uno fuori casa. Bisognerebbe anche chiarire che tutto quello che c’è in casa è disponibile (entro alcuni limiti ) di ciascuno, ma che lui non deve prendere nulla di nascosto. Dovremmo preoccuparci se il bambino, dopo un furto, non sa perché lo ha fatto o non riesce a smettere di farlo.
Ma allora i bambini non vanno mai puniti? Noi, guardando indietro non pensiamo che certi castighi siano stati utili? Pare di sì,ma non dimentichiamo però che della punizione si rimuovono le sensazioni negative e si ricordano solo quelle positive a punizione terminata. Punire i figli non è mai consigliabile. E’ vero che un castigo può far sembrare un sollievo a entrambi ( figlio e genitore). Il genitore ha scaricato la collera e il figlio pensa di aver aver pagato ciò che doveva e quindi può smettere di sentirsi in colpa. Ma è questo il modo per rendere un figlio un adulto responsabile?
Perché i bambini reagiscono sempre male alle punizioni? In primo luogo perché intacca la propria sicurezza perché un bambino smette di vedere nel genitore qualcuno che lo protegge e gli dà tenerezza. In secondo luogo perché fa parte della natura umana provare del risentimento per chi detiene il potere di punirci. Se il bambino capisse che il genitore agisce con l’intento di fare bene non reagirebbe in questa maniera. Es: Nel sistema giuridico ci sono molti passaggi e persone che garantiscano il rispetto dell’imputato invece noi, quando puniamo i nostri figli decidiamo le regole, siamo avvocati, giudici e addirittura infliggiamo la pena. E allora? Il genitore dovrebbe far capire il proprio dispiacere al bambino che, come ogni buon discepolo, dovrebbe voler essere amato e protetto dal genitore e somigliare a lui. Il genitore dovrebbe inoltre non affrettarsi a dire anche che il proprio amore nei suoi confronti non conosce limiti, perché risulterebbe difficile da credere agli occhi del bambino. Anche il bambino non ci ama in maniera illimitata quindi saprebbe riconoscere una bugia in questa frase.
Noi tutti ci rendiamo conto di aver fatto nostre le qualità positive dei nostri genitori, mentre non siamo consapevoli di aver interiorizzato e di esserci identificati anche con degli aspetti negativi. Ce ne accorgiamo di solito quando ci sorprendiamo a sgridare nostro figlio. Invece quando parliamo loro amorevolmente non ci sentiamo di usare le stesse espressioni dei nostri genitori. Questo perché non essendoci ragione di rimuovere le caratteristiche positive, non sono state incapsulate nell’inconscio, ma le abbiamo fatte nostre e pertanto hanno subito delle modificazioni. Le caratteristiche negative invece sono rimaste immutate nell’inconscio. (Questo accade maggiormente tra genitori e figli dello stesso sesso, cioè una madre che sgrida la figlia si ritroverà a pensare “sono come mia madre”).
Se approfittiamo dell’occasione, potremo anche risolvere dei conflitti infantili mai risolti. Ci apparirà chiaro che, quando l’ostilità si manifesta, è soltanto il rovescio della medaglia dell’amore. Ci renderemo conto che anche noi da bambini abbiamo avuto momenti di ostilità, eppure siamo diventati adulti decenti e rispettosi della legge, quindi avremo fiducia anche la stessa cosa ha buona probabilità di accadere ai nostri figli.
Una rimozione troppo rigida dei sentimenti negativi verso i genitori è che può interferire anche con la manifestazione dei sentimenti positivi.
Grazie all’introspezione potremmo anche arrivare a capire che nemmeno noi siamo immuni da sentimenti negativi verso i nostri figli. Anzi, negare che questo avvenga è molto dannoso.
Una delle cause principali dei brutti sogni nei bambini piccoli è è l’azione del loro embrionale Super-io che li punisce per le loro tendenze “inaccettabili” o “peccaminose” (impulsi sessuali, desiderio di ribellioni, desiderio di eliminare un genitore o un fratellino). Rendercene conto ci aiuta a trattare i brutti sogni dei nostri figli con rispetto e attenzione. E se riusciremo a comprendere i nostri incubi infantili (benché molto spesso se abbiano solo vaghi ricordi), avremo in mano uno strumento per aiutare i nostri figli a padroneggiare i loro, saremo inoltre in grado di trattarlo con empatia e questo aggiunge profondità e significato al nostro rapporto con lui.. Il fatto di aver rimosso i nostri incubi notturni ci fa pensare di aver rimosso i desideri e le paure infantili, in realtà spesso è il risultato del desiderio di non sapere quello che significavano e che il terrore provato ha lasciato in noi qualche residuo.
I bambini avvertono subito le ragioni per cui i genitori fanno qualcosa per loro o con loro. (per piacere o per dovere ?). Quando leggiamo una storia a nostro figlio, viviamo due esperienze diverse, ma se ci poniamo anche noi in relazione con la storia che leggiamo, allora possiamo dire di condividere davvero con nostro figlio quella esperienza.
Esempio: l’autore racconta di una sua lettrice che le aveva scritto raccontandole di aver ricordato che da bambina voleva che le leggessero sempre la storia La famiglia Robinson. Aveva realizzato che con quella storia cercava consolazione per la sua felice situazione familiare. Infatti i suoi genitori la lasciavano per dei lunghi periodi da dei parenti che lei
odiava per andare in viaggio. Chiedendo di leggere questa storia, voleva comunicare a tutti la propria infelicità e il proprio desiderio di stare con i propri genitori. Questo le aveva dato una nuova prospettiva sulla sua infanzia: quello che prima vedeva come uno svago, ora le appariva come un atto intelligente e finalizzato al fine di modificare la situazione. Inoltre, una volta capito che per i bambini richiedere sempre la stessa storia è un modo per comunicare un messaggio ai genitori, per lei stessa leggere storie a suo figlio divenne un’esperienza più arricchente, perché si rendeva conto che suo figlio voleva renderla partecipe di qualcosa.
Con gli opportuni adattamenti, questo vale per molti altri aspetti del rapporto genitori-figli. Esplorare da adulti le esperienze infantili può essere arricchente per noi, per nostro figlio e per il nostro rapporto.
Non ci vuole molto un bambino per capire se il suo gioco è gradito al genitore perché lo lascia libero di sbrigare le sue faccende senza sentirsi in colpa se non si occupa di lui. Già questo sminuisce l’importanza del gioco agli occhi del bambino e compromette la funzione del gioco nello sviluppo dell’intelligenza e della personalità.
Per i bambini non conta tanto quello che diciamo, piuttosto quello che facciamo! Se un bambino richiama l’attenzione del genitore perché vuole che questi vada a vedere la sua costruzione e il genitore risponde <<Dopo, Ora ho da fare>>, questo comunicherà al bambino che il genitore non considera le sue attività altrettanto importanti delle sue. Molti genitori tendono a pensare che il fatto che il bambino non ripeta la richiesta significhi che il bambino si sia dimenticato o che non fosse importante. In realtà spesso il bambino recepisce quel <
Le cose sono diverse quando si presenta una situazione d’emergenza. Infatti capita che dei bambini, intelligentemente, per testare fino a che punto possono fare affidamento sui genitori, simulino situazioni di emergenza. La cosa funziona solo le prime volte, dopodiché il genitore si irrita. Ma è proprio vero che nostro figlio si approfitta di noi? Davvero sono situazioni di emergenza solo quelle che noi consideriamo tali? O lo è anche il bisogno di un bambino di rassicurarsi che è importante ai nostri occhi? Basta essere tolleranti con lui nei suoi appelli di emergenza quando ha bisogno di convincersi che siamo pronti a lasciare tutto per andare da lui. Via via che crescono chiaramente non è ragionevole che pretendano che una persona molli tutto per accorrere da loro. Però, se sono immersi in un gioco e noi li chiamiamo per venire a tavola, e loro ci rispondono <<Dopo. Ora ho da fare>>, noi li sgridiamo e imponiamo che vengano subito! Così confermiamo loro l’idea che le loro preoccupazioni sono meno importanti delle nostre.
Quando i bambini ci chiedono <<Mi insegni come si fa?>> dobbiamo stare attenti a non perderci nei particolari tecnici, ma insegnare loro le cose gradualmente, a modo loro e secondo i loro ritmi.
Dobbiamo sempre ricordare che i bambini prendono le nostre critiche come rivolte alla loro persona. Nelle loro fantasie i bambini sono convinti di fare le cose come la mamma e il papà, ma queste fantasie sono lontane dalla realtà. Loro non se ne rendono conto, ma noi sì e dobbiamo sempre tenerlo a mente.
Ci sono sempre situazioni ludiche in cui non è possibile apprezzare completamente il gioco del bambino. Per esempio non troveremo particolarmente edificante rovesciare decine di volte delle biglie in una bottiglia, a differenza di quanto farà un bambino di tre anni. Ma d’altronde possiamo osservare che anche molti sport sono ripetitivi e, nonostante questo li apprezziamo. In queste situazioni la distanza tra genitori e figli può essere colmata solo dall’apprezzamento dei genitori dell’importanza che i giochi hanno per i figli e dalla gioia che proviene dal piacere che i bambini provano nel giocare.
Quanto è maggiore il coinvolgimento emotivo dei genitori nel gioco, tanto saranno più importanti benefici per il bambino e per i loro rapporti reciproci.
Ogni madre ricorda di aver giocato con tanto piacere con le proprie bambole, ma quasi nessuna gioca con la propria figlia con le bambole. Se una madre si mettesse a giocare in modo rilassato con la figlia, rimarrebbe affascinata dalle storie che la bambina inventa e magari le affiorerebbero alla memoria alcune delle storie che inventava lei da bambina. Scoprirebbe cose nuove su sua figlia.
Per un bambino è vitale condividere le sue esperienze con un adulto capace di ricordare i propri vissuti infantili riguardo allo stesso gioco.
I genitori non riflettono mai sul perché la TV sia così ipnotizzante. Lo è perché soddisfa il desiderio di sfuggire alla solitudine e di sentirsi in contatto se non altro con dei personaggi fittizi che passano sullo schermo. Qualunque bambino preferirebbe di gran lunga interagire con delle persone vere, ma un rifiuto li può portare alla televisione. Gli adulti che sono cresciuti senza la televisione ricordano di non essersi mai annoiati. Probabilmente insistevano di più con genitori e fratelli per giocare e alla fine riuscivano a soddisfare il loro bisogno. Oggi i bambini, dopo il rifiuto, si rivolgono alla TV.
Perché giocare con altri bambini non è la stessa cosa per un bambino che giocare con i propri genitori? PErché nessuno è più importante di loro. Il bambino piccolo non può fare a meno di cercare l’approvazione dei genitori perché nulla come la loro approvazione ne rinsalda l’autostima. E nulla può gettarli nella disperazione come il loro disinteresse. Solo il coinvolgimento dei genitori nei giochi può farglieli apparire importanti, se no rimangono davvero “roba da bambini”.
Ai bambini piace rovistare nei cassetti e nelle borse, ma nessuna borsa è più affascinante di quella della loro mamma. Deve essere davvero molto importante se la mamma la porta sempre con sé! Inoltre, anche se non ne sono coscienti, la psicoanalisi ha mostrato come dietro a questo interesse dei bambini per la borsa della mamma si nasconde la curiosità sessuale (a livello proprio del bambino, non nel senso che potrebbe dargli un adulto). A livello inconscio l’attrazione per la borsa della mamma si ricollega alla curiosità per ciò che può nascondersi all’interno della sua vagina. I bambini sanno oscuramente che loro stessi sono stati trovati lì. Chissà quali altri misteri possono esservi racchiusi.
Accordando la nostra tacita approvazione alle esplorazioni dei bambini nella borsa e nei cassetti, implicitamente lo rassicuriamo anche del fatto che la loro curiosità sessuale sia lecita. Disapprovare questi comportamenti, strappandogli la borsa, ha l’effetto di inibire la sessualità. A poco varranno i tentativi di dire loro che il sesso è una cosa normale se lo facciamo sentire in colpa rispetto alle sue attuali esplorazioni sessuali.