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Letteratura Italiana Contemporanea, Carlo Emilio Gadda, Appunti di Letteratura Italiana

Letteratura Italiana Contemporanea, Carlo Emilio Gadda: La Cognizione del dolore L'Adalgisa (ultimi 3 racconti)

Tipologia: Appunti

2021/2022

Caricato il 09/08/2022

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CARLO EMILIO GADDA
Gadda è uno scrittore molto peculiare. È diversissimo dagli altri scrittori italiani. Simili a lui sono
solo Proust, Joyce, Celine. Gadda non assomiglia neanche agli scrittori che arriveranno dopo di lui
e che sono definiti i “nipotini di Gadda” (Manganelli, Alberto Arbasino, Mastronardi…).
CALVINO E GADDA
Gadda e Calvino sono 2 scrittori saggisti, non solo perché scrivono dei saggi, ma anche perché nel
loro tipo di romanzo (o non romanzo) il modo del saggio, cioè la discussione, la disamina (storica,
etica, teorica), è fondamentale. È l’eredità del grande romanzo di fine Ottocento- primo
Novecento (Musil, Proust, Joyce, sono i grandi scrittori europei che rinnovano il romanzo, e per
certi versi lo frammentano; essi sono tutti anche saggisti, e nei loro romanzi argomentano,
teorizzano, non si limitano a narrare).
Il titolo di questo corso, La combinazione e il caos, Calvino e Gadda, indica la differenza
fondamentale tra i 2 scrittori trattati. La combinazione è la forma mentale dell’ultimo Calvino,
mentre Gadda è scrittore del caos, del disordine, del groviglio, del garbuglio, dello gnommero
(citando Calvino). A Gadda tutto appare un groviglio di relazioni nelle quali vorrebbe mettere
ordine col suo discorso ma che in realtà gli sfuggono completamente (perché tutto è in relazione
con tutto e questo implica il caos, l’entropia più totale).
Nel 1958 esce per Garzanti “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” ed ebbe un grandissimo
successo. Tutt’oggi tutti gli italiani lo conoscono almeno di nome, sebbene magari pochi lo abbiano
letto.
Nel 1963 esce per Einaudi “La Cognizione del dolore”, ottenendo un grande successo. Sarebbe
meglio dire che ne esce una versione, perché la vicenda editoriale di questo romanzo è molto
complicata. Il romanzo era già uscito a puntate su una rivista prima della guerra.
Nel 1963 Calvino è già un importantissimo editor della casa editrice Einaudi e uno scrittore
affermato (in quell’anno pubblica La giornata di uno scrutatore e ha già pubblicato La trilogia dei
nostri antenati). Tra il ’55 e il ’63 Einaudi lavora per far uscire La cognizione del dolore. Gadda,
infatti, con i suoi editori ha rapporti difficilissimi (fra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60
Einaudi e Garzanti si scontrano per ottenere l’esclusiva su Gadda, che non vuole). Calvino, dunque,
conosce molto bene Gadda e non ne pensava benissimo, ne ammirava la capacità virtuosistica, ma
lo guardava con distanza e diffidenza. La distanza da Gadda è evidente anche dalle sue
pubblicazioni:
Nel 1955 Calvino pubblica un saggio intitolato “Il midollo del leone”, che prende le distanze
dall’uso del dialetto in letteratura in quel momento. Calvino è infatti scrittore del nitore
linguistico (come Primo Levi). Prende quindi le distanze sia da Pasolini (romanzi ambientati
nelle borgate) che da Gadda. Il dialetto, infatti, è una delle componenti linguistiche dominanti
della sua scrittura. Non lo usa per ragioni mimetico-realistiche, non vuole rappresentare la
realtà, è un dialetto usato in senso addirittura straniato, che invade quasi tutto, addirittura il
titolo, che è in capo all’autore, non ai personaggi (Quer pasticciaccio brutto de via Merulana).
Nel 1960 Calvino pubblica un altro saggio intitolato “Il mare dell’oggettività”. Il mare
dell’oggettività è ai suoi occhi il mondo come appare oggi a noi. Siamo nell’Italia del boom
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CARLO EMILIO GADDA

Gadda è uno scrittore molto peculiare. È diversissimo dagli altri scrittori italiani. Simili a lui sono solo Proust, Joyce, Celine. Gadda non assomiglia neanche agli scrittori che arriveranno dopo di lui e che sono definiti i “nipotini di Gadda” (Manganelli, Alberto Arbasino, Mastronardi…). CALVINO E GADDA Gadda e Calvino sono 2 scrittori saggisti, non solo perché scrivono dei saggi, ma anche perché nel loro tipo di romanzo (o non romanzo) il modo del saggio, cioè la discussione, la disamina (storica, etica, teorica), è fondamentale. È l’eredità del grande romanzo di fine Ottocento- primo Novecento (Musil, Proust, Joyce, sono i grandi scrittori europei che rinnovano il romanzo, e per certi versi lo frammentano; essi sono tutti anche saggisti, e nei loro romanzi argomentano, teorizzano, non si limitano a narrare). Il titolo di questo corso, La combinazione e il caos, Calvino e Gadda, indica la differenza fondamentale tra i 2 scrittori trattati. La combinazione è la forma mentale dell’ultimo Calvino, mentre Gadda è scrittore del caos, del disordine, del groviglio, del garbuglio, dello gnommero (citando Calvino). A Gadda tutto appare un groviglio di relazioni nelle quali vorrebbe mettere ordine col suo discorso ma che in realtà gli sfuggono completamente (perché tutto è in relazione con tutto e questo implica il caos, l’entropia più totale). Nel 1958 esce per Garzanti “ Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ” ed ebbe un grandissimo successo. Tutt’oggi tutti gli italiani lo conoscono almeno di nome, sebbene magari pochi lo abbiano letto. Nel 1963 esce per Einaudi “ La Cognizione del dolore ”, ottenendo un grande successo. Sarebbe meglio dire che ne esce una versione, perché la vicenda editoriale di questo romanzo è molto complicata. Il romanzo era già uscito a puntate su una rivista prima della guerra. Nel 1963 Calvino è già un importantissimo editor della casa editrice Einaudi e uno scrittore affermato (in quell’anno pubblica La giornata di uno scrutatore e ha già pubblicato La trilogia dei nostri antenati ). Tra il ’55 e il ’63 Einaudi lavora per far uscire La cognizione del dolore. Gadda, infatti, con i suoi editori ha rapporti difficilissimi (fra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’ Einaudi e Garzanti si scontrano per ottenere l’esclusiva su Gadda, che non vuole). Calvino, dunque, conosce molto bene Gadda e non ne pensava benissimo, ne ammirava la capacità virtuosistica, ma lo guardava con distanza e diffidenza. La distanza da Gadda è evidente anche dalle sue pubblicazioni: Nel 1955 Calvino pubblica un saggio intitolato “ Il midollo del leone ”, che prende le distanze dall’uso del dialetto in letteratura in quel momento. Calvino è infatti scrittore del nitore linguistico (come Primo Levi). Prende quindi le distanze sia da Pasolini (romanzi ambientati nelle borgate) che da Gadda. Il dialetto, infatti, è una delle componenti linguistiche dominanti della sua scrittura. Non lo usa per ragioni mimetico-realistiche, non vuole rappresentare la realtà, è un dialetto usato in senso addirittura straniato, che invade quasi tutto, addirittura il titolo, che è in capo all’autore, non ai personaggi ( Quer pasticciaccio brutto de via Merulana ). Nel 1960 Calvino pubblica un altro saggio intitolato “ Il mare dell’oggettività”. Il mare dell’oggettività è ai suoi occhi il mondo come appare oggi a noi. Siamo nell’Italia del boom

economico, investita diffusamente dalla rivoluzione industriale (quando fino a pochi anni prima era semi-preindustriale) e dal consumismo. Il mare dell’oggettività è la scrittura di quegli anni che vuole mimare il disordine del mondo, rappresentandolo con il disordine sulla pagina (poeti della neoavanguardia, come Sanguinetti; Gadda). Calvino non parla mai male di Gadda, lo cita sempre come un qualcosa di pregevole e ricercato, pur prendendone le distanze. Del 1959 è il saggio “ Tre correnti del romanzo italiano d’oggi ”, in cui Calvino parla esplicitamente di Quer pasticciaccio brutto de via Merulana , uscito l’anno prima. Calvino scrive: Carlo Emilio Gadda rappresenta nella letteratura italiana quasi direi l’unica punta d’avanguardia nella ricerca formale. Per Calvino non è un pregio enorme, ma riconosce che è l’unico scrittore di romanzi che ha una tendenza sperimentale. Segue: Il linguaggio di Gadda è la Babele, o meglio la stratificazione, di tutti i linguaggi: dialetti (milanese e romanesco soprattutto), linguaggio dell’antica tradizione letteraria, formule burocratiche, con mille modulazioni e riflessioni che paiono i virtuosismi d’un grande musicista e gli scatti d’insofferenza d’un nevrastenico. Secondo Calvino non è questa la strada da seguire. Il quinto capitolo delle Lezioni americane (1985, Gadda è già morto) si intitola “ Molteplicità ” e lo inizia con una citazione dal Pasticciaccio (vedi tua copia L.A.). LA BIOGRAFIA Gadda nasce a Milano nel 1893 in una famiglia benestante (ramo più povero e meno potente di una famiglia molto importante). Il padre è un piccolo imprenditore che tende sempre a fallire. Abbastanza anziano, quando muore la prima moglie aspetta che la figlia abbia 18 e poi risposa un’insegnante molto severa di origine ungherese da cui ha altri 3 figli (Emilio, Clara, Enrico). Il padre costruisce una casa in campagna, abbastanza semplice, come a voler giocare a fare il contadino. Lo fa a Longone al Segrino (=Lukones), un paesino della Brianza vicino ad Erba (=El Prado). Questa casa è il teatro de La cognizione del dolore , costruita dal padre di Gonzalo. Sia nel romanzo che nella vita il padre diventa oggetto di insulti per questa decisione di edificare la casa. Gadda voleva intraprendere studi umanistici, ma la madre lo avvia agli studi di ingegneria (Gadda racconta che la madre voleva che anche la loro famiglia fosse all’altezza di certi parenti anche nella Cognizione c’è una forte critica nei confronti di un certo modello educativo). Gadda ha indicato alcuni momenti della sua vita personale come importanti. Da una ventina d’anni a questa parte gli studiosi di letteratura contemporanea parlano di alcuni tipi di testo come di autofiction (ES: Gomorra), cioè l’autore finge di tenere un diario, di raccontare la sua vita… e il lettore non sa mai bene dov’è il confine tra invenzione e rappresentazione della realtà. In realtà, gli scrittori fanno da sempre autofiction: lo fanno quando scrivono le loro lettere, i loro diari, quando parlano della loro vita nelle interviste. Questo non perché quanto viene scritto o raccontato sia falso, ma perché è sempre tutto interpretato allo scopo di giustificare quello che scrivono. Questo vale anche per Gadda. Il protagonista de La Cognizione del Dolore , Gonzalo Pirobutirro d’Eltino, è un alter ego di Gadda; sua madre rappresenta la madre di Gadda. Anche la casa ha le forme della casa in cui la famiglia passava le estati. Un episodio importante della sua vita sono le radiose giornate di maggio del 1915. In Europa era già in corso la Prima Guerra Mondiale. 11 mesi prima l’uccisione a Sarajevo dell’erede al trono austriaco aveva prodotto una concatenazione di eventi rapidissimi che avevano portato le grandi

scrittore, è un laboratorio di scrittura, sebbene sia molto giovane. In prigionia scrive il suo primo ufficiale racconto, Una passeggiata autunnale , e qualche appunto di un’idea di romanzo che non scriverà mai. Gadda è un borghese (fa parte del ramo meno ricco e potente di una importante famiglia lombarda), non un socialista (non simpatizza per il popolo, anzi lo disprezza). Viene preso un po’ in giro dai suoi compagni, è molto timido con degli scatti improvvisi di rabbia e invettiva. È contento di essere in guerra, che considera come la Quarta Guerra d’Indipendenza, ed è stimatissimo dai suoi superiori, che lui non stima a sua volta (indisciplinati, non si preoccupano dei soldati), così come non ama i suoi soldati. È in generale convinto che l’esercito italiano faccia schifo. Nel suo diario registra tutto questo: l’inadempienza, l’incapacità e la mancanza di organizzazione della classe dirigente italiana. ESTRATTO DAL DIARIO: “Che porca rabbia, che porchi italiani.  Egli è lo scrittore dell’invettiva Quand’è che i miei luridi compatrioti di tutte le classi, di tutti i ceti, impareranno a tener ordinato il proprio tavolino da lavoro? A non ammonticchiarvi le carte d’ufficio insieme alle lettere della mantenuta, insieme al cestino della merenda, insieme al ritratto della propria nipotina, insieme al giornale, insieme all’ultimo romanzo, all’orario delle ferrovie, alle ricevute del calzolaio, alla carta per pulirsi il culo, al cappello sgocciolante, alle forbici delle unghie, al portafogli privato, al calendario fantasia? L’uso dell’enumerazione è tipico di Gadda. Questo è un esempio di enumerazione caotica, un procedimento ironico, già usato anche in passato, in cui si elencano un gran numero di cose che non stanno bene insieme. Qui si vede anche la rabbia intellettuale che Gadda prova per quello che risulta ai suoi occhi dislogico. Il senso dell’ordine è per Gadda una fissazione nevrotica. Impiego del catalogo a scopo polemico. Quand’è che questa razza di maiali, di porci, di esseri capaci soltanto di abbruttire il mondo col disordine e con la prolissità dei loro atti sconclusionati, proverà alle attitudini dell’ideatore e del costruttore (a ideare e costruire cose, per farlo devi avere ordine intellettuale, devi sapere esattamente cosa fare) , sarà capace di dare al seguito delle proprie azioni un legame logico? Da questo estratto si vede come lui durante la sua permanenza nell’esercito soffre il disordine e la disorganizzazione, oggettivi. Importante è la battaglia di Caporetto del 24 ottobre 1917. L’Italia è in guerra da più di due anni e combatte con l’Austria. In estate l’Italia vince una battaglia sull’Isonzo e va avanti di più di 10 chilometri. Gli austriaci si spaventano, chiamano i tedeschi e a Caporetto sferrano un attacco durissimo a seguito del quale il fronte italiano viene completamente distrutto, tanto che gli italiani sono costretti a scappare (Rotta di Caporetto). L’esercito va indietro di più di 100 chilometri. La disfatta di Caporetto è la prova concreta che l’esercito italiano, anche ai piani più alti, è assolutamente incapace. Gadda non vede questa tragedia nazionale perché il 25 ottobre viene fatto prigioniero con i soldati della sua pattuglia (più di 40000 fra morti e prigionieri). Egli finisce nel campo di concentramento Cellelager, vicino ad Hannover. Gadda è fortunato perché non finisce in Austria (non c’era cibo né per i civili né per i militari, sarebbe morto) ma in Germania e perché è un ufficiale, quindi viene trattato un po’ meglio. In generale, nessuno voleva far morire i prigionieri: questo accadeva per la fame, per le epidemie (tifo, spagnola, ultima grande pandemia prima del covid). Si trova nella baracca 15C con altri due scrittori, di una certa fama nel loro tempo, Ventura Tecchi (romanzi) e Ugo Betti (poesie e teatro). Essi, soprattutto il primo, avranno una certa importanza

per tutta la sua vita. Sono persone molto più di lui introdotte nell’ambiente letterario: noi, col senno di poi, notiamo che Gadda è marginale, perché la sua formazione non è quella di uno scrittore di professione. I prigionieri vengono rilasciati dopo la fine della guerra, nel gennaio del 1919. Quando torna a casa scopre che il fratello Enrico (più giovane di lui, ma anche più attraente e benvoluto di più persino dalla madre) è morto in guerra (guidava un aereo e si è schiantato). Questo trauma accompagnerà Gadda in tutta la sua vita e riemergerà spessissimo nella sua scrittura, anche in La cognizione del dolore (primo capitolo della seconda parte del romanzo). Lui lo racconta come uno dei dolori più spaventosi della sua vita (teoria freudiana del lutto: il lutto, da intendersi non come dolore ma come senso di colpa, fa male alle persone che covano un inconscio desiderio di morte e di odio nei confronti della persona che muore). Nell’inconscio egli si sente responsabile della morte del ragazzo, quell’odio che lui provava per il fratello poiché era il “preferito” scatena alla sua morte qualcosa che lui non supererà mai. Quando viene pubblicato il suo diario, in copertina viene messa un’immagine sulla Prima Guerra Mondiale che in Gadda provoca una crisi isterica; scrive a un amico che gli sembra che dica “io ho ucciso mio fratello”. Egli arriva a scrivere, in un’appendice del suo diario, che da quel momento la sua gioventù è finita e la sua morte è già avvenuta. Per tutta la vita parlerà di una giovinezza mai avuta e di una morte morale e spirituale avvenuta quando era molto giovane. Gadda ha di sé l’immagine della morte. Finisce il suo percorso di studi una volta tornato dalla guerra (gli ex soldati avevano agevolazioni) e fino al 1940 farà per professione l’ingegnere e per diletto lo scrittore (una delle ragioni della sua peculiarità di scrittore: si vede che è un ingegnere senza formazione umanistica, la sua passione per la scienza emerge). Nel 1924 va a lavorare in Argentina (motivo dell’ambientazione pseudo- sudamericana della Cognizione ), per allontanarsi dalla famiglia, poi lavora in giro per il mondo: Francia, Germania, Belgio, a Roma… In questi anni inizia ad appassionarsi alla filosofia (evidente nella sua scrittura; alla fine della Cognizione viene citato un pezzo di un dialogo di Platone su “le leggi della perfetta città” che però non si capisce quale sia, forse se l’è inventato) e per studiarla si scrive all’odierna Università di Milano. La sua tesi di laurea è un commento a un libro di Leibniz ( Nuovi saggi sull'intelletto umano , a loro volta un commento a un’opera di Locke), ma non la porta a termine e non si laureerà mai (il fatto che sia una persona che lascia le cose incompiute si vede nella sua scrittura). Egli non ha davvero una mente filosofica. Per lui la filosofia è una miniera di modi di dire, di frasi, di concetti che può usare nelle sue opere. Gadda percorre nei suoi scritti tutti i registri (usa il linguaggio scientifico, quello filosofico, quello giuridico, quello quotidiano del popolo, quello della tradizione letteraria). Nel 1924 prova a scrivere per la prima volta un romanzo (in prigionia scrive gli appunti per Retica , che non scriverà) per un concorso letterario per romanzi inediti di scrittori sconosciuti; il vincitore viene pubblicato dalla Mondadori (casa editrice di D’Annunzio, vicina al fascismo in quel periodo). Vorrebbe intitolarlo Racconto italiano di ignoto del Novecento (da noi chiamato Cahier d'études , quaderno di studi). Neanche questa volta riesce a portare a termine l’impresa, perché, anche se non anagraficamente (31 anni), è un giovane scrittore, non ha pubblicato niente se non qualche recensione in giornali irrilevanti. Ne scrive dei pezzi, da cui si può desumere la storia (pubblicati postumi, nel 1974). Oltre alla parte romanzata scrive anche molti appunti dove parla di come si fa

risultante della indigenza, della bassezza, della ignavia politica (pubblica), della cieca ignoranza, della paura d’una razza e dell’avidità e dell’orgoglio d’un’altra. A Gadda interessa la rappresentazione del mondo di Manzoni (la società: contadini, i prelati, i potenti contro gli umili). La mescolanza degli apporti storici e teoretici più disparati, di cui si plasmò e si plasma tuttavia il nostro bizzarro e imprevedibile vivere, egli ne avvertì le deviazioni contaminantisi in un’espressione grottesca. Qui lui vede se stesso in Manzoni. Volle poi che il suo dire fosse quello che veramente ognun dice, ogni nato della sua molteplice terra e non la trombazza roca d’un idioma impossibile che nessuno parla, non solo, e sarebbe il male minore, ma che nessuno pensa né parlando a sé o al suo amico, né alla sua ragazza, né a Dio. Egli volle parlare da uomo agli uomini, come a lor modo parlarono tutti quelli che ebbero qualcosa di non cretino da raccontare. Gadda in Manzoni vede 2 cose (non è comunque un buon critico, perché negli scrittori di cui parla proietta se stesso): 1) la mescolanza di ogni forma del dire, perché nella vita abbiamo tante cose ed esperienze diverse (ogni contesto ha i suoi registri linguistici, e Gadda li vuole provare tutti perché questo gli dà il significato del mondo; la scrittura deve partorire il mondo); 2) il fatto che volle utilizzare la lingua di tutti i giorni (Gadda non arriva a capire che Manzoni costruisce una neolingua); per Gadda la letteratura del suo tempo è artefatta (ovviamente non vuole usare solo la lingua comune, che secondo lui demistifica un po’ le astrazioni liriche della letteratura). Nel 1928 scrive un corposo saggio di filosofia, intitolato “Meditazione milanese”. È uno scritto molto importante che resta inedito fino alla sua morte. È semi-incompiuto: lo completa, poi inizia una riscrittura, per dare una stesura migliore, che si ferma al terzo capitolo. È una riflessione sulle forme base della conoscenza (Come conosce il soggetto? Come si struttura la conoscenza?), sulla gnoseologia prima. Dopo questo momento abbandona la filosofia (capisce di non avere la capacità di fare filosofia), che resta come uno degli elementi di costruzione del discorso da romanziere. Questo libro ci aiuta a capire Gadda come scrittore. Nel 1929 scrive “La meccanica” , un tentativo di romanzo abbastanza avanzato, inedito fino al

  1. È ambientato negli anni della Prima Guerra Mondiale, a Milano. Tratta in maniera comica e grottesca la questione degli imboscati, ovvero i disertori. In questo caso l’imboscato è un borghese, aiutato in questo dalla famiglia, con la passione per la meccanica. In questo romanzo ci sono già i 2 elementi di base della sua scrittura: 1) una vicenda ottocentesca come impianto (grande fatto di cronaca/grandi situazioni sentimentali): Il romanzo termina con il marito di Zoraide che, tornato dal fronte, la trova a letto con il ragazzo e con uno sbocco di sangue muore idea di romanzo tra Zola e Balzac (Gadda si definirà ironicamente come l’infimo zoluzzo di Lombardia ); 2)presenza insistita di commenti del narratore nella narrazione romanzo alla Stern, quindi ironico, scherzoso, dove il narratore continuamente commenta quello che succede. ESTRATTO da un breve scritto del 1925 pubblicato postumo e intitolato “Abbozzi di temi per tesi di laurea” : Anche qui deve tenersi presente una osservazione importantissima, anzi essenziale: ciò che noi chiamiamo usualmente “fatto” (es: di cronaca) è in realtà, sempre, ... un complesso, somma di fatti, situazione risultante di fatti elementari coevi. non c’è mai il fatto unico. Non dovremmo ingenuamente cercare il fatto antinomico del fatto A in un fatto A1 parimenti complesso, cioè situato su uno stesso piano nel paesaggio della nostra coscienza. Potrà darsi in qualche caso che i fatti polari dei fatti elementari di A siano tutti collocati nei fatti elementari di A1.  Ogni vicenda

che noi vediamo è un aggregato di fenomeni che l’hanno prodotta, che sono le sue cause molteplici; il fatto interessa perché da esso si tirano fuori tutti gli elementi che lo aggregano e li studio uno per uno. Anche questo spiega in parte perché la sua pagina è così apparentemente caotica: il suo progetto riuscito meno è quello di disaggregare ogni vicenda che vede per cercare un po’ di capire da dove arrivano tutti quelli che fanno parte di quella vicenda e narrarli uno per uno. Questo comporta un problema di prospettive, di geometrie del discorso, perché il discorso scritto è verticale. Se io comincio a raccontare i fatti di cui questa storia è composta creo una prospettiva orizzontale (ES: se deve descrivere un paesaggio comincia sempre dai pezzi, e questo produce effetti di entropia, non riusciamo mai ad avere la visione totalecome inizio dei Promessi Sposi ). Inizialmente non gli riesce, anche per questo lascia tanto incompiuto. Nel 1931 pubblica il suo primo libro [partecipa alle spese di stampa] e diventa uno scrittore di professione. Comincia anche a diventare uno scrittore noto. È una raccolta di racconti/racconti- saggio intitolata “La madonna dei filosofi”’ , dal titolo dell’ultimo racconto. Ha un discreto successo tra i critici, che lo considerano un libro un po’ involuto, difficile da capire. Nel 1934 esce il secondo libro “Il castello di Udine” , più riuscito. Anche questa è una raccolta di prose. Il testo più ricordato è “Impossibilità di un diario di guerra” (perché sono eventi ancora troppo luttuosi e terribili). Gadda non avrà mai una famiglia o una casa propria (solo dopo la Seconda Guerra Mondiale avrà una casa a Roma; vive per tantissimi anni in stanze in affitto). Alcuni sospettano che sia omosessuale, aveva solo amici maschi. Era una persona che viveva in estrema solitudine. Aveva anche paura che la gente cercasse di farlo sposare. Fra il 1932 e il 1936 scrive due racconti “L’incendio di via Keplero” e “San Giorgio in casa Brocchi” , che saranno molto famosi. Sono i racconti di uno scrittore ormai esperto che tende al grottesco, all’irrisione della realtà, con momenti lirici (ci sono delle parti quasi in metro). Saranno pubblicati anni dopo, dopo la guerra, nella raccolta “Novelle dal ducato in fiamme” (1953). Il ducato qui è la “terra del duce”, devastata dalla guerra. Per capire Gadda è importante il suo rapporto col fascismo, che non è lineare. Inizialmente simpatizza per il fascismo. Dopo la Prima Guerra Mondiale nelle piazze e nelle fabbriche iniziano grandi movimenti di massa di lavoratori, con tentativi di costruzione di soviet (consigli dove decidono i lavoratori e non i padroni). A questo si affiancano gli squadroni fascisti, che picchiano. Nel 1922 si verifica la marcia su Roma. Il re gli fa entrare; l’Italia decide che il fascismo è il metodo giusto per disciplinare i lavoratori che protestano per condizioni migliori. Nel suo diario Gadda scrive “ho visto correre un gruppo di camicie nere e ho pensato che loro sono la bellezza, la giovinezza, l’Italia migliore, mentre io sono la rappresentazione di un’Italia disfatta e infelice”. Questo commento rende evidente come la borghesia fosse terrorizzata dal fatto che i lavoratori potessero ottenere più diritti. ESTRATTO da “Abbozzi di temi per tesi di laurea” : …Il fenomeno fascismo non sorse dal nulla, ma rispose ad una tensione polare e il suo termine antinomico è, con parola passata nell’uso, chiamato sovversivismo. I fascisti nascono perché ci sono i sovversivi.

mandato da Einaudi, va a casa di Gadda e lo estrapolano dalla rivista), e senza i tratti 8 e 9, ma con una poesia al termine del volume intitolata Autunno che per l’autore costituisce il finale. Gadda rimandava asserendo di doverlo rivedere, di dover scrivere la Prefazione; nel frattempo pubblica una parte in Le Novelle dal ducato in fiamme. Questo indica che Gadda vede la sua opera anche come una raccolta di frammenti. Nel 1970 esce una quarta edizione con i 2 tratti finali. Rimane comunque qualcosa di incompiuto. Alla morte della madre scatta il bisogno di scrivere questo romanzo. In una lettera ad un amico scrive: «la mia casa di campagna (bella grana anche questa!) mi procura più grattacapi che una suocera isterica. Sono le fisime casalinghe, brianzole e villerecce di un mondo che è tramontato per sempre lasciandoci solo stucchevoli tasse da pagare. – Mi vendicherò». Secondo qualcuno questo “mi vendicherò” si risolverà nella scrittura del libro. Poco tempo dopo scrive: “Ogni tanto assaporo la gioia di essermi liberato dal verme solitario Longone (la casa) , con Resegone sullo sfondo e odor di Lucia Mondella nelle vicinanze. Ma poi mi prende tristezza grande…e piango la mia vita perduta e tutte le cose profanate”. Si sta già preparando tutto l’ambiente della Cognizione, dove c’è la gioia violenta e rabbiosa della liberazione (la gioia dell’invettiva) e contemporaneamente il dolore per ciò che si è perso, perché liberandosi della casa butta via la famiglia, gli amori, il lutto per la morte del fratello. Il titolo Un teorico della letteratura francese, Gérard Genette, ha pubblicato il libro più completo sulle forme di paratesto. Ha studiato anche i titoli, e sostiene che ne esistano di 2 tipi:

  1. titoli tematici: alludono a qualcosa che appartiene al tema dell’opera
  2. titoli generici: ci sono riferimenti al genere letterario Novelle dal ducato in fiamme è un titolo che mette insieme impianto generico e impianto tematico. La cognizione del dolore è un titolo tematico. Vi è un evidente gioco con il registro linguistico. Alludere sempre a un certo contesto d’uso della lingua è il fondamento della scrittura di Gadda (mescolare il dialetto dei popolani con il linguaggio burocratico della legge e con il linguaggio letterario). È un titolo che ha un afflato fortemente filosofico: sembra il titolo di un’opera teoretica, che non parla del dolore come passione ma come analisi filosofica di che cos’è il dolore. Il titolo forse allude a un libro celeberrimo dell’epoca di un medico fisiognomico e divulgatore, Paolo Mantegazza, intitolato La fisiologia del dolore. C’è quindi un afflato anche scientifico. Alcuni studiosi hanno cercato di capire da dove viene questo titolo, secondo altri non c’è una vera fonte. Ipoteticamente potrebbe rifarsi a: Machiavelli, La cognizione delle cose ; un pezzettino di Schopenhauer che si traduce proprio in “la cognizione del dolore”. Bisogna considerare che all’epoca la parola cognizione era usata diffusamente in ambiente colto. Molto interessante è l’allusione chiaramente biblica. Nell’Ecclesiaste (Antico Testamento) si dice “chi accresce il sapere, aumenta il dolore” (l’esperienza della conoscenza è dolorosa). Per Gadda questo è un riferimento non teologico (era ateo) ma culturale.

Cosa dice Gadda sul suo titolo? Il titolo La cognizione del dolore» è da interpretare alla lettera, cognizione è anche il procedimento conoscitivo del graduale avvicinamento ad una determinata nozione non è vero; è un senso che da lui; cognizione non significa lento procedimento verso la conoscenza , bensì conoscenza. Inoltre, nel romanzo non c’è nessun lento procedimento verso la conoscenza; ancor meglio, nel romanzo non c’è nessuna progressione, il tempo è sospeso, non c’è sviluppo, le cose si ripetono (non c’è neanche il racconto, perché la narrazione è un modo per dare senso alle cose e questo è il romanzo di un mondo occidentale borghese che non vede più senso). Sebbene ci siano alcune referenze al tempo (a una data specifica; allusione all’inizio dell’autunno) non si sa cosa succede (i personaggi entrano ed escono dalla casa, ma non si sa se nello stesso giorno, se quello dopo… il protagonista non fa nulla: a seguito delle esperienze il dolore lo ha svuotato e quindi è immobile, per questo è un romanzo di deformazione). Questo procedimento può essere lento, penoso, amaro, può comportare il passaggio attraverso esperienze strazianti della realtà. La morte di un giovine fratello caduto in guerra può distruggere la nostra vita; si ricordino i versi disperati di Catullo. Moralmente il titolo è troppo lontano da ogni forma di gioia e di illusione che mi possa valere il consenso di chi deve pur vivere. Di ciò chiedo perdono a coloro che vivono e che ancora vivranno. La Prefazione Nell’edizione del 1963, a un’introduzione di Gianfranco Contini segue una prefazione molto strana di Gadda, intitolata L'Editore chiede venia del recupero chiamando in causa l'Autore (“scusatemi se ho recuperato questo romanzo, per spiegarvi perché chiamo in causa l’autore”). È in forma di dialogo, cosa abbastanza strana, come il fatto che usi una maschera (viene detto che è scritta dall’editore – forse per prendere le distanze). C’è addirittura un passaggio in cui l’editore smette di parlare e incomincia l’autore, completandogli la frase. Sappiamo che Gadda inizialmente aveva scritto una normale prefazione in prima persona. A poco tempo dalla stampa aveva diviso il testo con dei segni in modo da creare un dialogo tra E (Editore: colui che fa l’edizione o il proprietario della casa editrice?). ed A. Non conosciamo il motivo, ma in questo si vede la sua tendenza a giocare con i generi del discorso (e in altre occasioni con i generi letterari), spiazzando le attese di chi legge L’editore inizia a parlare scaricando la responsabilità, ovvero dice che non è colpa dell’autore se l’opera non è stata completata. Possiamo subito notare delle glosse in latino abbastanza singolari, aggiunte come se il latino riuscisse a specificare meglio quello che lui intende. Il pretesto per inserire la prefazione è quindi che l’opera è incompleta. Le ragioni vere sono altre e verranno fuori. Racconta poi che l’opera è uscita a puntate tra il ’38 e il ’41 e afferma che la guerra ha reso impossibile allo scrittore completare e pubblicare questo romanzo. In questo passaggio Gadda si tradisce, perché scrive “ rendono impossibile allo scrivente ”, “rivelando” che non è l’editore ma Gadda stesso a parlare. L’editore cerca poi di rispondere alla domanda “Perché scrive così?” in modo filosofico. Dice che questa scrittura è così grottesca e frammentata perché è il metodo di scrittura di Gadda, che blocca alcuni fenomeni (quelli che ai suoi “occhi” sono le muffe dello sviluppo della storia), e le sceglie come rappresentazioni simboliche della vicenda del cosmo. Dice poi che i fenomeni che Gadda sceglie perché sono più rappresentativi della società li usa spesso deridendoli e che tutto questo assume la forma del barocco.

considerati più di lui). Questo racconta proprio come una certa infanzia, una certa giovinezza e delle attitudini abbiano prodotto il delirio e come questo sappia trasformarsi in descrizione del mondo. Le prefazioni letterarie vanno sempre viste come una parte del romanzo. Sono importanti perché sono un sintomo, nel senso che un autore, quando scrive una prefazione, non smette di essere scrittore (basti pensare alla nota a piè di pagina in cui elenca oggetti barocchi che sono tali per sé stessi; la si potrebbe prendere e piazzare dentro il romanzo, è una cosa che potrebbe dire il narratore o Gonzalo). Vanno quindi lette come la produzione di uno scrittore e non di un critico che si mette a fianco del testo e lo commenta e quindi dice la verità. Probabilmente all’ultimo decide di metterla in forma di dialogo proprio perché ha bisogno, che lo comprenda razionalmente o meno, di prendere le distanze da quello che scrive, di mettere un filtro finzionale al discorso. All’inizio de La fenomenologia della logica di Hegel, la sua prima grande opera, c’è una prefazione che afferma che nelle opere filosofiche non si devono fare le prefazioni. Solitamente il filosofo quando fa le prefazioni spiega il suo metodo, cosa lo differenzia dal passato, qual è il suo scopo. Hegel sostiene che questo sia contraddittorio e controproducente, perché il filosofo mentre spiega da fuori il suo libro è già dentro il libro, è già un filosofo. Se fosse possibile spiegare in breve all’inizio allora non ci sarebbe bisogno di scrivere tutto il libro. Il circolo di ragionamento di quanto viene detto nella prefazione è paranoide. In termini psichiatrici è una proiezione paranoide, cioè proiettare sul mondo ciò che è in me. L’argomento paranoide non può essere preso come vero: non possiamo dire che il mondo è barocco. Quello che ci interessa è:

  1. Che ci sia questo movimento paranoide, perché è la base di tutto il discorso di Gonzalo nel romanzo (è il suo modo di ragionare) e forse, in parte, anche del narratore.
  2. Che Gadda avverta che in questo romanzo c’è un’oltranza, qualcosa di eccessivo, che il destinatario non saprebbe bene come leggere. Non capirebbe tutta questa rabbia violentissima, questa tendenza all’insulto, all’invettiva, all’irrisione crudele (sfuriate di Gonzalo e, a tratti, del narratore che riproduce, attraverso il procedimento dell’indiretto libero, i pensieri o le parole del protagonista, senza dargli direttamente parola). Gadda ha bisogno di dire al lettore che dietro tutto questo c’è una motivazione di critica alla società. Anche se non è vero che barocco è il mondo qualcosa del mondo non va bene e va criticato e smontato. La sua critica, però, invece che razionalizzare il disordine del mondo lo mima, lo aumenta. La sua scrittura, infatti, fa sempre il verso a qualcosa ed è un po’ in falsetto: non critica dicendo “è sbagliato per questo” ma riproducendo la cosa che vuole criticare. Quello della sua scrittura è un procedimento sempre fortemente ironico. Come copertina della prima edizione de La Cognizione Gadda ha voluto mettere la veduta di Villa Melzi d’Eril alla Gazzada. È un paesaggio della campagna brianzola (due case, una padronale). La struttura del romanzo Il romanzo è diviso in due parti, tra cui c’è una cesura molto netta narrativamente. La prima parte è un lento accesso alla casa, dove vivono Gonzalo e la Signora Elisabetta François, sua madre. Nella prima parte la madre non c’è, è tutto concentrato su Gonzalo. La cesura è aperta

da un capitolo in cui la madre del protagonista, da sola, cammina per casa e viene attraversata da una serie di pensieri abbastanza cupi. Così comincia la seconda parte dov’è rappresentato soprattutto il rapporto tra il protagonista e la madre. Il libro è diviso in tratti (capitoli). La struttura dei capitoli non era strana per l’epoca ma lo è per noi (siamo abituati a leggere libri in cui i capitoli hanno un chiaro nucleo discorsivo separato dagli altri). Molto spesso la divisione fra un capitolo e l’altro divide in 2 una stessa scena, e a volte anche una battuta di dialogo. Questo dipendeva dal fatto che quando un’opera veniva pubblicata in rivista, come in questo caso, i capitoli dovevano avere tutti la stessa lunghezza (la divisione in capitoli non è fatta in base alla necessità narrativa). Gadda, prima di pubblicare l’opera ne 1963, non fa una revisione accurata, quindi rimane la struttura originale. Il romanzo non ha un grande sviluppo narrativo: non succedono grandi eventi (mette in scena un ambiente e i rovelli di alcuni personaggi: siamo sempre nella casa e il protagonista parla col medico, con la madre, litiga con lei, la madre cammina per la casa…) e questi non sono neanche scanditi in maniera troppo chiara dal tempo. Si cita un giorno, il 28 settembre (probabilmente del 1934), in cui sono ambientati tutti i tratti della prima parte (perché sono un lungo percorso di un medico verso un paziente, che si rivela essere il protagonista Gonzalo, e dopo una breve visita medica c’è un lungo dialogo tra i 2 uomini). Nella seconda parte, invece, passa il tempo, anche se non in modo chiaro. Nonostante non ci sia sviluppo ci sono delle grandi scene. Il romanzo è diviso in grandi scene, un po’ staccate le une dalle altre: PRIMA PARTE: Tratto 1 (parzialmente)-2-3-4: visita medica, che è in realtà un dialogo filosofico tra il dottor Higueróa e Gonzalo (per certi versi è una parodia dei dialoghi platonici, dove spesso l’interlocutore di Socrate è una persona un po’ sciocca che non capisce niente e a cui Socrate arriva a far dire quello che vuole lui). Il dottore viene chiamato a casa di questo paziente; ci va, anche se sa benissimo che in realtà sta bene ed è solo ipocondriaco. Durante la loro chiacchierata Gonzalo commenta, ragiona, discute il mondo, si incavola, offende. PARTE SECONDA: Tratto 1: questa scena si potrebbe chiamare “pomeriggio in villa”. C’è un temporale, l’anziana madre è da sola e gira per la casa, spaventata dall’acquazzone, pensando al figlio (anche cose un po’ atroci). Tratto 2 e 3 (e una parte del primo): “La cena di Gonzalo o la sera”. Gonzalo torna a casa da Pastrufazio, dove si era recato per lavoro (ingegnere) nonostante fosse la fine dell’estate. La madre, per fare una cosa carina, cerca di imbandirgli una piccola cena. Il figlio non riesce ad apprezzare questo gesto, vede la povertà di questa cena, segue una lite tra i 2 (e poi una serie di pensieri di Gonzalo). Tratto 4: Un altro pomeriggio in villa, in cui ci sono sia Gonzalo che la madre. Nello stesso tratto, subito dopo, è narrato un altro pomeriggio in villa (non sappiamo quanto tempo sia passato sia per il fatto che inizialmente era stato scritto a pezzi per una rivista, sia perché rappresenta una vita ciclica e piatta).

essere pagato (le tasse). In quegli anni non c’era il welfare state, non era altrettanto chiaro perché si pagassero le tasse. Gadda, da buon lombardo medio-borghese, vedeva lo stato come un nemico (l’individuo fa i soldi per se stesso, non per dargli agli altri. Gonzalo la pensa così). Il romanzo si intitola “La Cognizione del Dolore” , in realtà però Gadda è anche uno scrittore divertente, sebbene sia una risata agra, verde, di presa in giro del mondo. Dopo aver parlato degli Istituti di Vigilanza, Gadda passa a parlare del banzavois e poi dei problemi climatici di cui soffre il Maradagal. Questo è il movimento tipico della scrittura di Gadda, che divaga sui dettagli. Questo è il motivo per cui Gadda sembra uno scrittore sempre incompleto, inconcluso, irresoluto (affermazione di Calvino). In realtà non è così vero, tutti gli scrittori tendono all’incompiuto (dalla Rivoluzione Francese), basti pensare a Marx (Il Capitale, il cui primo volume di 3 è stato pubblicato da lui in 3 edizioni), Manzoni (ha fatto tre edizioni dei Promessi Sposi e ne avrebbe fatte altre non fosse stato esausto), Proust ( La Recherche non è compiuta, è solo morto). È lo stile di Gadda a produrre questo effetto. La nostra indimenticabile Brianza: terra, se mai altra, meticolosamente perticata  allusione ironica al fatto che è ormai molto industrializzata. Agli occhi di Gadda non è più campagna. Viene poi detto che il Maradagal aveva terminato, nel 1924, una guerra con il vicino stato del Parapagal. Ognuno dei due paesi sostiene di aver vinto la guerra e ne addossa all'altro la terribile responsabilità. Anche qui vediamo la Brianza degli anni ‘30 in Italia, uscita da sei anni dalla Prima Guerra Mondiale. Gadda iniziare a parlare dei reduci di guerra, alcuni dei quali sono mutilati. È un modo per avvicinarsi alla questione centrale di per sé marginale su cui il romanzo si apre (uno scandaletto rurale che riguarda un finto sordo di guerra; serve a illustrare il teatro del racconto, Lukones, piccolo paese della campagna maradagalese) e lo fa molto lentamente. Lukones: un villaggio con oficina de correos (ufficio postale), telefono, levatrice, tabacchi, medico condotto, albergo del Leon d'oro, lavatoio pubblico e beninteso parrocchia: lo traversa, con alcune svolte, la camionabile provinciale che dalla stazione e dalle pioppaie del Prado mena volutamente ad Iglesia.  descrizione che mostra come Gadda sappia essere, quando vuole, sintetico e preciso. Un altro luogo che incontriamo è Terepattola (sulle prime pendici della Cordillera). Corrisponde a Lecco (Brianza, in cui si svolge l’inizio dei Promessi Sposi). Viene nominato per dire che le ragazze di lì (ambiente campagnolo) si rivolgono a coloro che allungano le mani chiamandoli “scemi di guerra”. Successivamente Gadda inizia ad esaminare chi lavora per questi istituti. Stranamente (è un lavoro che richiede una certa attitudine fisica), si tratta dei mutilati di guerra. Questo suscita delle perplessità in chi si abbona: è lecito domandarsi come un invalido possa mettere in fuga un ladro. Gadda, quando identifica un oggetto di discorso (qui i vigilanti), ha la tendenza a descriverlo in chiave tra il filosofico e lo scientifico, cioè scomponendone il carattere globale (pseudo) filosoficamente per identificarne gli aspetti singolari. Di tanto in tanto in Gadda c’è lo scatto sentenzioso (apoftegma), una sentenza, che non sempre è chiaro. Già qui iniziamo ad entrare nell’impianto ironico/satirico dell’opera, per cui il mondo è sempre privo di logica. Vengono fatti 2 esempi:

  1. Cita il caso di un finto mutilato di guerra che ha una gamba rigida e non riesce a sventare i furti. Viene narrato di come nel 1926, nella provincia di Zigo-Zago (non rappresenta niente di particolare), venne assunto un vigile ciclista che doveva controllare una zona di 2km. Egli aveva una gamba rigida, che aveva fatto passare come ferita di guerra, quando in realtà era di origine sifilitica. A Gadda piace scrivere delle malattie, del disfacimento del corpo, del corpo nei suoi aspetti più torbidi, mentre più raro è il corpo rappresentato nella bellezza. Quando accaddero furti di polli, tutti dissero: «Oeh! Per un furto di polli!»: e quando accadde qualche fatto più grave, tutti dissero: «Povero cristo, anche lui! ha da guardare mezzo circondario! e con quella gamba di alluminio!». Altri dissero: «Ha moglie e figli!». Altri, facendo spallucce: «Vivere e lasciar vivere!». Son buona gente, nel Maradagàl sentenza ironica.
  2. Il secondo esempio è “lo scandaletto rurale di Lukones”, che ha un’importanza notevole nel romanzo. Con questo stratagemma si comincia a puntare il riflettore su Lukones (corrisponde a Longone), un paesino in cui sarà più o meno ambientata tutta la storia. È in provincia di Novokomi, che corrisponde a Como, e vicino al Resegone. Es: Ma il tessuto della collettività, un po' dappertutto forse, nel mondo, e nel Maradagàl più che altrove [In Italia più che altroveGadda, come molti intellettuali italiani, ha l’idea che sia peggio degli altri paesi] , conosce una felice attitudine a smemorarsi, almeno di quando in quando, del fine imperativo cui sottostà il diuturno lavoro delle cellule  Qui sta dicendo che spesso mandiamo a fare delle cose della gente sbagliata, ragioniamo male, vogliamo ottenere un risultato e facciamo qualcosa che non ce la fa ottenere, spesso per ragioni non troppo pulite. Un altro luogo che viene nominato è Pastrufazio, corrispondente a Milano (da patrum facere , luogo dove si fanno i pasticci, le cose fatte male, stupidamente). Continua la polemica nei confronti di ciò che appare illogico. È presente continuamente in questa opera e nelle altre dell’autore. Gadda non resiste alla tentazione di denunciare l’illogicità/dislogia dei fatti. In questo caso il fatto che due tribunali danno due verdetti diversi pur essendoci una sola legge. Per Gadda è gravissimo che i fatti umani, le istituzioni umane, appaiono contraddittorie, illogiche. Lo scandaletto riguarda un vigilante dei Nistituos, che si fa chiamare Pedro Mahagones e si spaccia per un sordo di guerra. Progressivamente viene a scoprirsi che non si chiama così, bensì Gaetano Palumbo, che non è sordo, e che non è neanche certo che abbia partecipato alla guerra. Nel piccolo paesino tutti si mettono a parlare di questa storia. Lo si scopre perché a un certo punto arriva a Longone un compaesano di Gaetano Palumbo. Palumbo è un personaggio un po’ inquietante: alto e corpulento, calvo con corti baffi, a spazzola e rossi, naso breve, diritto, gli occhi affossati, piccoli, lucidi, assai mobili e con faville acutissime ed una luce di lama nello sguardo. Davanti a lui tutti avevano come l’istinto di pagare qualcosa: gli occhi … ferivano l'interlocutore con una espressione di richiesta e di attesa, si aveva la sensazione di dover assolutamente pagare qualche cosa, una specie di multa virtuale, per legge. Mahagones apparirà a raccontare la sua vicenda e a un certo punto compare anche vicino alla villa. Verrà scacciato in malo modo da Gonzalo perché non voleva abbonarsi alla loro vigilanza. Guarda caso alla fine a casa sua accade un omicidio. Non sappiamo se i nistituos siano coinvolti, ma è chiaramente evocato nel romanzo, anche nelle parole di Gonzalo, che a chi non si abbona accadono cose brutte. Alla fine del romanzo il sospetto ricade su Mahagones. Nel romanzo questo non è chiaro, negli appunti di Gadda sì.

latrina, poi tornò indietro e passò all’altra villa confinante, esaurendosi finalmente (pianoforte; bagnarola della donna di servizio). Questo episodio non ha una funzione narrativa, è la classica digressione gaddiana. È lungo e dettagliato, soprattutto per la scelta linguistica, e poiché si parla di un fulmine dà la possibilità a Gadda di esibire le sue conoscenze in termini di fisica (sebbene sia un fulmine che nella realtà non potrebbe esistere). Serve ad alleggerire la tensione del lettore, ha una funzione umoristica. Tuttavia, non è del tutto casuale, perché la vicenda della casa di Bertoloni, tramite il nuovo affittuario, si ricollega alla vicenda dello scandaletto rurale (finto sordo di guerra). Infatti, i proprietari riusciranno ad affittare soltanto la depandance, e proprio al dottor di Pascuale, il colonnello medico in pensione che anni addietro aveva scoperta la simulazione del Manganones all'Ospedale Militare di Pastrufazio. Quindi Gadda ha introdotto la villa per arrivare a questo personaggio e dire che fa amicizia con il medico del paese. Gli racconta la storia di Mangaones e per questo il medico di paese va a casa di Gonzalo. È qui che inizia veramente il racconto del romanzo. La Cognizione è uno dei grandi romanzi dell’ inetto italiano (Gonzalo è un inetto). L’inetto è una figura tipica del romanzo ottocentesco e novecentesco. Il grande romanzo dell’inetto italiano è La coscienza di Zeno. L’inetto è la persona incapace di vivere, che vive con dolore questa condizione (in questi romanzi ci sono anche le figure forti, vincenti). Ha difficoltà ad instaurare i rapporti umani, se ha successo è solo per un caso fortuito. L’inetto tendenzialmente non è uno stupido: è una persona che rifiuta e critica un certo modo di vivere, perché è assorto in una serie di questioni. Dal narratore abbiamo saputo che di Pascuale ha fatto amicizia con il medico di Lukones, un uomo molto pettegolo (borghese medio, non particolarmente intelligente) che si fa raccontare molte storie, fra cui quella di Gaetano Palumbo, che lui riferisce a tutti quelli che visita. Qualche giorno dopo un contadino della tenuta di Gonzalo (non ancora visto in scena) lo va a chiamare (quando sta per farsi la barba, dopo giorni perché troppo preso dal lavoro e da questa storia) per dirgli che il suo padrone vuole vederlo. Il medico ci va volentieri per raccontagli la storia (e non farsi la barba). Decide di andare a piedi e non in bicicletta e per strada incontra una serie di personaggi che gli parlano di Gonzalo (contadine, serve…) e riflette su di lui (che aveva anche pensato di far sposare a una delle sue figlie; Gonzalo non pensa assolutamente a queste cose). Il narratore quindi ci racconta la visione che il paese ha di questa persona, che è decisamente negativa, e attraverso il discorso indiretto libero ci fa sentire i pensieri del dottore (a momenti il discorso indiretto libero si risolve nel discorso del narratore). Sul conto di lui, anche a Pastrufazio, correvano le voci più straordinarie. Viene descritto come una persona affetta da tutti i peccati capitali: pigro, che si sveglia tardi e si fa servire e riverire dalla madre (gli porta a letto il caffè e i giornali). Non si era mai voluto sposare, per essere più libero (riflessione del dottore, che sotto sotto forse un po’ lo invidia), ed era avaro. È iracondo (circolava la diceria che maltrattasse la madre, smentita dalla lavandaia). Il dottore ricorda poi di aver saputo che anni prima il giovane Gonzalo, a Pastrufazio, aveva imparato da un insegnante ebreo di matematica che un gatto che dopo essere caduto dall’alto si gira e atterra sulle zampe è una perfetta applicazione ginnica del teorema dell’impulso. Per mettere in pratica quanto imparato Gonzalo aveva più volte lanciato un gatto dal secondo piano. L’animale si era sempre salvato, ma poco dopo era morto. Poco dopo mori, con occhi velati d'una irrevocabile

tristezza, immalinconito da quell'oltraggio. Poiché ogni oltraggio è morte. Il gatto rappresenta i deboli, coloro che vengono schiacciati dai forti, magari senza ragione, e non possono fare altro che subire. La Cognizione è piena di queste sentenze che improvvisamente alzano il tono del discorso. Gonzalo è anche un goloso. Il popolo racconta di come stesse per morire dopo aver mangiato un riccio/un granchio/un’aragosta (con lo scheletro), comunque un cibo che era percepito come assurdo. Qualcuno pensava invece che avesse mangiato un pescespada interno, bollito a malapena o addirittura crudo. Più avanti viene anche fatta la descrizione di un piatto che avrebbe mangiato. È una parte molto famosa del romanzo, una ricetta folle, irrealistica, che rappresenta bene lo stile dell’autore: c’è il neologismo (uso improprio di parole in chiave fonosimbolicausare una parola per il suo effetto fonico; ES: “patate inficiate nel sugo”, suona corretto ma inficiare significa falsare Gadda dice che fa un uso spastico della lingua, non da intendere come un insulto, ma come se la lingua fosse un corpo in preda agli spasmi), il gusto per la descrizione minuta, l’enumerazione (lista lunga, con elementi assurdi o sorprendenti). Queste rappresentazioni esterne, straniate e negative del protagonista servono a farlo apparire inizialmente come molto lontano. È il gioco dello straniamento (come viene definito da Proust e Šklovskij), ovvero il fatto che una cosa semplice e quotidiana (come un signore bizzoso) viene rappresentata dall’esterno per fargli assumere una forma assurda e misteriosa. La Cognizione (così come l’Aldalgisa ) è un romanzo di critica e di protesta. In questo romanzo si protesta su tutto, prima in modo più delicato, poi più duro. Anche in narratore protesta (polemica contro i mutilati come vigilanti; polemica sulla reazione che la gente ha avuto all’evento del fulmine). L’idea di base è che il mondo è sbagliato, disordinato e privo di logica (che senso aveva per i ricchi deturpare la natura, che senso aveva costruire tutte quelle ville in stili “esotici”, metterci la robinia?  una pianta (infestante) diffusa in Brianza ma importata dal Nordamerica. In questo passaggio ironizza anche su Manzoni perché nella sua villa l’aveva fatta piantare). La protesta di Gadda ha un lato realistico, perché in una società c’è effettivamente sempre qualcosa su cui protestare perché non funziona, ma a un certo punto assume un valore cosmico: non è più contro la singola cosa che non funziona ma contro l’esistenza, che è una specie di Inferno in cui noi viviamo, sempre nel malfunzionamento di qualcosa (visione meccanica di un ingegnere). Il dottore non arriverà da Gonzalo né nel primo né nel secondo tratto. Continuerà a passeggiare, incontrerà una delle serve della casa e anche in questa occasione viene presentato come il peggiore del mondo. Prima di entrare nella villa, il narratore inizia a presentare lui Gonzalo. Non sappiamo se il narratore media con le sue parole quello che pensa il personaggio (discorso indiretto libero), non riusciamo a capire dove finiscono i pensieri del medico e dove inizia a parlare il narratore. Il fatto di usare ancora un narratore esterno, che da fuori entra e parla e ci riporta il pensiero dei personaggi è una cosa ormai un po’ antiquata per l’epoca (Gadda lo fa apposta). A un certo punto il narratore dice “ C’era in lui il problema del male ” (alla fine fa una citazione indiretta a un trattato di Bonvesin de la Riva, storpiando il titolo per rimandare al Maradagal). La morte arriva per nulla (in realtà arriva per un motivo) , circonfusa di silenzio, come una tacita, ultima combinazione del pensiero. Questo Gadda è così cristallino da non capire bene cosa intende. Quello che ci interessa è capire che in Gadda c’è una chiave teorica/teoretica, il bisogno di definire la morte (episodio del gatto). In quest’opera c’è un’insistenza sulla morte.