L’approccio strutturalista La prima scuola di psicologia nacque a opera di un allievo di Wundt,Edward Titchener (1867-1927),il quale definì questo approccio “strutturalista”,perché aveva come obiettivo l’indagine della qstruttura della mente.L’oggetto di studio dello strutturalismo erano le varie componenti del sistema nervoso e come esse operassero congiuntamente nella percezione di un fenomeno.Tuttavia,sia lo strutturalismo sia l’introspezione non erano metodi destinati a durare a lungo nel tempo a causa proprio del presupposto metodologico sul quale si basavano per la raccolta dei dati,ovvero il resoconto verbale delle proprie sensazioni da parte di soggetti addestrati a quel compito.Al metodo sperimentale,infatti,sono state mosse due critiche principali:•la verifica non oggettiva dei dati ottenuti:è possibile per esempio descrivere con parametri oggettivi la frequenza e l’intensità del suono ma non è possibile spiegare in maniera altrettanto esauriente la sensazione personale che quel determinato suono ha provocato;•l’impossibilità di utilizzo con i bambini:basandosi sul resoconto verbale questo metodo non poteva essere applicato allo studio della mente dei bambini che non sanno ancora parlare o non possiedono una proprietà di linguaggio adeguata.LA PSICOLOGIA NEL NOVECENTOIl funzionalismo:a che cosa serve la psicologia?Tra i motivi che portarono all’abbandono dell’approccio strutturalista vi fu anche la grande risonanza che cominciava ad avere la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin (1809-1882),non solo sulla biologia ma anche sulle altre discipline.Negli Stati Uniti nacque così il funzionalismo,conosciuto anche come Scuola di Chicago,grazie alle opere di fine Ottocento di William James (1842-1910) e di John Dewey (1859-1952).I due studiosi,sulla scia della teoria evoluzionistica di Darwin,ipotizzarono che il comportamento umano dovesse essere considerato come un processo di adattamento dell’organismo all’ambiente.Sulla base di questa nuova prospettiva,secondo la quale i processi mentali aiutavano di fatto l’organismo a sopravvivere,il nucleo centrale della ricerca psicologica passò dall’attenzione alla struttura dei processi mentali (“che cosa sono e come sono”,finalità propria dello strutturalismo)allo studio delle loro funzioni (“a che cosa servono”,interrogativo principale del funzionalismo).I ricercatori funzionalisti aumentarono la gamma dei processi mentali che erano stati studiati in precedenza dagli strutturalisti,occupandosi anche di motivazione,pensiero e apprendimento,ma sempre seguendo un’ottica evoluzionistica,che considerava cioè il comportamento umano come adattivo all’ambiente.Questo legame tra comportamento e condizioni ambientali,portato avanti dal funzionalismo,sposta la psicologia dallo studio delle funzioni mentali all’indagine del comportamento.È in questo clima che nasce il comportamentismo a opera di John B.Watson.Comportamentismo e neocomportamentismo La nascita del comportamentismo risale al 1913,quando John Broadus Watson|-> L’AUTORE|pubblicò un articolo (Psychology as the behaviorist views it,”La psicologia così come la vede un comportamentista”)in cui sosteneva che la psicologia,per diventare veramente una scienza sperimentale,avrebbe dovuto concentrarsi su un oggetto di studio che potesse essere osservato in maniera intersoggettiva,cioè in ogni individuo,da tutti gli studiosi interessati.Tale oggetto di studi era il comportamento manifesto,che,come tale,era osservabile da tutti a occhio nudo e,in tal modo,poteva essere descritto e giudicato.Quello che Watson definì come “comportamento”non era altro che l’insieme delle risposte muscolari e ghiandolari di un individuo a un determinato fenomeno.In esso non troviamo né i processi organici,specialmente quelli cerebrali,né i processi interni della mente,in particolare modo la coscienza.Ciò porta alla visione della psiche come una scatola nera (black box),il cui funzionamento non è osservabile né conoscibile.Essa avverte le influenze dell’ambiente esterno (gli stimoli o input)e produce le relative reazioni (le risposte o output),elementi che invece possono essere studiati.Secondo questo approccio,l’organismo viene visto come una stazione intermedia tra stimoli in entrata e risposte in uscita.Per questo motivo,il comportamentismo è stato definito anche come una “psicologia stimolo-risposta”.La chiarezza della teoria e la semplicità del modello teorico hanno contribuito a rendere il comportamentismo dominante sulla scena della ricerca psicologica in campo sperimentale e applicativo a lungo,fino agli anni Sessanta-Settanta del Novecento.Grazie anche ai contributi di Pavlov con gli studi sul condizionamento classico e di Skinner sul condizionamento operante,questa teoria si è diffusa non solo nel mondo scientifico ma anche nell’opinione pubblica,come un modo concreto di fare psicologia,attento sia agli effetti sia alle cause.Uno dei concetti chiave dell’impostazione comportamentista è quello di plasmabilità di quasi ogni aspetto del comportamento umano:le differenze tra individui non sono innate,ereditarie o strutturali,ma dipendenti esclusivamente da esperienze di apprendimento.In altre parole,alla nascita gli esseri umani presentano pochissime caratteristiche comportamentali proprie,che sono in ogni caso modificabili dall’esperienza e dall’apprendimento.Da questo punto di vista nel corso della vita tutti noi sviluppiamo un certo tipo di comportamento che è frutto di ciò che abbiamo vissuto e imparato.Questa concezione assoluta dell’agire umano si prestava però a diverse critiche,prima tra tutte l’idea che,dal momento che gli stimoli condizionano direttamente l’agire umano,ogni aspetto dell’uomo poteva essere potenzialmente manipolato è indirizzato dall’esterno,magari contro la sua volontà e interesse,come accade per esempio nel marketing o nella pubblicità.Il neocomportamentismo Ben presto il comportamentismo più ortodosso,teorizzato da Watson,venne messo in discussione.Per alcuni psicologi comportamentisti,infatti,limitare lo studio al solo comportamento osservabile è misurabile si sarebbe dimostrato alla lunga sterile:su queste basi,nacque un nuovo movimento,chiamato neocomportamentismo,i cui ricercatori cominciarono a postulare l’esistenza di componenti psicologiche non manifeste,che agivano tra il momento della presentazione dello stimolo e quello dell’emissione della risposta.Queste componenti potevano quindi influenzare e modificare il comportamento dell’organismo.Il neocomportamentismo spianò la strada alla concezione di una psicologia che prendesse in considerazione,oltre alle cause e alle risposte,anche le spinte,i bisogni e le motivazioni del comportamento.Secondo questo approccio l’attività interna all’organismo,che chiameremo “O”,si pone come intermedia tra lo stimolo “S” e la risposta “R”.La psicologia passò,dunque,da un paradigma di studio interessato ad approfondire il processo stimolo-risposta,a riconoscere l’esistenza di motivazioni interne che confluiscono sul comportamento manifesto in interazione con l’ambiente esterno.Un’altra corrente del neocomportamentismo fu quella portata avanti dalle ricerche di Burrhus Frederick Skinner.Secondo questo autore esistono certamente fenomeni non osservabili direttamente (“sotto la pelle”),che possono e devono essere studiati scientificamente,ma che non vanno ritenuti come determinanti nel causare un dato comportamento.Nel corso dei suoi studi Skinner si occupò dell’acquisizione funzionale del linguaggio e di un progetto politico utopistico descritto nel suo libro del 1948 Walden Due,dove si immagina una società basata su principi positivi,come il rinforzo,in cui sono eliminati i processi coercitivi,come la punizione.